»Non mi domandate dunque quali progressi abbia fatto la cura, e di quanti pollici si sia raddrizzata la mia persona. Parliamo d'altro. Parliamo dello spirito che ha meno ostacoli a superare. In questi quattro mesi mi sono un po' esercitato nella lingua francese. A forza di sentirla parlare, m'ingegno di spiegarmi alla meglio tanto che già cominciano a intendermi. Finora ho sempre letto il Leopardi sul quale ho fatto un mondo di riflessioni, che mi riservo a comunicarvi a voce. Ora assisto alla lettura di qualche libro francese che il direttore medesimo o un assistente ci vien facendo per occupare e divertire il nostro spirito durante l'inerzia forzata e l'attitudine disagevole del nostro corpo.

»Da otto giorni ci vien letto un libro nuovo scritto da un sansimonista chiamato Giovanni Reynaud. È un libro nuovo davvero, almeno per me, e credo anche per voi. Il suo titolo è: Terre et ciel; e, contro il vezzo moderno che impone alle opere i titoli più stravaganti, quest'opera parla davvero del cielo e della terra, ma sotto un punto di vista affatto straordinario. Non posso dire d'intender tutto, perchè il libro è molto scientifico, ed è scritto in uno stile molto sublime: ma quello che non intendo, a forza di pensarci, riesco a intravederlo e a indovinarlo da me medesimo nel silenzio della notte.

»Questo libro mi dà la chiave di molti dubbi che hanno finora tormentato e affaticato il mio spirito; e mi pone in grado di soddisfare assai meglio ai nostri perchè. Non ardisco ancora entrare nell'argomento, perchè tante idee nuove e meravigliose mi fanno come nuotare in un'atmosfera insolita e sconosciuta. Sono come abbagliato da una luce più forte che gli occhi non valgono a sopportare. Ma appena mi sarò avvezzato a questo nuovo elemento, vi scriverò una lunga lettera che vi aprirà un nuovo mondo.

»Per oggi restiamo ancora nel vecchio, che la vostra bontà mi renderà sempre più caro d'ogni altro.»

XI.

Il giorno che questa lettera fu ricevuta in casa Lanzoni, fu giorno di festa per Angela.

Quel tenero nome di madre, che il povero nano avea trovato nel fondo del suo cuore per esprimere l'immenso affetto di gratitudine che sentiva per lei, la commosse e inorgoglì al tempo stesso. Quel nome rivelò a lei medesima la natura del sentimento che provava per esso. E benchè pochi anni corressero fra l'età sua e quella del suo pupillo, ed ei sapesse sovente trovare col suo naturale ingegno e col suo istinto meditabondo certe ragioni ch'erano sfuggite a lei stessa e al suo precettore, pure si sentì degna di questo titolo, perchè aveva realmente esercitato l'ufficio di madre verso il povero trovatello diseredato dal mondo e dalla natura.

Quella bizzarra predilezione per ciò che gli altri disprezzano a torto, quell'amore per le creature meno privilegiate, trovò la sua più nobile espressione nell'affetto che sentiva per Cosimo. Da questo momento tutte le cure che soleva prodigare ai varj vegetabili ed animali men favoriti, si concentrarono in uno. Ella divenne tutto ad un tratto più seria, passò dalla puerizia all'adolescenza del cuore, assunse una gravità che, senza nulla togliere alle sue grazie native, le dava la dolce maestà della donna sollevata al grado di sposa e di madre.

La sera, quella lettera dovette essere letta nel picciolo crocchio d'amici che frequentavano casa Lanzoni. Il conte v'era presente e non mancò di congratularsi con Angela del buon esito delle sue cure verso il povero orfano.