«Avvisate di ora in ora.»
I
XXV. Spedizione di Lucca, § 9. — Pag. 481, in [nota].
«Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi: nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato senza averlo letto.»
Io ho parlato di Decreto impresso senza il mio consenso, e senza la mia firma; ora terrò discorso di Legge pubblicata con la mia firma, e senza il mio consenso, e voglio dire della Legge del 4 marzo 1849. — Questo però non s'intenda assolutamente alla lettera, però che il Decreto del 4 marzo 1849 fosse, co' lavori disposti dal Consiglio di Stato, e dal Cavaliere Sopraintendente Peri, annuente il signor Mazzoni, compilato dall'onorevole uomo Lionardo Romanelli, il quale venne a sottoporlo alla mia sanzione mentre il Legato Maestri, col suo Stato Maggiore, sosteneva meco la sua lotta quotidiana; onde io turbato dalla contesa vi gettai sopra gli occhi, ma la condizione dell'animo mio non mi concedeva, non che considerarlo, leggerlo materialmente; e questo sia detto affinchè non si creda il signor Romanelli capace di sottrarre la firma altrui per sorpresa: la colpa fu tutta mia, non sua.
Di nessun peccato mai ho così fervorosamente pregato Dio a perdonarmi come di questo. In quell'Atto si vede sanzionato il principio della separazione in carcere per tutto il tempo della pena. Ora questa misura è contraria alla religione, alla salute del carcerato, alla sua intelligenza, al fine della pena, alla economia e al bene della società.
Alla religione: perchè l'uomo per la prigionia separata, di soverchio protratta, si dispera, e, o violento si dà la morte, o nel cuore diventato salvatico maledice quello ch'è orribile maledire. In Inghilterra, nella prigione modello di Pentonville, di cui ragionerò più sotto, nello spazio di 18 mesi si verificarono sei suicidii sopra 450 detenuti; e il Coroner ebbe a dichiarare parergli cotesto sistema fatale.
Alla salute: dacchè è provato come l'uomo non possa stare per anni e anni dentro una cella di pochi passi alta e lunga, stremo di aria, senza intisichire, o contrarre altro morbo locale, come scrofole tubercolari o alienazione mentale. Il carcere di Pentonville fu fabbricato per 500 prigionieri, e costò 3 milioni di lire. La camera di ogni detenuto ha 14 passi di lunghezza; l'aria vi si rinnuova mercè ventilatori costruiti co' migliori trovati; col mezzo di bene intesi apparecchi, vi si alternano correnti di aria fredda e calda; così che durante mesi interi la temperatura non varia più di un grado o due; vi si trovano campanello per chiamare i serventi, sedie, tavolini e letto eccellentissimi, tavola per le mondizie, dove due cannelle versano a piacimento acqua calda e acqua fredda. Il vitto corrisponde allo albergo; abbondante, ben cucinato, di prima qualità; carne giornalmente, perchè trovarono, che senza carne il prigioniero diminuiva notabilmente di peso (oltre 15 libbre per individuo, è 86 su %), e le forze lo abbandonavano. Non vi è con minore diligenza curato lo spirito; vi si trova una Biblioteca generale, e alquanti libri compongono una biblioteca particolare per ogni cella. Quattro professori sono preposti allo sviluppo della intelligenza dei condannati. I Vescovi e i Ministri di tratto in tratto li visitano. Nonostante queste comodità, ho notato il numero dei suicidii nel corso di 18 mesi; e nonostante gli agii esposti, uomini di dottrina e di pratica grandissime hanno attestato solennemente, che l'uomo non può sopportare senza danno dell'anima e del corpo la carcere separata per più di 12 mesi. Dopo i 12 mesi si ammettono i detenuti al lavoro collettivo, poi si trasportano nella terra di Van-Diemen, alla isola di Norfolk, nell'Australia, o altrove. — Con l'Atto dei 4 marzo 1849, confermato con la Legge del 5 maggio 1849, tutta intera la pena si sconta nella carcere separata; ch'è quanto dire con la perdita della salute e della intelligenza, peggiore assai di quella della vita; — il lavoro, la più parte in cella, consistente in filare canape, fatalissimo per la polvere minuta che n'esce, causa potente di etisia; — il vitto vario: pei condannati allo Ergastolo, carne (4 oncie) e vino (1 mezzetta), una volta per settimana; alla Casa di Forza, carne e vino nella medesima proporzione, due volte; alla Casa di Detenzione, tre volte: — ventilatori non si conoscono; temperatura quale la stagione manda nella state e nel verno; aria poca, acqua fredda sempre; — mobili, un letto pieno di capecchio, che si alza e si chiude al muro per tutta la giornata; non seggiole, non tavole; uno sgabello incatenato, una mensola traversa, una catinella, una brocca, un vaso mutato due volte al giorno; — le stanze lunghe sette passi, larghe poco più di due (a tre non arrivano), fetide e buie; d'insetti schifosi, qui nelle Murate, popolatissime; — sacramentale l'ordine che i detenuti non si parlino nè si vedano; e per meglio assicurarsene, le brevi finestre, ora quadre, ora circolari, ora bucate a guisa di 8 (come a Volterra), munite spesso dalle tramoggie, invenzione infernale, che lascia vedere uno spicchio di cielo all'insù. Su questo proposito io mi ricordo un fatto di Lord King Gran Cancelliere d'Inghilterra, a cui i prigionieri della Flotta si lagnarono di essere tenuti in celle oscure senza mai poterne uscire. Il Direttore scusavasi col motivo, che sarebbero fuggiti se gli avesse lasciati fuori, a cagione della poca sicurezza del carcere; ma Lord King lo ammonì severo: «fate alzare i muri quanto volete, ma guardatevi di fabbricare una prigione dentro la prigione.»
Il lavoro in comune si concede, ma a chi? Ai detenuti nello Ergastolo giunti al settantesimo anno, e a quelli che condannati a vita vi passarono il massimo periodo dello Ergastolo a tempo. Signore! E qual lavoro possono fare allora in comune se non iscavarsi la fossa, dove avranno ad essere in breve sepolti? Io ho esaminato questi infelici, quando escono per un'ora a prendere aria in certi chiostrini chiusi dintorno, lunghi quanto un lenzuolo mortuario, donde non si vede che un po' di cielo; e sono rimasto percosso dal camminare vacillante a modo di ebbro, dalla faccia cadaverica emaciata, con isbattimenti colore di cenere; tranne pochi, o giovani o di fresco venuti, non anche domi dalle rigide carezze di questo carcere umanitario. La pena può nello Ergastolo prolungarsi a vita, nella Casa di Forza a sette anni e mezzo, in quella di Detenzione non so bene a quanto[760].
E quanto sia maggiore supplizio simile detenzione ad un uomo italiano che ad uno inglese, si comprende da chi tenga conto del clima, e della nostra natura meridionale, bisognosa di espansione.