MASTRO ANTONIO. Volemo andare a disnare, misiere? ché sè ora.
PRUDENZIO. No, no. Aspettiamo un poco questo puerculo nostro discipulo, nunzio di certe nostre imbasciate.
MASTRO ANTONIO. E sè molto lontano?
PRUDENZIO. In capite a questa via deambulatoria. E ho necessitá di parlar con lui sotto un brieve epilogo prima che saturi el ventre; ché non posso contrastar alla petulanzia carnale e cagion è che vadia con la barba squalida e faccia con li oculi un profluvio di lacrime.
MASTRO ANTONIO. Questa sè una mala trama.
PRUDENZIO. Io el so, ché contremisco totiens quotiens cogito nelli estuanti desiri per li quali son leso che me fanno come un viro furente. Pur, nihilominus, speramo che, mediante el buon naturale discorso che ci troviamo e la sua buona e larga natura educata di continuo nei laboriosi studi, posser ridurla in uxoria fede, quia est viro potens. E cosí, refrigerando e sanando le vulnere ch'ho nel corculo e nello èpate, in rubeo si divertirá el colore busseo.
MASTRO ANTONIO. Non bisogna battere, ché sè averta la porta.
PRUDENZIO. Non posso stare ad exemplificarvi, al presente. Andate, ch'io ne verrò statim.
MASTRO ANTONIO. Stasí pur quanto che ve piase.
PRUDENZIO. Costui se cogita d'essere un vafro uomo et è un ideota che non degerisce le parole nostre. Io temo che quello insolente iactabundo del servo, poco obsequente ai nostri precepti, non incumba a qualch'altro spurcissimo negozio e il nostro, per ingiusta oblivione, non interlassi.