Ma erano però tanto contenti dell'ambo!
[I DUE CASTELLI IN ARIA.]
I.
La Camelia.
Matilde, quando io la vidi la prima volta, poteva avere tutt'al più sedici anni. Ella era l'unica figlia del conte Rinaldo di Susans, una delle più ricche e nobili case della provincia. Venuta alla luce assai tardi, quando il padre e la madre aveano già perduto la speranza d'aver un frutto della loro unione, fu circondata fin dalle fasce di tutte le cure che la tenerezza materna e l'orgoglio patrizio possono suggerire. Padre e madre erano fino allora vissuti per se medesimi; ora rivolsero entrambi il loro diviso egoismo in lei sola, e non vissero che per lei. Se creatura al mondo potesse essere un modello di perfezione e centro di tutte le umane felicità, questa creatura pareva dovesse esser Matilde. Lei ricca, lei bella, lei nobile, lei fornita di naturale ingegno e di tutti i mezzi più validi a svilupparlo. Il padre e la madre vagheggiavano codesto idolo, fabbricavano nella loro immaginazione il suo avvenire; la vedevano amata, ammirata, fatta segno d'una specie di culto a tutto il paese. Oh! se avessero potuto fabbricarle anche un compagno degno di lei! Questa sola idea, questo solo dubbio intorbidava le loro serene fantasie, e interrompeva il corso de' loro amorevoli sogni.
Appena Matilde cominciò a muovere i primi passi, appena la sua lingua balbettò le prime parole, si pensò al genere di educazione che si sarebbe adottato per questa privilegiata creatura. Il conte e la contessa erano stati educati come usava al lor tempo, in quel tempo in cui si diceva: — Tu sei nobile, tu sei ricco, che bisogno hai tu di studiare? Il povero che non ha terre al sole, studii e si affatichi per te. — Aveano imparato, una il ballo in convento, l'altro la scherma in un collegio di Gesuiti: sapevano scrivere, essa un viglietto d'invito, egli una rimostranza al fattore: quella avea letto la Clarissa di Richardson per tenersi in guardia dai Lovelace, questi il Candido di Voltaire per imparare a prendere il mondo con una certa superiorità: del resto avevano ubbidito ai consigli tradizionali ch'io dissi, senza pensare più là: anzi quando sentivano parlare di nuovi metodi educatorj, di nuovi istituti e di una farragine di libri che s'andavano stampando a tal uopo, ridevano cordialmente e chiamavano col titolo di novatori e di filosofi moderni tutta quella buona gente, veri don Desiderj disperati per eccesso di buon cuore.
Ma quando ebbero questa figlia si trovarono non so come cambiati. Le nuove idee erano loro entrate nel sangue senza che se ne avvedessero, anzi malgrado loro. Molte cose, che si sogliono biasimare finchè si considerano così in astratto, fuori del caso di metterle in pratica, si mostrano poi sotto un aspetto diverso quando l'adottarle o il respingerle può in qualche modo influire sul nostro ben essere. Ciò avvenne appunto ai genitori di Matilde. Cominciarono a dirsi fra loro: — Che fosse vero? Che abbiano ragione costoro? Che una migliore educazione possa proprio concorrere alla maggior felicità di Matilde? Bisogna provare: non foss'altro perchè il mondo non abbia a dire che si è trascurata alcuna cosa per lei. — Persuasione o vanità che fosse, fu stabilito fino da quel momento che la bambina sarebbe educata secondo i metodi, non dirò migliori, ma più moderni. E forse il conte e la contessa, facendo un esame di coscienza un po' più scrupoloso del solito, si saranno stimati per quello ch'erano, non per ciò che si sforzavano d'apparire. — Ella dev'essere più colta e più felice di noi! — si dissero i due conjugi, concludendo un diverbio in cui s'erano immersi un bel dopo pranzo, il giorno che la loro bambina era tornata da balia.
Povera bambina, da quel momento la tua sentenza fu irrevocabile. Tu dovevi riuscire perfetta e felice a lor modo!
Il metodo di educazione adottato dal conte e dalla contessa divideva l'educanda in tre parti: corpo, spirito e cuore; il corpo doveva riuscire sano ed elegante; lo spirito ornato di tutte le cognizioni che piacciono nella donna; il cuore poi bisognava preservarlo da tutte le forti emozioni di qualunque genere fossero — perchè — diceva il conte — le nostre passioni devono servire ai veri interessi della famiglia, — e perchè — aggiungeva la contessa — chi ha un cuore troppo sensibile, è alla fine infelice, ed io lo so per prova. — I due nobili conjugi si guardarono in volto, parvero voler dirsi non so che altro, ma poi si tacquero per prudenza. Il conte si contentò di grattarsi la tempia col dito mignolo, la contessa si morse un pochino il labbro inferiore e s'accostò alla finestra per pigliar aria.