Udite adesso di grazia che cosa vi dice il Procuratore Regio D'Arlincourt. Egli vi narra: — «come io ingannassi da una parte e dall'altra, e però fossi da entrambe percosso.» — Poco dopo: — «come io, trattando più tardi col Municipio, giuocassi partita doppia,» — nonostante che abbia scritto poco sopra: — «come io troppo possedessi di sagacia e d'ingegno per non comprendere dai casi avvenuti e che avvenivano in giornata, che stava per accadere imminente la restaurazione del Granduca.»[591] — Questi sono martirii del senso comune, e Dio volesse che il nobile Visconte e compagni avessero crocifisso il giudizio soltanto! Ai giorni che corrono, di giudizii temerarii non è davvero a lamentarsi penuria; pure io aveva creduto fin qui, che lo scrittore, quando col suo cervello di farfalla non corre pericolo soltanto di commettere leggerezza, bensì di gettare un peso nella bilancia dove è librata la vita dell'uomo, dovesse avvertire che un grano più di pudore non guasterebbe certamente i fatti suoi: e le proteste di non volere pregiudicare, e poi lavorarti di straforo, ormai sono abiti usati così, che la vecchia ipocrisia li vendè al rigattiere, dal quale gli ha comprati la ipocrisia nuova, e, per averli rifatti nelle manopole e nel bavero, crede, che non le sieno riconosciuti addosso.

Rimane adesso a vedersi come io adoperassi i brevi giorni, che dal 3 al 12 intercedono, e ciò rispetto: 1º alla difesa della Patria; 2º alle disposizioni per la Tornata dell'Assemblea del 15 aprile. Parlerò prima della guerra, o per meglio dire della difesa delle frontiere. Fino dall'8 agosto 1848 a mediazione dei Ministri delle Potenze estere fu convenuto come lo esercizio di siffatto diritto non potesse somministrare all'Austria argomento di aggressione; nè il patrocinio stesso poteva ora mancarci, e non ci mancava, molto più quando ci fossimo ricondotti al pristino stato di cose di quieto. Non vale obiettarmi, che in questo disegno tornavano inutili gli apparecchi guerreschi: imperciocchè gli uomini che fanno mostra volersi difendere, vengono sempre più rispettati;[592] ed è sicuro che otterranno patti migliori, di quelli che disarmati si mostrano, e disposti ad accettare ogni carico si voglia loro imporre: laonde Ugo Foscolo meritamente deplora come causa suprema delle sorti infelici del Regno Italico la dissoluzione dello esercito provocata dal partito liberale.[593] E neppure rileva opporre, che le nostre armi inferme e poche non avrebbero potuto durare contro lo sforzo austriaco; dacchè anche lo esercito italico di faccia alle forze alleate si trovasse in condizioni perverse: ma gli altri ti aiutano quando mostri di volerti aiutare; la debolezza, che non è colpa tua, consiglia la compassione altrui; la propria abiezione provoca ira; e quando veramente una necessità grandissima non prema di sgarire un punto, anche i poderosi calano a partiti comportabili. Eranmi conforto a proseguire nello arduo cammino le parole che mi venivano porte da quei dessi, ch'ebbi a sperimentare, ora più ora meno copertamente, sempre avversi, e che in fatto di Governo Costituzionale presumevansi allora, e tuttavia si presumono, possedere del Governo Costituzionale la pratica, e la scienza. Lodavano la rigettata Unificazione con Roma; il concentramento del potere in un solo Magistrato approvavano; e a questo rivolgendosi raccomandavano, che a salvare la Toscana adoperasse quei partiti che la esperienza gli persuadesse migliori: quindi dicevano due essere i mali che minacciavano la Patria, la guerra civile e la possibile invasione austriaca; laddove queste due calamità egli fosse giunto ad allontanare, gli promettevano riconoscenza solenne. Se i tempi fossero corsi meno infortunosi, avrebbero saputo dare più forti consigli; però, comunque acerba ne flagellasse la sventura, doversi, mercè il concorso dei Municipii, mantenere libero lo Stato da invasione straniera, e incolumi le istituzioni costituzionali aborrite dalle fazioni reazionarie, la pubblica tranquillità, le proprietà, e le persone minacciate dai turbolenti di ogni Partito: breve, salvare quanto più dell'onore e della indipendenza nazionale si potesse.[594] Grave soma davvero era questa per le mie spalle; sicchè parendo al Partito preteso ortodosso che io non potessi uscirne a bene, determinò fare da sè; ed avendo capacità, e coscienza di riuscire meglio, prudentemente decise, e di ciò non lo incolpo. Però a mio parer non gli fu onore mancarmi di fede, se dubitò che io non sarei arrivato a salvare le libere istituzioni; non gli fu onore precipitarmi dentro uno abisso di miseria, se tenne che non avrei prevenuto la discordia civile; non gli fu onore ribadire il chiodo con la calunnia, se pensò che per me non si sarebbe potuto preservare il Paese dalla invasione straniera. Nondimeno ritengasi, che nel 29 marzo gli ortodossi Costituzionali di Firenze me reputavano per volere e per sapere adattato all'ardua impresa.

Vediamo pertanto, da quel punto in poi, in che cosa peccassi, perchè di amici mi si avventassero ad un tratto tanto acerbamente nemici. Qui accorrano i Toscani tutti, si chiariscano a prova, e giudichino poi se io abbia commesso colpa per la quale cristiani e gentiluomini dovessero credersi assoluti dall'usare meco quella fede, la rottura della quale anche tra' popoli più barbari è reputata indegnissima cosa! Due pertanto erano i fini alla mia cura commessi, come sempre furono, cui si provvedeva con apparecchi guerreschi, e con interni ordinamenti.

Cavalli pel treno, e copia di cannonieri per diligenza del Ministro della Guerra si procurarono.[595] Qui in Firenze, senza distinzione di parte, chiamo quanti sentono in cuore carità di Patria, e gli scongiuro di recarsi ai confini.[596] A Livorno commetto che mandino vie via gli arruolati per farne la massa in Firenze; a provocare lo arruolamento si adoperino i mezzi meglio efficaci, impegnandovi Sacerdoti, Circoli, e Popolani;[597] più tardi ordino, le armi da caccia si requisiscano, agli schioppi da guerra sostituiscansi, e qua a Firenze le armi, e i Volontarii si avviino;[598] di nuovo domando armi, perchè in Firenze dalle Provincie già accorsero mille giovani, e non so come armarli; accetto un battaglione intero di Livornesi Volontarii, purchè portino le armi, e gli Uffiziali si sottopongano agli esami i quali hanno a dimostrarli degni, che per costume e per perizia possa loro affidarsi il sangue dei fratelli;[599] informato che in Livorno si trovano 2000 schioppi, prescrivo si prendano, giudicando il proprietario Italiano abbastanza per chiamarsi soddisfatto quando gli venga retribuito il giusto prezzo.[600] Da Lucca si aspettano parecchi montanini per arruolarsi; il Municipio lucense con ogni sforzo seconda le diligenze del Prefetto.[601] Il Prefetto di Pisa, sussidiato da uomini di seguito nel Popolo, confida trarre gente dalle campagne.[602] A Lucca le armi da caccia si prendono, e, dandole in cambio delle guerresche alla Guardia Nazionale, con queste si armano i Volontarii.[603] D'Apice provvede di comandante la Guardia Nazionale di Livorno adattato a mobilizzarla sollecitamente.[604] La Gioventù livornese viene confortata da me a mostrare virtù pari al pericolo.[605] Romanelli eccita la gioventù aretina;[606] Franchini, soldato della Indipendenza, lasciato il Ministero accorre alla difesa dei patrii colli; Morandini, forte uomo, a ragione pensando che quando lo straniero minaccia la Patria, il mandato vero del cittadino sia di volare a difenderla, si dimette dalla Deputazione, e va al campo.[607] Le armi di nuovo con più sottile ricerca a Lucca e a Livorno requisisconsi, e si ottengono.[608] Prometto (consentendo alle istanze di Giorgio Manganaro) condurmi a Livorno; intanto, esortata la Guardia Nazionale fiorentina a non mancare alla Patria, due Compagnie del mezzo Battaglione che usciva di guardia senza prendere riposo vogliono partire.[609] I Cacciatori volontarii di Costa e Frontiera chiamati a formare un Corpo di riserva.[610] Il Gonfaloniere Fabbri, compiacendo al suo genio e alla carità della Patria, fatto appello ai sentimenti generosi della Gioventù livornese, conchiude con queste memorabili parole: «Giovani generosi, caldi di amor patrio, questo è il momento più bello della vostra vita. Da voi la Patria attende la propria salvezza. Dio non abbandona gli oppressi. L'ora del risorgimento è suonata. Le armi soltanto ponno decidere dei nostri destini.»[611] Provvedo mandarsi mezzo milione di lire per armi, e da Livorno chiedo prima armi, poi gente,[612] e le armi si mandano.[613] Maremma invia Volontarii, ma pochi; quelli raccolti e istruiti a Firenze, richiesti dal Generale, partono pel campo.[614] Chiamato da Livorno il Battaglione Del Fante, continuo a esigere armi; i Livornesi rimprovero di iattanza; ordino tolgansi le armi alla Guardia Nazionale; — poco frutto fa Lucca.[615] La Legione Accademica è riconcentrata in cotesta città.[616] Acquistansi nuove armi a Livorno.[617] Tommaso Gasperini, Ermolao Rubieri e Angiolo Angiolini, rinunziati gradi superiori della milizia cittadina, si arruolano e partono soldati, esempio grande di modestia e di virtù.[618] Nel giorno 6 pubblico il Manifesto alla Gioventù fiorentina;[619] ai Sacerdoti dichiaro non trattarsi adesso di Unificazione con Roma, nè di forma di governo; ai Conservatori, che mal conserva chi si espone a vedere tutto disperdere; agli affezionati del Principe, che badino trattarsi adesso di mantenere intero lo Stato, affinchè egli tornando non abbia a trovarlo menomato, e ne faccia loro rimprovero; ai Repubblicani, che la Repubblica, perfettissima forma di governo per uomini perfetti, non è frutto maturo pei nostri denti, o a meglio dire per le corrotte anime nostre: e che intorno al riordinamento del Paese, le Leggi dell'Assemblea si hanno a venerare come precetti di Dio. Intanto vadano, combattano, e mostrino la loro virtù. Civici livornesi concentrati a Pisa; i Bersaglieri e i Volontarii chiamati a Firenze; provvedersi armi.[620] Al Gonfaloniere di Livorno scrivo il Dispaccio riportato a pag. 53 di questa Apologia, dove me dico infame, se per dispiacenze private ricusassi una pace, che può avvantaggiare la difesa della Patria; componga B. un Battaglione, cotesta anzi essere la via unica per ridonargli l'amicizia antica; spedirò appena raccolto il battaglione in Garfagnana; raddoppinsi tutti. Nel solo Generale D'Apice si riunisce tutto il comando.[621] Ordino al D'Apice in ogni evento regga in Garfagnana, e cuopra Massa e Carrara; spingo al campo tutta la milizia di Linea; raccomando le provviste. A Livorno Giorgio Manganaro instituisce una Commissione che di nuovo si dia a ricercare le armi, e le prenda per la difesa della Patria.[622] Il Ministro della Guerra provvede a formare prontamente un Corpo di Zappatori.[623] Da Carrara muovonsi Volontarii per San Marcello, e per altri punti della frontiera.[624] Rimproverato Livorno di tepidezza, lo accendo con lo esempio di Firenze, che manda già milletrecento uomini a Lucca.[625] Livorno spedisce 700 Volontarii ed armi a Firenze,[626] donde poi la calunnia dello averli io pretoriani miei chiamati quaggiù. Armi tolte ai Circoli,[627] donde poi sicurezza intera alla libertà del prossimo voto dell'Assemblea. Schioppi requisiti sotto multa di lire cento a chi dentro tre giorni non li depositasse al Municipio: i Civici impotenti a marciare depositino i loro presso i Capitani, per armarne i Volontarii in procinto di partire,[628] donde poi la calunnia, che io disarmassi la Guardia Civica per dominare tiranno la città. Partono da Firenze 800 Volontarii, altri 800 se ne aspettano da Livorno per organizzarsi.[629] — Invece di mandare soccorsi a Genova, tento potere ottenere armi dall'arsenale di cotesta città.[630] — Da capo mi chiamo parato a rimettere ogni ingiuria, purchè i miei offensori accorrano alla difesa della Patria: sempre dimenticai tutto (io dico), e saranno prima stanchi di offendermi, che io di perdonare. — Vengono armi ed armati da Livorno: m'impegno trasportarmi io stesso al campo.[631] Il Gonfaloniere di Pisa, Ruschi, chiama gli scolari assenti, i quali rispondono allo invito, e vogliono essere incamminati a Lucca, quantunque non compresi nella nota firmata alla Università di Pisa.[632] Da Livorno 20 cannonieri toscani, e 18 americani, domandano potersi condurre ai passi dello Abetone. Manganaro spedisce archibugi.[633] — In virtù della solerte opera del Governatore provvisorio e del Gonfaloniere Fabbri, Livorno manda ancora 205 Volontarii, ed altri ne promette.[634] I Municipali tutti sono diretti a Lucca.[635] Accetto i soldati lombardi alle stesse condizioni del Piemonte, se armati ed organizzati; diversamente si lascino andare.[636]

Questo, secondo che ricavo dagli scarsi Documenti autentici che mi trovo fra mano, è quel poco che per me fu fatto, inefficacemente forse, ingenerosamente non già, per tutela del Paese e per salvezza del suo onore. Se mi verranno, come spero, consegnati gli Archivii, potrò ordire più completa Storia; per ora non ho voluto avanzare niente altro, perocchè non mi fosse fatta abilità di appoggiarlo con prove: tale e tanta è la grandine della bugie ai tempi nostri, che oggimai temo che anche il galantuomo corra risico grande di non essere creduto, dove non porti seco in tasca quattro testimoni almeno, che affermino con sacramento la verità delle sue parole. Di più non seppi, nè potei fare: armi e armati raccolti; gioventù commossa; Partiti tutti con preghiere richiesti; anche il ritorno del Principe accennato, come motivo di difesa per serbargli intero lo Stato; Deputati spediti Commissarii in Provincia (più oltre dirò peculiarmente di loro); Guardie civiche mobilizzate; Milizie stanziali, Municipali tutti mandati alle frontiere; Volontarii organizzati; Legioni accademiche ricomposte; e, in quanto a me, oblio delle offese in benefizio della Patria con pienezza di cuore accordato, obbligo di correre io stesso alla frontiera assunto. Capisco che scarsi meriti sono questi per pretendere lode, e non la pretendo; solo non parmi che dovessero fruttarmi l'odio del Municipio fiorentino e della Commissione Governativa. Pensai io, e credo che tutti quelli i quali sentono onore pensassero allora, che un motivo armato dovesse da noi farsi, e in ogni caso e sempre a benefizio delle Provincie, che con tanto amore si erano alla fede toscana commesse. Dopo il Decreto del maggio 1848, e dopo le dichiarazioni profferite dal Governo pel fatto dell'Avenza, a operare in questa guisa consiglio prudente e religione di promessa persuadevano. Nè vale dire, che nel presagio della insufficienza degli aiuti fosse meglio non darli; conciossiachè, da un lato, simile contegno apra una porta da rimessa alla ingratitudine, e dall'altro i derelitti non ti menino buona la scusa, ed a ragione, chè da cosa nasce cosa, e la fortuna nelle vicende umane tiene massima parte, e, finchè la speranza ha fiore di verde, tale risorge che si credea spacciato, onde gli antichi costumavano spesso quel detto, che Anteo battendo la terra si rilevava più forte. Nè per mantenersi in fama di onesti bisogna avere promessa lunga e attendere corto; e, se non erro, assai più giova essere parchi a stendere la mano, che facili a lasciare coloro che si raccomandarono a quella.

Il Conciliatore nel 27 marzo usciva in questi acerbi rimproveri contro dei miei Colleghi e di me: «Che avete fatto dopo cinque mesi che tenete il Potere, senza che nessuno vi abbia seriamente avversato?» (Che cosa s'intenda con la parola seriamente, io non saprei; quello che so, è che il Conciliatore con le acute scane fendeva moderatamente a morte i fianchi al Ministero Montanelli, e al Governo Provvisorio.) «Quali sono gli apparecchi vostri, gli uomini, le armi e i danari? La guerra è rotta, Piemonte già versa sangue per la causa d'Italia, e neppure un soldato dei nostri varcò la frontiera: anzi possiamo assicurare, che le scarse milizie ebbero ordine di rientrare nello interno. A questa ora nel marzo del 1848 la Toscana aveva sul Po 8000 combattenti, e si dicevano pochi, e la inettezza o il mal volere del Governo accusavasi, e due Ministeri si rovesciarono per questo, e per questo una Rivoluzione fu fatta, e il Paese esposto a sciagure e ad aggravii esorbitanti; e adesso quando il Piemonte ci domanda: Toscani, dove sono i vostri soccorsi? noi siamo costretti a tacere con vergogna.» Io vi dico in verità, emuli miei, che non per me mai i Toscani hanno dovuto abbassare la fronte avvilita. Questo vostro discorso sembra nato a un parto con l'altro sì famoso del Generale Buonaparte reduce dalla impresa di Egitto; ma Buonaparte poteva dire al Direttorio: «Dove sono gli eserciti? che avete fatto dei tesori?» perchè veramente eserciti vittoriosi aveva lasciato, e lo erario pieno; ma i Ministeri precedenti al mio ci avevano lasciato tale una eredità, che se fosse stato in potestà mia io non mi sarei giovato accettarla nè manco col benefizio della Legge e d'Inventario;[637] e questo dicasi in quanto a quattrini: rispetto ai soldati, essi nel marzo non avevano toccato sconfitta sul campo di battaglia, e la troppo peggiore per la disciplina delle armi a Livorno; infermi gli ordini nel marzo, pure non guasti affatto dalle scioltezze, per non dire licenze, della non prospera ritirata. Mariano D'Ayala attese a riordinare e ampliare le milizie nostre, con tale diligentissima cura, che n'ebbe (io ben rammento) dallo stesso Conciliatore meritata lode: onde non si comprende come, elogiato prima lo artefice, si facesse poi a biasimarne la opera. Ma questi sono accorgimenti di Partiti!... A Mariano D'Ayala parve potere restaurare la disciplina nelle soldatesche nostre, svegliando nei loro petti sensi di onore; quindi schivò fra le pene, quelle che la dignità umana offendessero: forse era savio consiglio; a me pareva opera perduta farne sperimento su genti guaste; mi talentava meglio licenziarle tutte per tornare a comporle da capo. A questo mi muoveva il pensiero che, operando sopra gli animi viziati, duriamo fatica doppia, chè prima bisogna tôrre via il fracido e poi edificare; e siccome il guasto difficilmente tutto si leva, così quasi sempre ci tocca a provare nel processo dei tempi i fondamenti deboli; il degno Collega, all'opposto, teneva potere riuscire in virtù del suo sistema, ed io naturalmente piegai riverentissimo la mia opinione dinanzi alla molta perizia ch'egli si trova a possedere delle militari faccende. Però vuolsi confessare, che o si fosse voluto accogliere il mio suggerimento, o piuttosto tenere il sistema di Mariano D'Ayala, nè l'uno nè l'altro potevano produrre i beni desiderati nel breve giro di quattro mesi; e nè in Piemonte, dove pure gli ordini militari di tanto superavano in bontà i toscani, le milizie poterono così tosto riaversi dei danni patiti nella disciplina, a cagione delle sorti infelici della guerra. Bene è vero che il Governo piemontese crebbe fino a 135 mila uomini lo esercito nel gennaio del 1849; ma come nei corpi umani la grassezza è segno di floscio, così neanche negli eserciti il numero denota forza; e a tutto vuolsi tempo, anche facendo presto: la colpa sta nel non fare nulla, e dare ad intendere di aver fatto. Napoleone sviluppato dalle nevi russe corre in Francia, e prende gente sì, non soldati, per avventurarla ciecamente su le pianure di Dresda e di Lipsia, come un giuocatore disperato si giuoca il danaro dell'ultimo pegno che ha portato al Presto. Questo dicasi rispetto alle milizie stanziali. In quanto ai Volontarii, gli spiriti procedevano alquanto rimessi dopo la prima guerra in Lombardia, però che a molti stava sul cuore la giornata del 29 maggio, in cui 3 mila circa Toscani furono lasciati soli a combattere onoranda ma dolente battaglia contro gli Austriaci grossi di 35,000 uomini, nonostante che fossero stati confortati a tenere il fermo, con la promessa di sollecito soccorso.[638] Arrogi, che fino a tanto resse Gioberti, egli rifuggì da noi come il Diavolo dall'acqua santa; e quando gli subentrò Presidente al Ministero il Generale Chiodo, là su le frontiere dove tenevamo soldati per la comune difesa, ce li corrompevano i maledetti zelanti del Piemonte, peste dei Governi, e mille volte peggiori degli stessi nemici, e li traevano a disertare con armi e bagagli.[639]

Il Conciliatore riportava queste notizie senza un filo di biasimo per gl'imbroglioni; e se punto io m'intendo di favella, con tale un garbo che dava ad intendere come cotesti fatti non lo infastidissero troppo:[640] sicchè pareva (per non dire troppo) strano, che dopo venti giorni egli ci conciasse così di santa ragione, se non avevamo da dare i soldati che ci portavano via, e se non volavamo a farci ammazzare per fratelli che mostravano volerci dare il pane con la balestra.

Dopo che Creonte esultò per l'empie liti di Eteocle e Polinice, può da un punto all'altro, mutati indole e costume, buttata là la clamide greca, e vestito il ferraiuolo di Tartufo, farsi esprobatore dell'uno, perchè guardasse l'altro in cagnesco? L'Accusa rovistando carte non mie ha rinvenuto una lettera, dalla quale resulta che i Piemontesi nel 13 marzo 1849 armata mano avevano preso possesso di Calice, ravvivando in mal punto la vecchia contesa.[641] — Ma chi pospone la Patria al cordoglio d'ingiuria patita, non merita sedere al Governo degli Stati; e noi considerando le necessità di questa nostra inclita Madre, e le nobili parole della Corona Toscana, che, confortando il Popolo a sopportare magnanimo i colpi di fortuna, diceva: «E noi non disperiamo della Italia, e siamo risoluti di durare nel proposito, che ci fece unire le nostre armi a quelle del re Carlo Alberto, nè per isventure sapremo mai separarci da lui;»[642] non volemmo venire meno al dovere nostro. Dica pertanto Lorenzo Valerio, se scrisse dirittamente Pasquale Berghini (se pure lo scrisse) quanto si legge stampato nel Libro III, pag. 132, dell'Opera di L. C. Farini, che avversi noi al Piemonte, malgrado le misere superbie nostre, non avremmo avuto uno scudo nè un soldato per la guerra della Indipendenza. Appena vedemmo questo amico fidato, non ci versammo nelle sue braccia con amore, e non deplorammo insieme le miserie le quali avevano impedito che il nostro Popolo e il suo procedessero come a fratelli veri si addice? E dopochè furono reiterate le affettuose accoglienze, più volte venendo a trattare dei bisogni della Patria, non ci legammo per fede con lui, che la causa del Piemonte, e con essa la causa d'Italia, avremmo con ogni supremo sforzo soccorsa? Conobbe in noi punto, il Valerio, stupido astio per la grandezza che il Piemonte deve avere, se piace a Dio, onde sia baluardo efficace d'Italia? — Io penso che Lorenzo Valerio, aperto, schietto e affettuoso Legato del Piemonte, avesse motivo di chiamarsi contento di me, assai più di qualche altro che volle giocare meco di arguzia, e non comprese nulla.

Le maliziette e le saccenterie, mel creda chi legge, arruffano più che altri non pensa; e se ne giovano i guastamestieri e quelli che, non avendo cuore nè mente da accogliere concetti grandi, apportano nella trattativa dei negozii politici le arti del sensale. Fu conclusione dei ragionamenti nostri, che per noi si sarebbe fatta diligentissima provvista di danari e di soldati, intanto che pel medesimo ufficio egli si recherebbe a Roma. Queste conferenze accadevano nel 10 marzo 1849; però lascio considerare quali fossero la mia maraviglia e il mio dolore, quando nelle prime ore del giorno 16 marzo venni fatto avvertito da Livorno, Domenico Buffa avere proclamato nel giorno antecedente a Genova rotto lo armistizio Salasco. Mi condussi a casa Montanelli, il quale da parecchi giorni giaceva infermo, e quivi mandai per Valerio, che quantunque per i molti disagi sofferti, e per la tremenda ansietà dell'animo, fosse anch'egli ridotto in pessimo stato di salute, pur venne; e udita la novella, egli, la fronte includendo nel cavo della destra e stringendola con le aperte dita, come persona che la dolorosa moltitudine dei pensieri intenda concentrare in uno solo, più volte esclamò: «Ed avevano promesso aspettare il mio «ritorno!» — Credo potermi ricordare eziandio, ch'egli aggiungesse: «Vogliono perdere tutto!» Non essendone sicuro, io non lo accerto. Ma perchè riesca anche in questa parte compíta la difesa contro l'accusa che mi mettono addosso, pongo senz'altro comento, chè tutto spiega da sè, la minuta di lettera confidenziale trovata dall'Accusa negli Archivii del Governo, e da lei stampata a pag. 220 del suo Volume.

«Signor Ministro,