Se io pongo mente al tempo e alla cagione delle parole, ricordo che quei tali onorevoli colleghi mi animassero a procurare il ritorno dei Deputati partiti, e che io rispondessi: «È andato Montanelli; basta.» Riprova di questa verità occorre nel considerare, che i colleghi conferenti meco, trascurato lo esempio altrui, restavano fermi nella sala, nè facevano sembiante di volersene andare, la quale cosa dimostra come la Seduta fosse incominciata, e come di conferenze segrete non fosse più a parlare.
L'Accusa non sembra che fra i suoi studii si dilettasse molto di quello dello Statuto; o se le piacque un tempo, poco se lo rammenta adesso; imperciocchè, se fosse altramente, saprebbe che l'Articolo 44 dello Statuto dichiara: «Le adunanze delle Assemblee avere ad essere pubbliche; soltanto su la domanda di cinque Membri potersi il Consiglio costituire in adunanza segreta.» — Il verbale dell'Assemblea non dice che questo rito fosse praticato, e veramente nol fu; e nemmeno dice il verbale che i Ministri ricevessero lo invito di cui parla l'Articolo 61 dello Statuto medesimo. Per altra parte, l'Assemblea quale ha mestieri di consenso ministeriale per costituirsi in conferenza segreta? Di quali informazioni abbisognava per parte dei Ministri? Forse non erano istruiti del successo e del tenore delle granducali lettere il Presidente e parecchi Deputati? Sì certo lo erano, e il Signor Vanni era stato chiamato in Palazzo appunto per questo: oggimai dello infausto evento correva pubblico il grido. E se le Camere non abbisognano del consenso dei Ministri per costituirsi in conferenza segreta, molto meno hanno d'uopo della presenza loro per deliberare i partiti. Il Ministero non costituisce per niente membro necessario del Parlamento; — or fanno pochi giorni l'Assemblea di Francia, non ostante l'assenza del Ministro del Commercio, discusse e votò la proposta su le tariffe commerciali, instando Thiers; — e fu nella Camera nostra dichiarato, in occasione della Legge su l'arruolamento, discussa in parte e deliberata assente il Ministro della Guerra, nella Seduta de 17 agosto 1848. Io ben ricordo avere in cotesta Tornata fatto osservare se non la necessità, almeno la dicevolezza, ed anche il vantaggio della presenza del Ministro per attingerne opportuni schiarimenti; se non che il Deputato Salvagnoli tanto seppe dire intorno alle facoltà della Camera di discutere, e votare senza bisogno di Ministri, che non fu tenuta in conto alcuno la mia osservazione. Non invito legale pertanto, ma consiglio semplice fu dato di conferire in segreto, nè dal mio non seguirlo era tolto alla Camera di prendere quel partito, che le fosse parso più profittevole.
Me poi a non seguitare cotesto consiglio persuadeva copia di ottime ragioni. In prima, la commissione del Principe, il quale con lettera del 7 febbraio ordinava: «Prego il Ministero a dare pubblicità a tutta la presente dichiarazione, onde sia manifesto a tutti come e perchè fu mossa la negativa che io do alla sanzione della Legge per la elezione dei Rappresentanti toscani alla Costituente italiana; che se tale pubblicazione non fosse fatta nella sua integrità e con sollecitudine, mi troverò costretto a farla io stesso dal luogo ove la Provvidenza vorrà che io mi trasferisca.» Da questo il bisogno della urgenza e della pubblicità della Seduta. Inoltre, nella agitazione certissima del Popolo in quei momenti supremi, in affare di tanta importanza, ogni ombra di mistero avrebbe accresciuto le ansietà e inacerbito i sospetti: ogni uomo che abbia senno, di leggieri andrà persuaso che la conferenza segreta, invece di diminuire, avrebbe a mille doppj accresciuto i pericoli del frangente. Ancora, io vorrei che l'Accusa, in cortesia, m'istruisse in che e come la sala privata avesse, meglio della pubblica, difeso l'Assemblea dal Popolo irrompente. Forse la sala privata ha in sè virtù repulsiva, od è munita di ridotti e cinta da bastioni? Forse il mago Atlante vi pose sotto la soglia le incantate olle come al Castello di Carena?[173] Se la sicurezza poteva consistere nella diversità delle stanze sotto un medesimo tetto, l'Accusa avrà ragione; ma finchè non venga dimostrato in che la camera delle conferenze avesse maggior virtù della sala pubblica, egli è certo che i Deputati sarebbero stati esposti ugualmente nell'uno come nell'altro locale. Ed anzi peggio, perchè le angustie del luogo avrebbero, ad ogni evento, impedito l'uscire, aumentati i pericoli. Finalmente, a tutelare l'Assemblea erano state prese le provvidenze necessarie. Il Decreto del 10 giugno 1850 argomentava il reo disegno dal trascurato invio di ordini al Capitano della Guardia Civica stanziata alla porta di sotto, per opporsi allo ingresso della moltitudine tumultuante; ma in qual punto avrei dovuto trasmettergli io ordini siffatti? Prima o dopo l'apertura della Seduta? Se prima, ordini speciali per cosa che s'ignora non se ne possono dare; inoltre il Capitano non riceve ordini dal Ministro, ma dal suo Superiore; e poi il Capitano posto a guardia ha ordine generale di difendere la sicurezza dell'Assemblea; nella quale generalità, naturalmente, rimane compresa la specialità di operare quanto reputa convenevole per adempire il fine della consegna. Lo intento della moltitudine non poteva essere dubbio se, come narra l'Accusa, infuriava tumultuante e schiamazzante, con cartelloni che dicevano, a lettere da speziali, quello che volesse fare. Che cosa altro si domanda per conoscere che l'Assemblea sta per essere violata? Che più si aspetta per sapere venuto il momento della difesa? Se le Guardie, spesso collocate a distanza grande dai Superiori, avessero ad aspettare, via via che la occasione si presenta, ordine speciale per agire, verrebbero a portare sempre il soccorso di Pisa. Ora, nel caso in discorso, io non poteva conoscere quello che si faceva per di sotto, stando nell'Assemblea; e sarebbe riuscito festoso che per me si mandassero ordini per impedire lo ingresso della moltitudine tumultuante, quando la vedeva già entrata! Non so di cose guerresche; ma parmi evidente, che se la Guardia si fosse disposta su per gli scaglioni con le armi abbassate, la posizione sarebbe stata insuperabile.
Però io ho detto tutto questo per tenere dietro alle aberrazioni dell'Accusa; ma ella, che poco sapere le Istituzioni Costituzionali, o ricordare si cura, importa che avverta come il comando della forza armata di guardia all'Assemblea dipenda unicamente dal Presidente di questa. I Ministri, usurpando simile prerogativa, non solo commetterebbero sconvenienza massima, ma colpa. Infatti, nella Seduta del 30 marzo 1849, mentre una mano di Popolo con urli e minacce assai più veementi che quelle dell'8 febbraio intendeva violentare l'Assemblea a proclamare la Repubblica, io mi trovai, o credei trovarmi, forte abbastanza per indirizzare al Presidente queste parole: «Come Capo del Potere Esecutivo, in cui il Popolo intero ha riposto la sua fiducia, io credo dovergli rispondere con atto di coraggio. Se il signor Presidente domanda gente per disperdere gl'iniqui e perfidi perturbatori, io stesso monterò a cavallo.» — E nella Seduta, non meno procellosa, del 2 aprile, il Ministro dello Interno interrogava il Presidente dell'Assemblea dicendo: «Io le ho mandato 180 uomini; che ne fa ella?» E il Presidente rispondeva: «Io ho trasmesso gli ordini opportuni al Capitano del distaccamento della Guardia Nazionale che in questo momento forma il presidio dell'Assemblea.»[174]
Se il Ministro della Guerra raccolse i Comandanti dei Corpi militari per provvedere più particolarmente alla città di Firenze; e fu messo all'Ordine del Giorno, che tutte le milizie starebbero consegnate nelle rispettive caserme; e stabilito, che le milizie, stanziali e cittadine, avrebbero agito promiscuamente dietro ordini firmati dal Comandante di Piazza e dal Prefetto (Atto di Accusa § 53); si persuaderà di leggieri la gente, che alle provvidenze fu pensato.
Ma l'Accusa, che prima aveva rimproverato la omissione delle misure, ora che le trova prese, ci sofistica sopra, e dice, che le milizie dovevano agire soltanto in caso di vera e propria sommossa popolare, e critica quel dovere agire dietro ordine di due autorità dissociate; non si contenta che la Civica fosse mandata alle Camere con numero, mezzi, e istruzioni consuete; bisticcia perchè non avesse posto le baionette in asta, come se tutte queste cose dipendessero da me; gavilla perchè la Stato-Maggiore, e il Generale in Palazzo Vecchio stanziassero, come se potessero stare in migliore luogo per difendere il Senato che sedeva in quel medesimo Palazzo, e il Consiglio Generale che sedeva nella fabbrica accanto!!
Il Ministro D'Ayala fu sempre di parere, che i soldati non si avessero a mescolare nelle popolari sommosse: per queste doveva bastare la Guardia Civica. Se la Guardia Civica non mantiene l'ordine interno, o che cosa ci sta a fare? La milizia stanziale combatte le guerre della patria. Di tale suo concetto espose buone ragioni alle Camere; per questo motivo non fu piccola impresa ottenere i suoi soldati nel supremo accidente; e la doppia firma ha da essere stata regolare, e necessaria secondo la sua superiore esperienza.[175] Che cosa si voglia inferire dalla firma simultanea delle due Autorità dissociate, io non so comprendere; molto più, che per non essere parola italiana l'aggettivo dissociato, non capisco per l'appuntino che cosa significhi; ma indovinando che corrisponda a disgregato, o che forse, domando io, una dimorava in Firenze, e l'altra al Capo di Buona-Speranza? Sentiamo un po': che grande ostacolo faceva questo, o in che le operazioni necessarie avrebbero incontrato impedimento o ritardo? Il Comando di Piazza stanzia in Palazzo Vecchio; il Prefetto come Deputato sedeva alla Camera: distavano dunque forse trenta passi, e tre scale! Che insinuazioni cavillose, che sofisticherie sono elleno queste? E crede l'Accusa, che il Generale Chigi, personaggio chiaro per valore e per ingegno, si sarebbe prestato docilmente a lasciarsi aggirare come un gaglioffo? Riprenda l'Accusa gli aggiunti di vera e propria, che ce li mette di suo, — e fa ufficio di barbaro, gittando nella bilancia iniqui pesi, — e lasci unicamente la sommossa popolare,[176] e veda se fosse venuto tempo di agire (se è vero quello che dice il Decreto del 10 giugno 1850), alloraquando gli agitatori deliberavano, sotto la Loggia dell'Orgagna, imporre un Governo Provvisorio alle Camere, e (se è vero l'altro che referisce il Decreto del 7 gennaio 1851) quando vi si conducevano tumultuanti. Se non presenta carattere di sommossa una turba tumultuante che delibera in pubblico d'imporre un Governo nuovo al Paese, davvero che cosa sia sommossa io non saprei vedere. In quanto alle baionette non messe in asta, le Guardie ce le avevano a mettere; e credo che non le avessero lontane, perchè, se non isbaglio, se le tenevano al fianco. Se anche questo sembra all'Accusa un crimenlese, non ha fare altro ch'estendere la requisitoria, e mettervi dentro anche le Guardie. Sarebbe per avventura anche questa una disassociazione pregna di maligni disegni? Or via; i provvedimenti furono presi, e se rimasero inadempiti, non è mia la colpa. I Circoli invitati a stare fermi, si vollero muovere; le milizie invitate a muoversi, scelsero di stare ferme; ma che, per avventura, devo io portare il peso dei falli di tutto il genere umano?
Nè qui si fermano le insinuazioni; e si trova a ridire perchè fossero chiamati i Capi dei Circoli, e non il Presidente Vanni; perchè nella notte fossero avvertiti i Circoli, e non le Camere. Trattandosi d'impedire turbolenze, era razionale convocare chi potesse reprimerle, e chi provocarle; i primi, perchè alla occasione si mostrassero, i secondi, perchè dal dare questa occasione si astenessero; ed ordinando, o pregando, che i Capi dei Circoli stessero tranquilli, ne veniva per necessità che fosse loro partecipato il motivo della chiamata e dell'ordine. Forse si volle tenere celato il successo della partenza del Principe? Ma non erano il cavaliere Peruzzi Capo del Municipio, e il cav. Chigi Generale della Guardia Civica e Senatore, che ne furono primamente instruiti? Perchè malignare se non fu chiamato il Presidente della Camera? Da questa parte non poteva venire danno davvero, e soccorso materiale nemmeno. Fintantochè non ci dica l'Accusa quale rovina irreparabile abbia cagionato chiamare il Presidente della Camera la mattina per tempo, qual soccorso di forza ci avrebbe apportato l'ottimo e mansueto Cosimo Vanni, che Dio nella sua misericordia dallo aspetto delle odierne miserie in buon punto ha salvato, sarà difficile che la gente trovi, come l'Accusa fa, criminoso un lieve ritardo del tutto fortuito ed innocuo.
Rifinito dalla fatica, agitato da commozione profonda, e da presentimenti tristissimi, dopo avere vegliato tutta la notte, io mi conduco alla Camera deliberato a rassegnare la carica appena il signor Montanelli avesse letto il suo Rapporto. Questa intenzione aveva manifestato ai miei familiari, e a parecchie persone che mi circondavano; sicchè prima di uscire dalle stanze di Ufficio fatto fascio di corrispondenze, e di altre carte private, gittandole sul fuoco, esclamai: «poichè non tornerò più qui, non vo' che alcuno legga i miei negozii!» Mi sentiva preso da sazievolezza, e di salute infievolito non poco; rivolgendomi nell'Assemblea al Popolo sorvegnente, diceva loro: «Rammentatevi, cittadini, che abbiamo vegliato tutta notte: — per conseguenza state tranquilli.[177]»
Il signor Montanelli, appena letti i documenti di S. A., viene interrotto da turba di Popolo guidata dal Niccolini, il quale si annunzia latore di ordini popolari; e poi aggiunge: che il Popolo abbandonato dal Sovrano, il quale è fuggito vilmente, mancando alla sua fede e al suo onore, è rientrato nei suoi diritti.[178]