Il terreno che io ho da percorrere brucia: scerrò quello che scotta meno; e dirò soltanto, che più meditava il Proclama del 17 febbraio del Generale Laugier, meno mi riusciva intenderlo. Per nessun segno io poteva ritenerlo sincero.
Infatti il Proclama dichiara, che il Granduca nello allontanarsi da Siena aveva nominato un Governo Provvisorio: ora questo era patentemente falso, nè conosciuto in quel tempo, nè mai; anzi contradittorio con la lettera e con lo spirito delle dichiarazioni granducali del 7 febbraio: con la lettera, perchè nulla contenessero espressamente in proposito; — con lo spirito, perchè raccomandando a noi i regii servi (e non invano), cosiffatta raccomandazione a privati non si poteva indirizzare; e se il Principe avesse eletto un Governo Provvisorio, noi privati cittadini ridivenivamo: inoltre pensava, che se il Principe avesse lasciato qualcheduno a rappresentarlo, sarebbe stato un Luogotenente, non un Governo Provvisorio. L'affermazione del Proclama accennava a due cose: prima, a una menzogna; seconda, ad uno errore commesso, o fatto commettere, perchè il Paese versasse nell'anarchia. Sosteneva inoltre avere vietato alle truppe di sciogliersi dal giuramento, ed anche di questo non era comparsa notizia. — Della Commissione conferita al De Laugier, nessuno fu avvertito dal Principe in modo autentico; in quanto a me, dopo l'ultima lettera particolare del signor Commendatore Bitthauser da Siena, nella quale mi si prometteva prossimo il ritorno del Principe, e intanto a suo nome mi si raccomandava la quiete della città, non ebbi avviso di sorta, neppure verbale. Nè anche Sir Carlo Hamilton mi riportò invito, ordine, raccomandazione, o che altro, da Santo Stefano. Al Governo, eccetto la lettera e la dichiarazione del 7 febbraio, non pervenne altro atto dalla Corona direttamente nè indirettamente. Ma non soli noi; non il Senato, non la Camera dei Deputati, non il Municipio, nessuno insomma ricevè avviso, che appo loro accreditasse il contegno del Generale Laugier.
Ingrate materie io tratto, e con ingrato animo; ma se dei generosi non è spento il seme, ricorderanno, che io mi difendo da capitale accusa, e deploreranno con me chi mi ha ridotto in questo non giusto stato. — Sopra tutto mi faceva andare pensoso la chiamata dei 20,000 Piemontesi. Gli uomini che presiedevano allora ai consigli del Re Carlo Alberto si erano mostrati, non dirò poco benevoli, ma con mio sommo rammarico avversi alla Toscana. In altra parte di questa Apologia ho favellato delle quistioni col Governo di Piemonte poi confini; fu visto che per comporre coteste faccende era stata proposta al Ministro Pareto una commissione mista di Piemontesi e Toscani; accolto il partito, riceveva un principio di esecuzione. Avenza (come ognuno conosce) fa parte di Carrara: occupata prima dai Piemontesi, dopo l'armistizio Salasco la sgombrarono: allora, gli Avenzini imploranti, presero a presidiarla i Toscani. Il Piemonte a un tratto, sopportando ciò molestamente, c'impone la uscita non senza aggiungere minaccie. A questo punto, salito al Ministero io, trovai la quistione. Proposi allora alla Corona saggiare un po' di quali frutti sarebbe stata portatrice la Costituente, fino dal 12 Maggio 1848 da lei bandita fra cotesti Popoli, opposta come mezzo di difesa al Piemonte; e piaciuto il consiglio sfidai in certo modo il Governo Sardo a rimettercene al voto universale. Il Piemonte aderiva: proseguendo nelle trattative, fu convenuto una forza mista di milizie piemontesi e toscane, fino al giorno della votazione, presidiasse Avenza; in quel giorno si ritirasse; due commissarii, uno per parte, alla votazione assistessero. I Sardi, presentendo sfavorevole lo esito del negozio, adesso si danno a mettere in campo cavilli: opposi a tenacità tenacità; il convenuto solennemente ebbe ad adempirsi, ed è cosa degna di considerazione, come due soli voti ottenessero i Piemontesi. Con voglie prontissime gli Avenzini confondevansi alla famiglia toscana.[458] Ottimo esperimento era cotesto, e pegno felice a bene sperare della Costituente quando le vicende politiche ci avessero persuaso o costretto di ricorrere a lei. Piemonte, mal soddisfatto, metteva innanzi non so quali irregolarità di votazione, e mandava di nuovo Carabinieri ad Avenza per tenervi lo ufficio. Inestimabile, e l'ho detto, fu la contentezza della Corona per l'esito di questo suffragio universale. Pareva a lei, come a chiunque altro, che procurare alla Toscana confini naturali fosse un bello acquisto, — e più ne letiziava il cimento prosperoso del voto.
Nel decembre i Piemontesi tentano torci Panicale, per la qual cosa il Regio Commissario conte Del Medico si risentiva gagliardamente scrivendo al Delegato di Sarzana:
«Devo significarle il dispiacere e la sorpresa che ho provato nel ricevere dal signor Sabatini, R. Delegato di Pontremoli, la notizia che a Panicale si fossero avvisati di procedere ad una votazione assistita soltanto da alcuni Sarzanesi, senza la presenza di verun Toscano, e, dirò di più, accompagnata da minaccie e da violenze. — Come non sentirne dispiacere? Oltrechè quei modi non sono civili nè onesti (non parlo della legalità la quale niuno vorrà per certo affacciare), non si addicono poi a popoli di amiche Potenze, e molto meno ad Italiani del nostro tempo.»
Più tardi (referisco le parole del Monitore), correndo il 12 decembre, il villaggio di Parana fu preso da alquante milizie piemontesi, che ne cacciarono fuori le toscane;[459] tennero dietro i dissidii per Mulazzo, Calice, Pallerone, e terre altre parecchie, su di che vedi il Monitore del 3, 12, 27 decembre 1848, e 6 febbraio 1849, e le corrispondenze officiali, quando me le daranno.
Per queste tribolazioni sarde assai si turbava la Corona, e penso non dilungarmi troppo dalla verità, se confermo, che principalissimo motivo a renderle accetta la Costituente fu quello di potere opporla quando il bisogno stringesse alle tendenze corrosive sarde, che lievi adesso, ma tenaci, davano a pensare del futuro assai. Meschina contesa fu quella, per non dire di peggio; intorno alla quale una considerazione mi conforta, ed è questa, che la si deve attribuire unicamente a colpa degli zelanti, flagello dimenticato dal Profeta Natan, e fatale a qualunque Governo, il quale comunque per ordinario diligente venga distratto da cure supreme.
Con simili premesse, come io dovea credere che di punto in bianco dal sospetto si traboccasse nella sconfinata fiducia? E come supporre vero, che, mutata di subito politica, la Corona si gittasse a occhi bendati in braccio al Piemonte? Non era mica indovino io; e badate, se anche avessi indovinato, non per questo mi sarei trovato meno deluso, conciossiachè se la Corona, cedendo a improvvidi consigli, chiamò un giorno il soccorso sardo, il giorno veniente lo disdisse: però io avevo buon fondamento a ritenere il soccorso sardo non vero, perchè non verosimile.[460]
E qui ripeto, che l'obbligo di soccorrere quei Popoli alla nostra fede commessi ci correva grandissimo, dacchè pareva duro, dopo averli alienati dai Piemontesi, esporli adesso al loro risentimento, che pur talvolta provano anche i generosi quando si vedono disprezzati. Ad ogni modo il nostro dovere era cotesto, perchè, se i fati non ci vogliono uniti nel grembo di una stessa famiglia, la gente apuana serbi almeno per noi stima di probi, amore di fratelli.
Quando conobbero menzogna lo intervento piemontese, cotesti Popoli mostraronsi a viso aperto contrarii al Generale Laugier, e con lettere pressantissime e messaggi dicevano: «Ci affrettassimo a liberarli dalla insopportabile molestia. Non essersi dati alla Toscana per patire le stravaganze di un soldato, che non adempiva al dovere, voltando la faccia colà dove non erano nemici.»[461]