Nè già si creda, che senza mio sommo pericolo fossero i soccorsi, che, secondo l'obbligo mio, dava allo Episcopato per lo esercizio delle sue legittime prerogative, e la preghiera al fiorentino Arcivescovo, che con la presenza e i riti la religione commossa confermasse. Un cartello infame fu affisso nel giorno terzo o quarto di aprile all'Albero della Libertà, piantato in Piazza del Duomo, e fatto remuovere vi ricomparve più volte, il quale diceva così: «Due traditori (il primo era io, il secondo Monsignore Arcivescovo) si sono dati la mano per tradire il Paese; si muova il Popolo, e si dia la meritata pena, prima che gli scellerati disegni sieno compiti.» A vero dire io non ebbi mai l'onore di favellare con lo Arcivescovo; ma non importa; noi cospiravamo insieme per tradire il Paese. In quanto al soggetto cui accenna l'attestato di Monsignore Vescovo di Milto, mi dichiarò mortalissima guerra; scriveva lettere ortatorie perchè mi si spingessero contro come a un verro di macchia, perchè traditore della Patria, venduto ai tiranni, col corredo delle consuete ribalderie, che i ribaldi costumano. La Polizia sorprese una di queste lettere, e svelò come anch'egli partecipasse alle trame del Frugoni di cui ho parlato a pag. 369 di questa Apologia. Longanime come è mia natura, non uso a tremare, e per paura offendere, tardo a muovermi quanto più in grado di accompagnare il baleno del volere col fulmine del fare, io mi restrinsi a spedire la lettera intrapresa del tristo Prete a Manganaro, ordinandogli di depositarla negli Archivii della Polizia, e sorvegliare, e sfrattare il Frugoni.[400]

Ma tornava al benevolo disegno della Accusa raccontare di Preti imprigionati e di Arcivescovo offeso, me annuente o impotente. Ciò non pensava il Vescovo di Livorno, e molto meno lo Arcivescovo di Firenze, che a me ricorrevano per protezione in tempi anche più torbidi, e la ebbero, però che io con tutti i nervi mi vi adoperassi. Ma che importa questo? Ciò che si dimostra lo Arcivescovo non avere mai pensato, pensa l'Accusa; e non solo lo pensa, ma lo rimprovera, e ne forma subietto d'imputazione.

L'Accusa fonda il rimprovero: 1º sopra taluni ordini spediti l'8 febbraio 1849, dove leggonsi l'espressioni: «Si vuole ovunque mantenuta la pubblica tranquillità, ed energicamente represso ogni tentativo reazionario contro lo attuale ordinamento, se vi fosse tanta stoltezza da tentarlo. I Parrochi in ispecie, e Preti in generale, debbono rigorosamente guardarsi, e ove costoro, o chiunque altro, si cogliessero in fallo, sieno irremissibilmente carcerati e processati;» 2º sopra una lettera del 19 febbraio che dice: «Se trova Preti renitenti o traditori, è tempo finirla; si arrestino questi indegnissimi figli della Patria e di Cristo, e si mandino legati a Firenze. Non ammettiamo esitanza, dubbio, od osservazione in contrario: sotto la responsabilità sua, si leghino e mandino in Firenze.»

Mi rifarò dal documento secondo. Le osservazioni, che questa lettera ignoravasi 1º a cui fosse mandata; 2º se spedita; 3º da cui scritta; 4º e da cui firmata, — conciossiachè le firme del signor Montanelli e mia non appaiono di nostro carattere, e il corpo della lettera neppure, come neanche di persone addette alle Segreterie, nè di familiari nostri; tutte queste osservazioni, almeno per quello che sembra, hanno persuaso l'Accusa a dubitare un tantinetto intorno alla autenticità di cotesto documento: però io mi stringerò a dichiarare in istil breve e succinto, che di questa carta io non devo dire nulla. Per qual motivo poi, con mille altre di pari natura, l'abbiano stampata nel Volume, pende il giudizio incerto. Alcuni sostengono, che la Istruzione dapprima si avvisasse apparecchiare il caos, onde i Giudici poi, quasi divini, dicessero: «si faccia luce,» e luce si facesse; — altri opinano, che ella intendesse fornire un saggio della intelligenza e della prestanza di taluni impiegati toscani; e si maravigliarono perchè il Volume dei Documenti non fosse spedito, con tante altre rarità, alla Esposizione di Londra.... ma, spicciandosi, sarebbero sempre a tempo; — altri, altra cosa dichiarano. Intanto stampano lo Indice, ottima giunta alla buona derrata, perchè accuratamente compilato, con diligenza elzeviriana corretto, sicuro nelle indicazioni; per sugosi sommarii, e soprattutto precisi, veramente esemplare;... questa opera inclita in ogni parte armonizza![401] — Favelliamo di altro. E quanto espressi sul documento secondo dovrebbe giovarmi anche pel documento primo, dacchè non sia scritto nè firmato da me, sibbene dal solo Segretario signor Allegretti. Ma il Segretario Allegretti, ricercato con lettera intorno alle ragioni del Dispaccio, risponde per lettera quello, che già abbiamo letto a pag. 289 di questa Apologia. Quando il signor Segretario sarà richiamato, come diritto vuole, non dubito punto nella rettitudine sua, ch'egli vorrà rammentarsi come mostrando nel volto dolore, gli domandassi che avesse, ed avendomi manifestato la repugnanza sua a scrivere disposizione siffatta intorno ai Parrochi, io gli rispondessi: «ed ella non la metta.» Se non che altri intervenne, e disse con impeto: «che importa a lei? Faccia il suo dovere, e obbedisca.» Ma queste cose non importa sapere all'Accusa.

Il Manifesto alla Europa afferma che il Governo non mandò armati a cacciare S. A. da Porto Santo Stefano, e, tranne alcuni pochi Municipali, nessuno; e dichiarò eziandio non essere mai stato instaurato in Toscana il Governo Repubblicano. Questo trovammo a prova essere vero esattamente, se ai Municipali aggiungi i quattordici artiglieri, quantunque rispetto a me non sapessi degli uni nè degli altri. Però non vuolsi revocare in dubbio che le voci corressero diverse dal vero, siccome vediamo per ordinario accadere; se per forte mano vogliasi intendere la colonna Guarducci, nè ella, come chiarii, era spedita da me, nè da altri del Governo, e veniva nel giorno 18 richiamata a Livorno, e rivolta verso il contado lucchese; se per capi stranieri D'Apice e La Cecilia, il primo non si mosse da Empoli, e ricusò il comando; a La Cecilia non fu commesso dal Governo ufficio di sorta, nè leggo avere operato cosa alcuna, tranne bandire proclami, proporsi di capitanare le milizie civiche della Maremma, e, non rinvenuto il terreno molle, data una gira-volta, tornarsi a Livorno prima del 20 febbraio. Il cannone di Orbetello bene salutò la Repubblica, ma la Repubblica in Toscana non era; per la quale cosa il Manifesto alla Europa non ismentendo (come inesattamente scrive il Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze, a pag. 23 della sua Requisitoria) le cannonate di Orbetello, disse a ragione erroneo il supposto, che la Toscana, decretata la decadenza del suo Principe, si fosse costituita a reggimento repubblicano.

E perchè si conosca a prova quanto il mal genio dello errore abbia presieduto a questa opera infelice della Magistratura toscana, noterò come il Regio Procuratore rammentato adduca a conferma di un fatto vero una prova falsa. Veri gli spari di cannone ad Orbetello il giorno 20 di febbraio; non vero, che ne faccia fede il Dispaccio, allegato dalla Requisitoria, di Carlo Pigli; ed è evidente. Il Dispaccio del Pigli apparisce dettato il 22 febbraio a ore 5, m. 45 pom., e dice: «ieri a Grosseto e a Orbetello fu grandemente festeggiata la Repubblica con sparo di artiglierie ec.;» lo ieri del 22 pare quasi sicuro (a meno, che non lo voglia contrastare il signore Paoli) che sia il 21: però, stando a questa prova, il Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze ci vorrebbe dare ad intendere, che S. A. sentisse nel 20 febbraio i colpi di cannone sparati il 21!!! Ma queste le sono baie.

Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucis

Offendar maculis.....

Nonostante, quando si agita del sangue e della fama di un uomo, uno scrupolo più di coscienza non parrebbe che potesse guastare la ricetta.

Onde sieno completi gli schiarimenti sul Manifesto alla Europa, dirò che fu composto sul principiare del marzo. Ora, mantenendo viva (come sarà provato fra poco) la Legge Stataria in Firenze per prevenire uno sconvolgimento in senso repubblicano, chi scrisse cotesta carta, la quale comparisce vergata da mano non mia, per certo reputò nella sua prudenza necessario, e lo era, insinuarvi qualche parola vaga la quale trattenesse gli arrabbiati da darsi alla disperazione; imperciocchè i disperati tutti sieno temibili; i politici poi, tremendi: e questo vedemmo, e tutto giorno vediamo. Niccolò nostro lasciò ai Partiti un buono insegnamento, di cui, se volessero seguitarlo, questi potrebbono avvantaggiarsi non poco; ed è: — che bisogna contentarci del vincere, e schivare lo stravincere. — Nè io avrei potuto contrastare coteste frasi senza venire ad aperta rottura coi Colleghi, mettendo da capo a repentaglio ogni cosa; molto più se si avverta, che il Partito Repubblicano durava sempre abbastanza gagliardo da consigliare il mantenimento della Legge Stataria per contenerlo; e dall'altra parte, che incominciando a stringere il tempo della convocazione dell'Assemblea, urgeva per me tentare il provvedimento supremo di riporre in mani toscane la sorte della Toscana; il quale con buona fortuna (altri dirà, se con senno ed ardire) mi venne fatto operare col Decreto del 6 marzo. Io non mi sentiva uomo, per poche parole senza costrutto, mettermi in avventura di sconciare le cose. Come poi devansi giudicare la parole espresse in simili angustie, vedremo nella ultima parte di questa Apologia, dove riporterò la opinione di uomini di Stato, e di Storici reputatissimi, intorno a casi non pure somiglievoli, ma quasi identici.