A Gio. Battista Alberti, alla persona del Granduca attaccatissimo, in guisa riservata mandava: «A. C. Probabilissimamente S. A. verrà solo in Arezzo per ismentire con la sua presenza le triste insinuazioni sul conto suo, e nostro. Io ti raccomando, che le Deputazioni, le quali si presenteranno certamente da lui, lo tengano sollevato, e lo persuadano che la quiete in Toscana non può durare che continuando nel sistema governativo iniziato.[144]»

Nel giorno ultimo di gennaio 1849, avvertito del prossimo sbarco di Giuseppe Mazzini, mandavo al Governatore di Livorno il seguente Dispaccio telegrafico:

«Sento che verrà Mazzini. Il Governo avverte il Governatore ad usare ogni possibile prudenza. Il Granduca è lontano dalla Capitale. Un moto in senso repubblicano basterebbe a non farlo tornare, e questo sarebbe il peggiore dei mali. Qui non si vuole affatto la Repubblica da tutti

Avvisato che Mazzini sarebbe andato a Civitavecchia sotto mentito nome, senza toccare Livorno, rispondo: Sta bene.

Allo annunzio delle voci sparse di fuga del Principe, io ammonisco, con Dispaccio telegrafico del 4 febbraio 1849, il Governatore di Livorno: «S. A. è a Siena, ove cadde ammalato. Firenze è tranquillissima; noi pure lo siamo, e continuiamo a stare in perfetta relazione col Principe. Diffidi dei rumori sparsi dai speculatori di torbidi

Nel 5 febbraio, onde tôrre via il sinistro effetto delle insinuazioni di scissura fra la Corona e il Ministero, pei casi successi a Siena, annunzio nel Monitore: «Cessi ogni trepidazione; la città si rassicuri; la stretta armonia fra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire alterazione, ogni dì più si conferma

Per isbaldanzire i maneggi dei Repubblicani, e levare loro ogni male concepita speranza, che il Governo potesse sopportarli pazientemente, io componeva e faceva stampare nel Giornale Officiale il seguente articoletto in forma di lettera, che immaginava pervenuta da Roma il 7 febbraio 1849. «I buoni Italiani convenuti qui in Roma, pare che abbiano deposto il pensiero di proclamare la Repubblica. Tutti i frutti, in ispecie i politici, quando sono immaturi, guastano la salute. Piemonte si chiuderebbe in politica isolata, seppure non irrompesse manifestamente ostile. Toscana, noi lo sappiamo, vuole il Principato democratico e repugna dalla Repubblica; — non parlo già del Governo, che io non conosco, ma del Popolo nella sua maggiorità. Così invece di stringerci per la guerra della Indipendenza, avremmo la guerra civile, madre infelicissima di servitù interna ed esterna. A questo pensino tutti quelli che si dicono amanti della Patria. Se vuolsi avvantaggiare la veneranda madre Italia, è un conto; se pescare nel torbido, incendiare un pagliaio per riscaldarsi le mani, è un altro. Ma siccome io reputo coloro che professano concetti repubblicani, uomini di ottima fede, almeno la massima parte, così richiamino la mente alla grave considerazione degli elementi che ci stanno sotto mano, e giudichino nella rettitudine del cuore. Gli uomini sono uomini, e si dispongono con le persuasioni e col tempo; con l'esorbitanze si rovesciano, e inferociscono.[145]»

Ma l'Accusa, che sospetta sempre in me trattato doppio, insorge, e dice: tutte queste sono «lustre, finte, e mostre per parere;» voi tenevate due corde al vostro arco; voi siete l'uomo vafer, atque callidissimus, dei Latini; nella composizione del vostro corpo, per tre quarti almeno, ci entra carne di volpe. Bene! Grazie! La fortuna, fra tante acerbità, mi fu cortese di amici, fra i quali dilettissimo e venerato il signor Giovanni Bertani, che, intrinseco già del padre mio, me lo rappresenta adesso per affetto, per cura, per ogni altra cosa più dolce; e la Istruzione lo sa. Ora può credersi sincero, almeno quello che confidavo a lui: non era destinato a sapersi; dovevano rimanere le mie espressioni riposte nello animo suo. E quando io gli facevo la confidenza dei miei pensieri? Poche ore prima che Niccolini mi annunziasse il successo di Siena, e mi aprisse il disegno di proclamare la Repubblica, e me volere a forza Dittatore. — E come? — Oh! non dubiti l'Accusa: in guisa, che i suoi stessi sospetti rimarranno placati: con lettera, che porta il doppio marchio delle Poste di Firenze e di Livorno. — E che dic'ella cotesta lettera? — Giovanni Bertani, con lettera del 6 febbraio, mi ragguagliava come la città andasse turbata nelle decorse notti con le grida di — Viva la Repubblica! e giorni innanzi un certo tale avere tenuto parlamento al Popolo dalla terrazza della Comunità, in senso repubblicano e comunista. Io così gli rispondeva la sera del 7 febbraio 1849: «Tutto andrà pel meglio, purchè costà non avvengano disordini. Screditate questi mestieranti torbidi e sviscerati della Repubblica per aver pane dal Principato. S... va fischiato. Lo stesso sacramento in bocca sua diventa sacrilegio: vergogna al Popolo che sopporta simili Apostolati.»[146]

Ma l'Accusa (per adoperare il suo linguaggio) dirà: non sono questi atti univoci, non prove limpidissime; gli è forza che vi scolpiate luminosamente, splendidamente; bisognerebbe conoscere proprio quello che ruminavate tra voi altri Ministri, quello che tenevate giù dentro al profondo del cuore. — Ahimè!

Facilis descensus Averni.