Le lettere mirano indietro come colui che piglia campo per avventarsi più abbrivato nell'avvenire; vita, speranza sono le lettere, e avviamento certo a quella perfettibilità alla quale consentirono i cieli che l'uomo pervenisse quaggiù come ragione del vivere e ricompensa della fatica.

VI.

Non tutto concedesi a tutti, ed è parte di sapienza non piccola credere così, e chiamarsi soddisfatti che così sia; imperciocchè laddove all'anima i desiderii donassero ali sarebbe piuttosto colpa che viltà astenersi dal volo, il quale con le sue ampissime ruote comprendesse quanto uomo può sapere, ed anco più oltre. Questo la Provvidenza non volle; però battere col desiderio ad una porta che non si aprirà mai, è tale agonia che mena alla demenza od alla disperazione.

Difficile sopra modo penetrare gli arcani di Dio, però quanto più l'uomo si terrà lontano da siffatta prosunzione tanto meglio farà, e tuttavolta se disegno di lui fu che gli uomini uno dell'altro abbisognassero affinchè il consorzio appetissero, per gli scambievoli offici si ricercassero e prediligessero, certo non senza alto consiglio era creata la varietà degl'ingegni e dei talenti, affinchè dove quegli mancava questi supplisse.

Non per ciò si deve intendere che l'uomo si mantenga tanto chiuso nella sua arte o scienza che le altre dispettoso ripudii; mai no, bensì s'intenda in questo altro modo che ponendo egli il fondamento in una cosa le altre più o meno da lontano saluti, o tanto cerchi, quanto conferiscano a somministrargli migliore notizia della sua. Inoltre occorrono certe maniere di arti e di scienze che arieggiano fra loro come figliuole genuine dei medesimi parenti: arti e scienze di cui una non può levare la voce senza che l'altra non vi risponda, e queste talora vedemmo ospitate sotto un medesimo tetto, e con santo amore e pari prestanza coltivate tutte. Fra gli artisti Michelangiolo le universe arti, che chiamansi belle, esercitando lasciò incerto il giudizio dei posteri in quale primeggiasse. Lionardo da Vinci oltre a questo lasciò libri su la pittura, intorno alla statica, e delle cose fisiche molto scrisse o poco noto ai suoi tempi, o affatto ignorato, e per virtù sua da lui solo conosciuto; inventò strumenti nuovi e musicò egli stesso soavissimamente. Terribilissimi per moltiplice e svariato sapere, come lo furono coi fatti, anco i frati tra noi, massime Tommaso Campanella e fra Paolo Sarpi, storici, matematici, di ogni arcano di natura ricercatori solerti e scuopritori spesso felici; e per non dilungarci troppo basti allegare per tutti Giovanni Pico della Mirandola.

Ma se comparisce naturale che in messere Francesco Guicciardino e in Niccolò Macchiavello il maneggio dei pubblici negozii accenda l'attitudine a bene comprenderli e l'arte di vestirli con accomodate parole, può parere in altri ostentazione di talento, e diremmo quasi d'jattanza, sciorinare opere fra loro disparatissime. Così non troviamo niente a riprendere alloraquando Goethe canta inni su tutte le corde della lira alemanna, e tesse drammi a foggia di quante scuole comparvero fin qui; taluni, nuovi, ricavati dal proprio intelletto e detta romanzi e memorie; regge teatri ed amministra lo Stato; ma sembra che non isfugga allo spruzzo di vanità quando egli imprende a trattare di mineralogia, e, secondo che ci affermano, anco di anatomia. Nasce dubbio eziandio, che talora il versarsi in discipline troppo diverse sia segno di mente piuttostochè ampia, sformata, come a modo di esempio ne comparisce quella dell'Hoffmann, il quale sedeva giudice in tribunale e immaginava racconti di cui la creazione contendonsi le Muse e la Pazzia, dipingeva vôlte, intagliava modelli di smerletti, e presiedeva alla orchestra di teatro. Però badisi che non senza disegno qui più che altrove si adoperarono formule dubitative, conciossiachè se vanità espressa o follia questo moltiplice trasformarsi si ha da reputare nei mediocri (com'era quel tale giureconsulto che, conferendo col Montaigne, invece di parlare di leggi gli tenne discorso continuo di fortificazioni), la esperienza e l'ossequio in cui meritamente si devono avere gl'ingegni rari ci renda rispettivi a giudicarli; chè la temerarietà è quasi vaiolo, il quale se incolga ai giovani, stante l'avventatezza della età, non si giudica mortale, diversamente negli anni maturi: tuttavolta si può riputare provato che chi troppo si spande meno si addentra, e ne abbiamo prova nel Brugham, il quale non pago alla gloria di avvocato chiarissimo, di uomo di stato insigne, volle esercitarsi nelle discipline pedagogiche, nella chimica, nella fisica e via discorrendo: per modo che in taluna gli avvenne di mostrarsi meno che mediocre, e non poteva fare a meno. Imporre limite al corso dell'umano intelletto non sarebbe prudente, poichè quello a cui non arrivò una generazione pervenne l'altra; e quantunque anche a questo corso presentiamo un fine, pure ci torna difficile determinarlo, onde fie meglio non assegnargli limite alcuno, massime perchè non sapremmo come si potesse impedire all'uomo di oltrepassarlo quante volte gliene pigliasse vaghezza: lasciando pertanto liberissimo il corso alle inquisizioni della umanità, fie senno appunto per renderle più efficaci che l'intelletto del singolo uomo, piuttostochè sperperarle in troppe più cose che la sua natura comporti, si affatichi virtuosamente ad approfondire uno o due dei problemi, che tanti e tanto difficili si vanno di giorno in giorno moltiplicando intorno al suo miglioramento. Questa dottrina umilia la presunzione di parecchi, ma non è da farne caso, imperciocchè la prosunzione indichi la presenza della ignoranza, come l'odore dello zolfo una volta quella del demonio: gli uomini umili di cuore e sapienti di spirito assai di leggeri si persuadono non essere ognuno di loro libro compito, bensì tomo scompagnato di tale opera a cui non sarà dato fine che coll'ultima vita della umanità.

VII.

Agitarono un tempo con molta caldezza nelle scuole la questione se deva prima attendersi allo studio delle arti della parola, ossivvero all'altro di acquisire e di ordinare le idee: fra tutte le oziose dispute oziosissima questa; dacchè le idee nella mente umana sorgano delineate dalla parola, come gli oggetti sporgono fuori dall'ombra contornati per virtù della luce. La idea scevrata dal modo di significarla noi non sapremmo concepire, eccetto che come un dolore del cervello, e sarebbe peggio della moneta nell'arca dello avaro; imperciocchè la moneta quantunque chiusa possederà forma, contorno, e la sua testa e l'arme, ma la idea sarà meno che embrione; la prima, aperto il serrame, uscirà a fecondare dei commerci qualunque tocchi; la seconda, per quanto tu volga la chiave, non spillerà fuori della conserva. Nè possiamo separare nella nostra mente la vita dalla parola, o almanco dalla voce, e per ciò dalla idea; e questo così nell'uomo come nella bestia, restando omai posto in sodo presso lo universale che le bestie, per possedere organi più difettivi dei nostri, non perciò furono dotate meno del talento di manifestare gl'interni moti dell'animo giusta le loro necessità. Quando Dio animò l'uomo certamente gli disse quello che Michelangiolo dando del mazzuolo sul ginocchio a Moisè gridava: parla! Chè a ragione nel concetto di quel divino ingegno la vita si comprendeva nella parola. E forse senza paura d'inciampare potrebbe arrisicarsi di più, affermando che Dio stesso per rivelarsi ai mortali diventò parola: Deus autem erat verbum. Ma ciò poniamo per buoni rispetti da parte, e da parte mettiamo altresì quello che da altri egregiamente, e da noi nella guisa che potemmo migliore, fu detto intorno alla dignità, virtù e potenza della lingua, contenti di aggiungere questo che parrà a taluni soverchio e non pertanto si trova verissimo: valere la lingua a conservare la nazionalità dei popoli, meglio dei pensieri; anzi i pensieri conferire a dissolverla, quanto a stabilirla la favella; di vero i pensieri sono cosmopoliti, e corrono corrono senza guardarsi mai addietro, riuscendo magnifici e copiosi quanto più si allontanano dalla sorgente, mentre all'opposto le lingue compiaccionsi dell'aria paesana, e sovente per ritemprarsi amano di ritornare ai loro principii.

Qui vuolsi considerare la lingua come strumento, e sotto questo aspetto mirate un po' come il muratore prima d'imprendere il suo lavoro apparecchi la cazzuola, la squadra, l'archipendolo, la calce e i mattoni; lo scalpellino, i mazzuoli e le subbie; altri, altri arnesi; ora lo scrittore per chiarire gl'interni sensi non dovrà fare procaccio di buono e fido arnese com'è per lui la favella? Il gran-cancelliere d'Inghilterra Francesco Bacone insegnò con la profondità che in esso era natura, che l'uomo il quale sa tutto compendia tutto: adesso come potrebbe egli arrivare a questo se non conoscesse nelle più riposte viscere il valore delle parole per appropriarle alla più breve, efficace potente manifestazione del suo pensiero?

La sapienza umana, per quello che spetta all'uso che si può fare di lei, somministra strumenti, i quali forse non tornerebbe inopportuno distinguere in primi e secondi, a cagione non tanto della genesi quanto della importanza loro, e fra i primi pare che si possano riporre la lingua e la logica, nei secondi la religione, la poesia, le scienze fisiche e morali, la politica, il commercio, le industrie, seppure questi studii non devano, come si ha da credere, comprendersi nella denominazione generica di scienze fisiche e morali.