Il conte era ben lontano dall'immaginare che questa fosse un'allusione a lui stesso. Rispose dunque senza esitare, che in questo caso chi era l'autore del male dovea ripararvi. E qui giù un altro squarcio di morale sulla responsabilità personale e sulla santità del dovere. Questo però non distolse la giovanetta dal suo proposito, e tornato il discorso sul povero Cosimo, trovò modo di dire al conte che il nome della madre era Teresa: una povera guantaja morta probabilmente d'inedia e di crepacuore pochi anni prima.
Il conte arrossì, ma si ricompose all'istante. I viaggi sono eccellenti per dare una certa disinvoltura nei casi difficili. E la contessa d'Andria, che fino allora avea badato all'arazzo che trapungeva, venne in soccorso del figlio, chiamando Angela a sè per consultare il suo gusto sopra una tinta delle sue lane.
Così destramente fu rimessa ad altro momento una rivelazione di cui Angela sola avea il segreto, e che un oscuro presentimento la persuase a rimettere a migliore occasione.
Intanto passavano i giorni ed i mesi, senza che nulla venisse a portare la luce in questo mistero. Le lettere che Angela inviava al prigioniero dell'istituto ortopedico erano sempre affettuose, lettere di sorella e di madre ad un tempo. Ci duole non poter offerire alle nostre lettrici tutta questa corrispondenza come fu scritta. Ciò prolungherebbe di troppo il nostro racconto, e ne muterebbe il carattere. Non resistiamo però alla tentazione di riportare due lunghi frammenti del giornale di Cosimo, che servono mirabilmente a indicare lo sviluppo della sua intelligenza, e per quali gradazioni insensibili la sua fantasia lo traeva a dare al problema della sua esistenza una soluzione che ognuno apprezzerà colla indulgenza che merita un organismo imperfetto e lottante contro una dura fatalità.
XII.
Cosimo ad Angela.
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«Giorni sono una famiglia inglese venne a visitare lo stabilimento, non per semplice curiosità, come sogliono, ma per esaminare la realtà di certe cure maravigliose.
»La famiglia era composta di un vecchio gentiluomo, di un giovanetto vispo e ben disposto, e di due giovani misses alte e snelle della persona, come la gentile levriera che le seguiva legata al guinzaglio.
»Una di esse, che parea la più giovane, portava il viso scoperto, uno di quei visi britannici che somigliano alle camelie. L'altra copriva la faccia di un denso velo azzurro che ne celava interamente le forme. Mi corse tosto al pensiero che quella bella damina celasse sotto il suo velo qualche deformità, e non andò guari ch'io potei sincerarmene. Passando vicino al mio letto di Procuste, quella bella e nobile giovanetta si fermò per guardarmi, e parve prendere il più vivo interesse alla mia posizione. Mi chiese di qual paese fossi, e inteso ch'io era italiano, mi domandò con puro accento toscano, e con un tuono di voce soavissimo, da quanto tempo io fossi sottoposto a quella cura, se provassi molto disagio a quella postura, e se ne sperassi un buon risultato. Risposi che la cura era men dolorosa che non paresse, poichè l'attitudine forzata in cui mi vedeva non durava molto, ed anche in questo intervallo, la lettura e il pensare temperava la noja di quella dura immobilità. Quanto all'esito, non lo sperava molto felice, nè me ne preoccupavo gran fatto. Dissi che mi trovavo lì più per altrui volere che per il mio, e che non credevo di tanta importanza la forma del corpo, da doverle sacrificare a lungo l'attività dello spirito e l'aria libera della campagna.