Donando le mie ingiurie, non potevo con una frase di Programma dettare nuove leggi, le quali, impari l'Accusa, nei Governi Rappresentativi si fanno col consenso dei tre Poteri dello Stato.
Donando le mie ingiurie, non intendevo, nè potevo intendere, che le Leggi vigenti non si eseguissero; solo che non avrei proposto Leggi nuove repressive della stampa. La esecuzione della Legge promulgata appartiene ai Magistrati, non ai Ministri. «In questo il Magistrato non riceve forza dal Governo, ma al Governo la partecipa.»[139] Forse ordinai io ai Magistrati che lo ufficio loro non esercitassero? Certo che no; anzi io, vedendo o credendo vedere rilassatezza straordinaria, gli richiamai alla più esatta osservanza del dovere loro; ma correvano allora tempi di sprone, e non bastava; come adesso correrebbero tempi di freno, e chi sa se bastassero! Omnia tempus habent! dice il Predicatore, e ce lo dimostra l'Accusa.
Pare egli ai miei Giudici, che se lo parole del Programma fossero state pregnanti della figliuolanza bruttissima immaginata da loro, la Corona, la quale riposatamente lo considerò, di propria mano lo corresse, e mi fece l'onore di meco discuterlo a parte a parte, arrendendomi io alle savie osservazioni di quella; — pare, dico, ai miei Giudici, che la dignità del Principe avrebbe lasciato inaugurare il suo Ministero con turpitudini siffatte?
La infedeltà delle citazioni, il modo col quale vengono trasportate a cose diverse da quelle che esse contemplano, le induzioni malevole che se ne deducono, non danno opinione che nella presente procedura siasi voluto fin qui trovare la verità, ma un uomo da sagrificare.
XII.
Notte del 7 all'8 Febbraio 1849.
Il Granduca lasciava improvvisamente Firenze per Siena, e il Ministero ne aveva notizia dal signor Adami, il quale conferendo nella notte con S. A. lo apprese dalla sua propria bocca. Alcuni dei colleghi maravigliarono di cotesto annunzio casuale, ma io facevo notare come il Granduca ci aspettasse verosimilmente al Circolo, che in cotesta sera correva, e non doveva punto stupirci, se, essendo per mala sorte mancati tutti, ne avesse avvertito quell'unico Ministro che gli era occorso vedere: d'altronde, non doversi guardare tanto pel sottile, dacchè non eravamo mica in Inghilterra, dove la Corona non può uscire nè entrare in città senza certi riti convenuti. Si acquietarono, ma indi a breve presero a correre voci sinistre: il Principe essersi partito per non tornare più; licenziati i servi; questi andarlo propalando pubblicamente. Feci verificare la cosa, e pur troppo trovai che di questa sorta discorsi erano stati tenuti dai regii servitori per le botteghe della via Guicciardini.[140] Avvertasi, che il Partito desideroso del vecchio sistema non rifiniva sussurrare dentro città e fuori: il Principe tenuto prigioniero in Palazzo, a forza costretto di firmare le Leggi; gli andrebbero a genio tutti coloro che alle nuove Leggi non obbedissero, il Ministero avversassero; — ed altri cotali discorsi, che le ultime fibre del Governo tagliando, lo facevano impossibile. Forse erano anch'essi generosi propugnatori dell'ordine? Io non lo dirò, lo dica l'Accusa. Allora fu che scrivemmo a S. A., essere urgente la sua tornata in Firenze; e dove le piacesse prolungare il suo soggiorno a Siena, noi, come inabilitati a reggere il Ministero, lo pregavamo a degnarsi accettare la nostra dimissione. Promise sollecito ritorno: e a me particolarmente mandava gli tenessi tranquillo il paese. Differendo la tornata, parve ai colleghi non dovere trattenersi più oltre a inviare la dimissione: nel presagio di agitazioni, ne avvisai gli egregi uomini Generale della Civica Corradino Chigi, e Gonfaloniere del Municipio fiorentino Ubaldino Peruzzi; i quali partecipando le mie apprensioni, non dubitarono mettersi in viaggio nella malvagia stagione, conducendo seco il Priore Luigi Cantagalli per supplicare S. A. a restituirsi alla Capitale. Andarono; e tornati referirono il Principe trovarsi veramente infermo, sarebbe venuto appena la salute glielo concedesse; sentire anch'egli la sconvenienza della separazione della Corona dal Ministero; desiderare che almeno qualcheduno dei Ministri andasse a Siena. Voleva partire io stesso; ma offerendosi il Presidente dei Ministri, io m'ebbi a restare; in data del 5 febbraio, S. A. mi mandava il Decreto col quale al Ministero dello Interno riuniva provvisoriamente quello degli Esteri. — Partiva il signor Montanelli il 5 febbraio; giungeva a Siena il 6: tornava a Firenze il 7.
L'Accusa aveva sostenuto prima, più sommessamente ha insistito poi, che Siena era tranquilla, e quivi il Principe in pace avrebbe potuto esercitare la regia prerogativa del veto, se il riposato vivere di cotesta città, se le oneste e liete accoglienze non fossero state sconvolte dalla presenza dei signori Montanelli, Marmocchi e compagni. Questo fatto non è vero, nè può esserlo, imperciocchè appaia fuori della ragione delle cose, che da un punto all'altro un Popolo cangi genio e costume; e in altra parte di questo Scritto mi sarà forza tornare intorno a simile argomento. Ora importa rilevare, che la mancata sicurezza in Siena, dovuta, come si dice, alla presenza dei mentovati individui, non sembra essere stato il motivo dello allontanamento del Principe. Non fu timore di sicurezza perduta, ma timore di reazioni ostili che lo persuase a fare così: «Ed abbandono anche Siena, onde non sia detto che per mia causa questa città fu campo di ostili reazioni.»[141] — (Lettera di S. A. del 7 febbraio 1849.) — E queste frasi, se io non vado errato, significano: «Siccome un Partito fa del mio nome bandiera, e siccome io non vo' che si dica avere fomentato conflitti sanguinosi, così cedo al tempo, e mi conduco altrove.» Questa illustrazione poi ho creduto dover fare, perchè è vera, e perchè è onorevole al Principe.
Dicono, che il romano Niccolini precedesse il sig. Montanelli nel portarmi notizia della partenza di S. A. da Siena; e questo sarà. Montanelli è certo che venne più tardi al Consiglio. Le tremende e moltiplici commozioni di cotesta notte, e del giorno successivo, non mi lasciarono distintissima la memoria dei casi, ma io mi ricordo che alla malaugurata notizia io rimasi tutto sbigottito.
Niccolini con accese parole instava dicendo: doversi ormai proclamare la Repubblica e la decadenza del Principe; me avrebbe fatto eleggere Dittatore e Capo; di qui non potersi uscire. E siccome, recandomi coteste proposte incomportabile gravezza, io proruppi in acerbi rimproveri contra di lui; egli diventato a un tratto, di carezzevole, minaccioso e protervo, gridò: noi ti costringeremo!
Questo fatto, che avrebbe forse schernito l'Accusa se riposasse sopra la mia semplice affermativa, come alla Provvidenza piacque, viene provato largamente in processo dagli stessi testimoni ricercati da lei.