«Che cosa sono questi dispacci sibillini? Non hanno voluto ricevere Basetti? Che cosa è avvenuto? Io vuo' saperlo, e subito.
«Guerrazzi.»
[715.] Processo, a c. 2222.
Il Conte Digny, a cui viene contestato lo esame Taddei, gira di largo dalla cantonata, e risponde: «non ho la minima memoria che la Notificazione mi fosse comunicata prima di mandarla alle stampe: rammento peraltro perfettamente, che mi fu presentata stampata. I miei Colleghi ed io, vedendo, che cotesto atto partiva unicamente dall'Assemblea, non credemmo doverci opporre alla sua pubblicazione...!» Il Conte Digny non dice la verità; e più oltre vedremo il deposto Taddei confermato pienamente: intanto nota, Lettore onesto, che l'Assemblea annunziando che prenderebbe col Municipio e col Generale della Guardia Civica i provvedimenti necessarii per salvare il Paese; se egli, Conte Digny, credeva che ciò non potesse farsi, nemmeno, come ei falsamente dichiara, avrebbe proceduto da onesto. Il silenzio del presente, che lascia in suo nome consumare un fatto, importa consenso. Il Cavaliere Martelli, uomo probo, che evidentemente dice la verità, ma forse per intempestivi riguardi non la dice intera, confessa questa chiamata, e questo invito del Professore Taddei, Presidente dell'Assemblea, con tanto studio dissimulati dai signori Digny e Brocchi, e che dimostrano l'impegno assunto di operare congiuntamente: «In cotesta mattina fui incaricato di recarmi alla Camera dei Deputati e di pregare il signor Giovacchino Taddei di recarsi al Municipio — » Anzi lo stesso Conte Digny approva i fatti contestati, perchè di tutto lo esposto Taddei non ha memoria che della lettura della Notificazione scritta; dunque il rimanente non impugna; e rispetto alla memoria, vedremo, che quella del Conte Digny, per confessione sua propria, è infelicissima.
[716.] L'Accusa della parola rivoluzione si spaventa, e pare che trovi in essa il segno di ostilità alla Restaurazione; eppure io adoperava la parola stessa di cui si servì il Conciliatore, organo dei fattori del 12 aprile. (V. Nº del 15 aprile 1849.) «Nei primi momenti ogni politica rivoluzione (giacchè questo nome conviensi ai fatti di distruzione, quanto a quelli di restauro)...» Grande miseria è questa dovere aver lite con l'Accusa perfino intorno alle parole di una lingua, che non sembra essere la sua!
[717.] Infatti ricordo, come se fosse adesso, che l'onorando vecchio rimproverando questa ignobilissima mancanza di fede al nobil Conte, gli diceva: Questa è una baronata! E diceva santamente.
[718.] «Ciò dovrebbe impedire ogni ulteriore resistenza sì per parte dei Municipii tuttora irresoluti...» — (Conciliatore, 16 aprile 1849.)
[719.] Conciliatore del 24 aprile 1849: «Nè sappiamo per vero dire comprendere da cosa sieno mossi coloro, i quali credono di dare esempio di magnanimi sensi resistendo soli alla universale manifestazione dello spirito pubblico.»
[720.] Macchiavello, Storie, L. III.
[721.] Atto del Municipio fiorentino del 6 maggio 1849, nel Conciliatore di quel giorno.