«Guerrazzi.»
Ministero e Segreteria di Stato
della Guerra e Marina.
1º Ripartimento.
«Basetti,
«Prendi il Comando della Municipale: fuori in Piazza a difendere l'Assemblea, e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico
«Guerrazzi.»
Col primo lo ammonisco, che stando in Piazza (come credeva) Guardie Civiche e le Milizie stanziali, la Guardia Municipale con la sua viltà sarebbesi tirato addosso un carico grande. Questo biglietto chiaro si comprende essere scritto prima che al Ministro della Guerra si presentassero il Colonnello Tommi e il Maggiore Diana, perchè appaia fondato sul supposto, che la Cavalleria e l'Artiglieria già si trovassero in Piazza. Dopo il colloquio col signor Tommi non avrebbe potuto scriversi con verità; — che se l'Accusa appuntando il dito sotto l'occhio notasse: Tu lo facesti apposta per eccitare il Basetti con lo esempio, — io le risponderei: Tu se' maliziata indarno; imperciocchè l'arte sarebbe tornata vana, essendo egli passato per la Piazza, ed avendo potuto co' proprii occhi vedere se le mie parole erano vere; — posto ancora che per altra via si fosse condotto ai Quartieri, agevole cosa era mandare da San Firenze in Piazza del Granduca qualcheduno che speculasse gli eventi. — Col secondo lo conforto di difendere l'Assemblea, la Patria, la Libertà ed il suo amico; ed anche questo fu scritto nelle stanze del Ministro della Guerra, come ne fa fede la stampiglia impressa sul margine del foglio. Queste avvertenze dimostrano come ambedue i biglietti fossero scritti e mandati innanzi che io scendessi nella Sala delle Conferenze, e così prima che per me si conoscessero le trattative incoate fra il Municipio e l'Assemblea, di operare concordi alla restaurazione del Principato Costituzionale. Apprendo come uno di questi biglietti fosse consegnato aperto al Basetti dal signor Orazio Ricasoli, a cui pure chiusa ed intatta rimisi la lettera sospetta, che mi recò l'ufficiale della Posta; il qual fatto non dissuase il Conciliatore, di Angiolo ad un tratto convertito in Demonio contro di me, nel suo manifesto di guerra del giorno 19 aprile 1849, da mettere a carico mio: «il segreto della Posta non rispettato.»
Ora, che cosa l'Accusa trova da appuntare in cotesti biglietti? il modo, o il fine? Se il modo; lo so, — quando la stampa di questa mia Patria mi si rovesciava addosso come calcina viva sopra corpo morto, prevalendosi del mio silenzio costretto, e nella speranza di consumarmi moderatamente fino le ossa, vi fu chi scrisse avere io ordinato a Bernardo Basetti di trarre sul Popolo; onde coscienza punse cotesto uomo, e non patì che si facesse tanto disonesto strazio di tale che gli fu amico, lo aveva beneficato, e adesso non si poteva difendere; e pubblicò con le stampe, calunnie essere quelle voci.[707] Di vero poteva io mai dare questo empio ordine? La sera precedente mettevo a cimento la vita perchè cessasse la strage fraterna, e poche ore dopo la comando? L'11 aprile strappo le armi ai cittadini, per riporle in mano loro il 12, e aizzarli a fare sangue? Preoccupato da tremenda ansietà, nel giorno 11, non mi do pace finchè la città non è sgombra di Livornesi onde i lugubri scontri non si rinnuovino, nel 12 li cerco e li provoco? Nei giorni 10 ed 11 scrivo al Prefetto Landi, conforme la Sentenza della Corte Regia di Lucca, del 4 giugno 1850, riporta: «Attesochè avvertisse il Guerrazzi al Landi, con i suoi Dispacci de' 10 e 11 aprile, come lasciare nemici dietro, mentre la milizia era ordinata a recarsi alle frontiere non fosse prudenza, e come avrebbero ottenuta lode per parte degli amici e dei nemici adoprandosi alla difesa esterna, come per la sicurezza interna, e conseguentemente gl'ingiungesse di operare il disarmo, di procedere ad arresti senza rispetto, meglio essendo, siccome egli litteralmente si esprimeva, di arrestare e disarmare che dare l'esempio più tardi di mutue stragi.» E mentre a Lucca aborro la strage, e la prevengo, qui a Firenze dopo breve giro di tempo l'amo, e la cerco? Mi si dieno gli Archivii, odansi (non come chi ha paura del vero, quasi fosse una di quelle visioni notturne che mettono il tremito nelle ossa, bensì come chi lo ama al pari di una benedizione) i miei Segretarii, eziandio quelli rimasti in carica, e conoscerete qual cuore, quali ordini fossero i miei. Dunque l'Assemblea, la Patria, la Libertà, e l'amico, non si difendono con altro che con le morti? Quando difesi la vita dei cittadini, allagai di sangue la piazza? L'amico sa difendere l'amico anche esponendo il proprio petto per lui, ma ahimè! queste cose non sapeva Bernardo Basetti. Il vanto (e gli parve tale!) del Basetti di non essere uscito in piazza per timore di accendere la guerra civile ha dato fondamento all'Accusa; cotesto vanto è insensato: ma che importa ciò all'Accusa, che di ogni campo fa strada nella sua persecuzione? Dunque, e in quel giorno e poi, la Guardia Civica doveva astenersi dalla difesa dell'ordine pubblico e della privata sicurezza, per sospetto di guerra civile? Il Colonnello Nespoli, che pure non mi era amico, quando mi offerse scortarmi e tutelarmi con una compagnia di Guardia Nazionale, commetteva atto di guerra civile? Per timore che possa correre sangue, lascinsi esposti a morte certa rispettabili cittadini..... alla belva plebea si dieno non contrastato pasto! — Ma voi non avevate mestiero difesa, ammonisce l'Accusa, poichè ogni cosa avvenne con modi soavi. — Eh! via, apprenda verecondia l'Accusa; queste cose non possono dirsi, nè devono, da chi fa professione di verità. Lascio di rammentare gli atroci avvenimenti del giorno innanzi; non torno ad avvertire che in quel punto quale carattere potesse assumere la sommossa ignorava, e dagli esordii io doveva presagirla nefandissima ed empia. Si esamini pure il moto quando gli dettero forma e direzione; coloro che se ne posero a capo giunsero forse a contenerlo sempre nei confini desiderati? Non rimasero talora atterriti degli elementi che si confusero con essi? I nuovi amici piacquero loro tutti? Le opere di quei giorni approvarono tutte? Per me so, e ne depongono i testimoni, che la plebe, dopo avere spiantato gli Alberi che aveva piantato, venne per irrompere nell'Assemblea e manomettere i Deputati; per me so che fece forza al Palazzo Vecchio, prima e dopo che vi avesse tolto stanza la Commissione Governativa; io so, che da gente prava fu spinta, per buona parte della notte, plebe avvinata ad aggirarsi intorno alla mia dimora, come lupo nei giorni di neve, a urlare: morte! morte! — io so, che il giorno 13 aprile una torma di villani con falci, e vanghe, e zappe, invasero i cortili del Palazzo Vecchio gridando la parte, a modo di musicanti venuti a farti la serenata sotto ai balconi: Morte al Guerrazzi! Morte al ladro! Morte all'assassino! con altre più cose che io non ho ritenuto a mente, come sembrava, pur troppo, che bene avessero appreso a ritenere costoro. Queste dimostrazioni di esultanza non furono già del tutto buccoliche, come va idilieggiando l'Accusa, dacchè il Prefetto provvisorio Pezzella, nel Proclama del 14 aprile 1849, bandiva:
«Peggiore ed altrettanto deplorabile cosa ella è, se trasmodi fino a recriminazioni di Partiti, violenze alle persone, e guasti alle proprietà.
«Se infelicemente sia ciò in qualche parte accaduto, confido che non sarà mai più.»
E noi sappiamo quanto nei Documenti officiali si limino e aggarbino le espressioni, per modo che dicono mille volte meno di quello che veramente sia; nè tardarono uno istante a mostrarsi gli avvoltoj: «i quali, — come c'istruisce Ferdinando Zannetti, — mossi, più che da leale affezione di Partito, da invidie ed animosità particolari, immaginano secrete macchinazioni per dare a credere misteriose trame, designando intanto le persone su le quali a sfogo di rancore vogliono proclamati arresti, esilii ed altre coercizioni.»[708] La Reazione comparve subito e sopraffece le buone intenzioni (perchè non dubito punto che la Commissione e il Municipio si proponessero a scopo il ristabilimento dello Statuto, e la preservazione della Patria dalle armi straniere), se al grido della plebe di: Viva la Monarchia, fu mestieri che la Guardia Nazionale aggiungesse: «Costituzionale;» e all'altro: Viva la Restaurazione: «con libere istituzioni:»[709] e più apertamente parlando il lealissimo uomo, nella lettera che scriveva al buon Pietro Bigazzi: «Nei momenti attuali — tu non devi negare i ripetuti gridi: Morte ai liberali ec.»[710]