«È luogo a ritenersi che a questo punto non si arrestasse la Rivoluzione, ma che, presentendo prossima l'ora del riscatto, i Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, si dessero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano.
«Nel concetto di accoglierle, così scrisse il Guerrazzi nel dì 8 febbraio 1849 (6 ore pom.) al Governatore Pigli:
«Il Ministro Inglese assicura essere andato il Granduca con la sua famiglia a Portoferraio; si faccia tornare il Giglio. Si mandino barche e navigli con Livornesi ed uomini arrisicati a cacciarnelo. Leopoldo non merita ospitalità sopra il suolo toscano, dopo che, con tanta ingratitudine e nera perfidia, ha corrisposto alla fede del suo Popolo. — E la raccomanda il 9 al Governatore di Portoferraio sotto minaccia di destituzione:
«Può supporsi che sia diretto costà, e già si trovi in cotesta Isola, Leopoldo Secondo. — Quando ciò fosse sicuro, egli ha abbandonato la Toscana, il Governo Provvisorio non può permettergli di rimanere in una parte di essa. La sua presenza potrebbe divenire causa di perturbazione, e forse di guerra civile. Ella perciò deve in quel caso invitarlo ad assentarsi anche da cotesta Isola, e fare in modo che la presente disposizione abbia il suo pieno ed immediato compimento. — A ciò mancando non potrebbe da lei evitarsi la destituzione dallo impiego. —
«Fallito il disegno di cotesta Spedizione, e dietro notizia che il Principe era a Santo Stefano, si rinnuovarono dal Guerrazzi al Pigli gli ordini per una seconda Spedizione militare contro il Granduca, chiamando a soccorso le truppe e i talenti del Generale D'Apice che vi si ricusò.» — Perchè, dice il Decreto del 7 gennaio, fosse nelle ferme intenzioni della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del Principe dalla Toscana.
La lettera al Pigli è così concepita: «Dalle annesse lettere che mi ritornerete, e che per difetto di tempo mando nell'originale, vedrete il pericolo che ci minaccia. Colla massima sollecitudine apparecchiate gente scelta che s'indirizzi verso Santo Stefano per la via del Littorale, ma per paese amico, e per ingrossarsi come palla di neve. D'Apice vi scriverà, e vi terrete ai suoi consigli. — 14 febbraio 1849.»
La dichiarazione del Generale D'Apice suona nel modo seguente: «Dirò con tutta verità, che allorquando mi trovava in Empoli ricevei lettera per parte del signor Guerrazzi, nella quale mi diceva lasciassi in Empoli porzione della truppa che io aveva sotto i miei ordini, e con altra mi dirigessi in Maremma, e mi pare precisamente a Grosseto. Ma poichè si trattava che cotesta Spedizione doveva farsi contro il Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai incaricarmene.»
E raccomandando io scriveva al Paoli: «Scrivo a lei perchè capace d'intendere e di eseguire. Qui poco si fa, molto si parla. Cornacchie, non uomini. Leopoldo austriaco sta in Santo Stefano, organizza la reazione coll'empio pensiero di convertire Maremma in Vandea. Bisogna fare due cose: riunire quanta più forza si può: parte offrirne al Prefetto di Lucca, parte tenerne a disposizione del Governatore di Livorno. La causa della Toscana, e forse della Italia, dipende da queste misure, perchè da ogni buco può entrare acqua, cagione di naufragio. Rendete ragguaglio, per Dio, di quello che fate. Il Potere centrale deve essere informato di tutto.»
«Pigli (continua il Decreto del 10 giugno) raduna gente di ogni arma. La Cecilia la conduce; sparge proclami, ma non ottiene seguito, nè riunisce gente ai ribelli.
«Questi apparecchi si accelerano, ma rimangono interrotti per dirigere il tumultuario armamento a Pietrasanta a comprimere un tentativo di restaurazione del Generale Laugier che dicevasi avere rialzato a Massa la bandiera del Principato, senza però abbandonare il disegno della cacciata del Principe.»