Seconda, come in tutti questi atti emanati da me, sempre circuito dallo inquieto sospetto degli Inquisitori rivoluzionarii, pure lontano alquanto dalla violenza immediata io non adoperassi verbo nè facessi allusione alcuna relativa alla Repubblica: riscontro sicurissimo dell'animo mio intorno a questo particolare.

Terza, come per me non fossero incarcerati, nè si ordinasse incarcerarsi Sacerdoti; i quali no, mai, se Sacerdoti davvero, io mi condurrò a credere nemici della Patria nostra, a noi tutti, quanti sortimmo nel suo grembo la vita, per tanta bellezza, e più per tanta sventura sommamente diletta.

§ 9. Corruttela delle milizie laugeriane, e di tutte in generale, e accusa del giuramento.

A materia ingrata subentra altra ingratissima. Nel modo di concepire dell'Accusa, so bene io che cosa ella intenda per corruttela, e come non le piaccia nè le giovi distinguere; a me all'opposto talenta analizzare ed esporre dirittamente la materia al giudizio altrui. Ora, se per corruttela si voglia indicare la indisciplina delle milizie, apparirà strano davvero che a me si attribuisca; se invece per corruttela s'intende la parzialità dimostrata a difendere la Patria, la repugnanza a seguire, e la prontezza ad abbandonare il Laugier, si vedrà del pari come male possa essermi attribuita. E innanzi tratto, favelliamo del Decreto che scioglie le milizie dal giuramento. Questo Decreto fu apparecchiato per ordine di non so cui, e presentato alla firma; io ricusai firmarlo, sì perchè i nostri sindacatori non lo esigevano, sì perchè ho piccola opinione dei giuramenti, i quali dovrebbero legare moltissimo, ma alla prova vediamo che stringono pochissimo: ne abbiamo uditi tanti di questi benedetti giuramenti! — Breve; di giuramenti non sono partigiano gran fatto, perchè l'uomo probo, e che teme Dio, non ha mestiero di altro ritegno, che il timore di offenderlo; e per lo improbo, i giuramenti sono come funi a Sansone quando aveva i capelli cresciuti.... E Cristo maestro lasciò scritto: «sia il tuo parlare: sì, sì; no, no; il soverchio a queste parole viene dal maligno.» Ho letto ancora, che Ugo Foscolo, il quale per fede intemerata fu, piuttosto che raro, unico al mondo, soleva portare uno anello dove erano incise le parole: est, est; non, non; nobilissima impresa, che ognuno che voglia può meritare. Nonostante la mia opposizione e la mancanza della mia firma, il Decreto venne stampato, e col mio nome. La sera il Generale D'Apice accorse ad osservarmi come gli paresse cotesta provvidenza inopportuna, ed io gli rispondeva approvando il suo concetto; solo non comprendere il motivo delle sue riflessioni, però che io mi fossi astenuto da firmare il Decreto, e non avere voluto che si stampasse. Egli replicava averlo letto: io soggiungeva essere impossibile; finalmente chiesto il Monitore, esaminando, trovo il Decreto stampato. Procedei alle debite indagini, interrogai ufficiali e stampatori, e chiarii come lo sconcerto nascesse dal costume, che mi assicurarono antico, di raccogliere i Decreti dalla tavola dei Ministri, e farli firmare dopo stampati. Più del costume pessimo ed antico, scusava poi la nuova pressura, imperciocchè ai Decreti nostri sovente accadde quello ch'ebbe a sperimentare il Governo Provvisorio di Francia nei suoi, «i quali, pretesi con gridi impazienti da quelli che accorrevano a dimostrarne la urgenza, erano portati via e stampati, prima che fossero sottoscritti dai Componenti il Governo Provvisorio.»[478]

Questo fatto molto di leggieri poteva chiarire l'Accusa interrogando gli ufficiali del Ministero dello Interno, tanto gli eletti quanto i reprobi, e qualcheduno degl'impiegati alla compilazione del Monitore; potevasi eziandio ricercare il Generale De Laugier, che presentasse la mia lettera, dove di questo fatto gli si ragiona; e al D'Apice era dato somministrare in proposito testimonianza pienissima; ma tanto è pervertito il fine dell'Accusa, così, falsato il suo instituto, ella dimentica lo ufficio che le commise la Società, che il vero teme, e fugge, se nuoccia al fine della condanna.

Nè qui, nè a questo soltanto si limitò l'Accusa; e quante volte i testimoni vollero deporre quello che venne loro dettando la coscienza, udironsi dire da taluno degli Esaminatori: «basta.... non importa altro

Questo nasce dal pervertimento delle nozioni più ovvie intorno allo ufficio del Ministero Pubblico, che fino dal principio di questo lavoro noi con l'autorità del Guizot deplorammo. Non è duello, no, lo incontro del Ministero Pubblico col prevenuto; questo sarebbe scelleratissimo, imperciocchè rinnuoverebbe lo spettacolo dell'uomo inerme gittato alle bestie feroci; — sarebbe pagano. Un credente di Cristo, Santo Telemaco, incontrò il martirio perchè questa infamia presso gli antichi Gentili cessasse nei circhi; ora potremmo noi moderni cristiani patirla rinnuovata nei fôri? No; — la Legge e la Società non hanno istituito il Ministero Pubblico avvocato, furiere e provveditore del patibolo; egli non deve fare dell'accusa un patrimonio suo proprio: non deve mettervi gara, come se si trattasse vincere un palio. Se, non vincendo l'Accusa, il Ministero Pubblico corresse pericolo dell'azione della calunnia, comprenderei, se non la fede, almeno il bisogno del sostenerla tenacemente. La Società e la Legge chiudendo il prevenuto, e sequestrandolo da ogni relazione, circondandolo di terrori, saziandolo con pane d'angoscia.... hanno confidato alla religione di chi presiede al Ministero Pubblico d'indagare sottilissimo le ipotesi della innocenza e della colpa; altrimenti il giudizio diventa assassinio giuridico. La Società e la Legge non sentono bisogno, molto meno vantaggio, a punire: in ciò non guadagnano la prosperità, nè la morale, nè la economia pubblica, nè nulla. Se alla religione del Ministero Pubblico la Società non confidasse altro che la vittoria della pena, come potrebbe resistergli il prevenuto? Chi cercherà le difese per lui? Chi lo assisterà? Chi supplirà con lo ingegno e la pacatezza a quanto gli rapiscono il tedio del carcere, e le ansietà della procedura? Come mai il prevenuto, sbigottito e solo, durerà davanti l'Accusa fredda, acuta, esercitata da lunghissima scherma, sovvenuta da cento braccia e da cento occhi, terribile Briareo? No; — l'Accusa è tutela di verità: se dimentica il suo instituto, o lo calpesta; se le prove della innocenza sopprime; se i testimoni favorevoli esclude, o non ascolta, o non provoca a dire quello che sanno; se i mezzi per chiarire la verità rigetta, — paga solo di quanto ella pensa capace per la condanna.... allora, perchè si raddoppiano impieghi? Perchè si commettono inutili spese? Il carnefice può fare tutto da sè.

Continuando adesso io dico, che se l'Accusa con le sue imputazioni vuolsi referire alla mia visita nel Castello di San Giovanni Battista, io colà mi recai in compagnia del signor Montanelli con la semplice intenzione di esaminare la indisciplina della milizia, che da ogni parte mi affermavano vergognosa. Trovai la Fortezza chiusa, remosse le sentinelle, Popolo stipato sotto le mura, parte dei soldati alle trincere, parte vaganti, e le milizie e il Popolo avvicendarsi ingiurie e sassate. Fatto aprire le porte, il Popolo vi sì precipitò, ma venne, con molta difficoltà, respinto, adoperandomivi io stesso. Dentro, tumulto infernale. Anche cotesta fu trista giornata. Le milizie schieraronsi in tre file, due laterali, una di faccia; da sinistra i Volontarii gridavano: Viva la Libertà! Viva il Governo Provvisorio! — Verso questi si avviò il signor Montanelli. Io, accompagnato dal Colonnello Baldini, m'incamminai al centro. Qui sorgevano diverse le grida; alcuni urlavano: Viva Leopoldo! — Altri: vogliamo andarcene! — Altri finalmente, e questi erano i troppo più: vogliamo la massa! Alcuni artiglieri, ma rari, minacciavano volerci puntare contro i cannoni. Passando davanti alla Linea, non una, nè dieci, ma cento volte dissi: che il Governo non costringeva nessuno; e chiunque volesse ritirarsi, lo facesse liberamente; noi poi non essere nè padroni, nè signori, nè nulla; soltanto preposti a mantenere illeso lo Stato a benefizio dello Stato medesimo, e di quello a favore di cui si sarebbe dichiarato il voto universale; ognuno di loro avrebbe potuto votare come meglio credeva.

E queste cose diceva in parte suggeritemi dagli stessi Ufficiali, che mi assicuravano come i soldati ritenuti a forza avrebbero voluto partire; e lasciati partire, avrebbono voluto rimanere. Così invece di esortare i soldati al giuramento, e incutere timore ai repugnanti, la verità è, che per me concedevasi a tutti facoltà amplissima di restare o di andare. Le mie proposizioni compariscono vere dalle cose che seguono:

Nel giorno stesso ci pervenne la seguente Protesta: