«Aff. Guerrazzi.

«Al Sig. Avv. Ferdinando Fortini Regio Procuratore Firenze.[188]»

A certo altro facevano guerra (Stefano Stefanini Commissario degli Ospedali di Livorno) e n'era pretesto l'affezione al Governo passato, gli onori ricevuti da quello; motivo vero la cupidità della sua carica onoratissimamente esercitata. L'egregio uomo tra le angoscie della iniqua persecuzione smarriva l'animo, e a me per aiuto scriveva. Ecco come io lo confortava: «Amico carissimo. — A questa ora avrai pace, lo spero, e poi lo voglio. Ed ho potuto, e voluto, quando ero nulla; pensa se adesso! — La mia amministrazione sarà breve o lunga, poco importa, ma sarà di giustizia. Dunque rispondimi se ti lasciano tranquillo. — Eccoti una supplica. Se merita, ti offro modo di fare un bene, e conciliarti favore; — se non merita, — nulla: Addio.»

Dirò altrove del giovane Boiti per sospetto degli Arrabbiati dovuto allontanare, e poi da me restituito in ufficio.

A tutti i servitori del Principe curai si mantenessero gli stipendii, e fu già detto, col Decreto del 10 febbraio 1849.

I sussidii alle molte famiglie povere elargiti dalla Corte di S. A. ordinai si continuassero.[189] Finalmente provvidi affinchè in modo stabile le sorti degl'impiegati della Corte si determinassero.[190]

Membro del Governo Provvisorio, impiegai perfino Pretore al Porto Santo Stefano chi venne ad arrestarmi un anno avanti! — E basti..... perchè è pure ignobile, Dio mio! — è pure infelice la condizione ove la necessità della difesa mi costringe a spogliare il benefizio del suo divino pudore.[191]

Lodano i Giudici meritamente Emilio Torelli, il quale per lungo tempo mi servì con zelo come guardia del corpo aspettandomi spesso nelle tarde ore di notte, per iscortarmi a casa; lo lodano, dico, per essersi adoperato a salvare dalle mani dei faziosi oggetti di regia proprietà, e non sanno compartire merito alcuno a me, che rientrato appena in Palazzo, sbigottito della mente, e indolenzito della persona, firmai tre Decreti, e primo fra questi, quello che instituisce la Commissione dei Signori Generale Chigi, Gonfaloniere Peruzzi, Deputato Fabbri, e Professore Emilio Cipriani per prendere in consegna immediatamente tutti i palazzi regii, e oggetti di qualunque natura nei medesimi esistenti,[192] onde salvarli dalla dispersione.

I Giudici e l'Accusa non hanno avuto occhi per leggere la risposta, che di mia commissione mandava il Segretario del Governo Chiarini al sig. Poggi, custode del Palazzo della Crocetta, il quale mi avvisava come una mano d'individui, nel 23 marzo 1849, minacciasse convertire cotesto Palazzo in Quartieri, e lo annesso giardino ridurre a orto, per seminarvi carote, cavoli e patate ad uso delle milizie.

«Sig. Poggi. Sono incaricato dal Governo Esecutivo di rispondere alla sua del 23 spirante. Avanti tutto le faccio sapere che le di lei osservazioni, in essa manifestate, sono ritrovate non giuste, ma giustissime. Nel tempo stesso rendo a sua piena cognizione, che il Governo mai ebbe in animo di ridurre il Palazzo della Crocetta ad uso di Quartieri, nè per ora soggetto a nessuna innovazione. Il Governo conosce benissimo le convenienze, e molto più sa rispettare le opere di Arte: mai è stato vandalo. Si rassicuri, caro sig. Poggi; usi il solito attaccamento alle cose affidatele, e vada persuaso che comunque girino gli eventi, i galantuomini sono sempre rispettati, e riveriti.» (Così allora credevo.) «Se il Governo non ha potuto in tutto e per tutto ostare alle esorbitanze e agli arbitrii dei molti intemperanti, non è stato suo volere, ma sola mancanza di cooperazione, e di forza. Dove non è ordine, non è legge. Però mai sotto il suo Governo (cioè del Guerrazzi) saranno compiti atti di violenza, nè contro le cose, nè contro le persone, di qualunque condizione si sieno.[193]»