SCENA II

PRUDENZIO, MALFATTO.

PRUDENZIO. Promitto, per Deum vivum, che, non tam cito me vide la eccellentissima e reverendissima Signoria del monsignore illustrissimo signor governatore della ortodoxa fede e militante, phano episcopus e gastigatissimo censore e defensore acerrimo della iustizia, quod Deus conservet incolumen, col quale avemo contratta gran familiaritá, che statim me chiamò a sé e postulòmi ch'andassi negoziando. Io gli exposi la temeritá dell'inconsiderato uomo e il flagizio perpetrato contro di noi come se fossimo qualche incognito viro. Io voglio formarli un libello de ingiuria, certo che la Sua Signoria mutuo amore me ssi è offerto. Ma pare che hodie sia certo un lustro intercalare per noi; ché lo infido bibliotecario non ha manco compita l'opera per la quale gli ho saluti inanzi venti quadranti. Sed ecce a punto Malfatto che torna. O Malfatto!

MALFATTO. Me par sentir… Oh! è lo mastro. A fé, site lo ben venuto.

PRUDENZIO. Et tu quoque.

MALFATTO. E dove è lo coco, patrone? Io non lo vego.

PRUDENZIO. Io dico, tu ancora.

MALFATTO. Basta: tant'è. E voi dove sète stato, patrone?

PRUDENZIO. Fui al bibliotecario e al loco gerente del Monarca, idest
Governatore, ch'è nostro alumno.

MALFATTO. Sono uomini questi che dite o sono bestie?