«Cerchiamo un cheto asilo
In quelle sfere luminose ed alte
Dove l'occhio di Sirio
Splende d'azzurra luce, dove suona
La lira d'oro, dove nuota il bianco
Cigno sull'onde della Lattea via.
Di quei lucidi mondi ospiti arcani,
Accoglieteci amici in mezzo a voi!
Quante cose mirabili vedremo
Che appena in sogno intraveder c'è dato.
Anelli di rubino
Cerchiano i nostri lucidi orizzonti,
Cantano nuovi augei sui vostri monti.
Un'aura fresca nelle notti estive
Scote i cespugli ombrosi,
Albergo delle fate. Ivi la luna
Sempre piena e rotonda
Rischiara ed inargenta
Sui laghi azzurri il palpitar dell'onda.
Scende dai dolci clivi
Un effluvio soave e dilettoso,
E il silenzio notturno ha mille suoni
Che pajono sospiri
D'anime erranti pegli eterei giri.»
Non so se questi versi sieno drammatici, e non so come saranno accolti dalla nostra platea e dalle eleganti capinere dei nostri palchetti. Il soffitto dei nostri teatri ci toglie la vista del cielo, e ci rende insensibili a certe idee. Ma se il Galileo fosse mai recitato a ciel sereno, chi sa che codesta escursione pei campi del cielo trovasse miglior accoglienza, come certo dovea trovarla l'apostrofe al sole di Fedra nella tragedia di Euripide, nel teatro aperto d'Atene.
Mentre assorto in questi pensieri aveva dimenticato la stanchezza, il letto e la chiave, sentii suonar il tocco dal torrione del Palazzo Vecchio.
Addio spiriti, dissi! Addio spiriti dell'abisso e del cielo! Minerva e Venere Urania, stella mira e variabile, degna di rappresentare l'Italia!
Un passo regolare e affrettato mi venne nel medesimo tempo agli orecchi ad una certa distanza. Il passo si accostava ognor più, e suonava più distinto e più forte negli aprichi silenzii della notte.
Mi avviai dal mio lato verso la porta, mentre l'altra persona si avvicinava dal lato opposto alla medesima direzione.
Era il mio caro nipote, al quale, come potete ben credere, non feci rimprovero alcuno di non essere tornato a casa prima di me.
— Che v'è di nuovo? — gli chiesi.
— I fondi italiani si sono alzati di un punto e 17 centesimi.
— Oh! vero figlio del secolo — gli dissi! — Vieni ch'io ti abbracci! Anzi da questo momento, dacchè ti mostri così bene informato della nostra situazione economica e finanziaria, scambiamo nome ed officio.