—Portatemi presto il lume, e apritemi la porta.

—Ora vado per la chiave, e ritorno.

—E badate a non dimenticarvi del lume.

—Lume! Oh per lume non te ne mancherà, se non falla il detto: et lux perpetua luceat eis;—cantarellava il Cènci in suono di requiem allontanandosi con passi frettolosi.

—Pare impossibile!—aggiungeva poi tornato nella sua camera;—e costoro si vantano di sottile ingegno! Qual volpe mai non pose industria maggiore a fuggire la tagliola, di questo bandito?—Ora aspettami, Olimpio; tu puoi aspettarmi un pezzo; perchè se non viene voglia all'Angiolo di aprirti nel giorno del giudizio, io non verrò di certo. Tu imiterai nella morte lo epicureo romano Pomponio Attico, lo elegante amico di Cicerone. Pare che nel morire di fame si nasconda una certa voluttà; imperciocchè costui, sentendosi sollevato dalla dieta, volle continuare il digiuno fino alla morte; non gli parendo bene, poichè tanto cammino aveva percorso per andarsene fuori di questo mondo, rifare i passi per tornare indietro. Se non mi cascava addosso così improvviso, io avrei messo Olimpio in parte da potere osservare gli effetti di questa morte… Pazienza! Sarà per un'altra volta, se Dio mi assiste. Ormai io mi getto in braccio alla fortuna, perchè, considerata ogni cosa, meglio vale un grano di fortuna che uno staio di senno. In guerra, in amore e in negozii, nelle arti stesse governa assoluta la fortuna. Io aveva ordito una trama con filo di senno, e la fortuna me la rompe come fa delle reti il pesce cane; poi di sua propria mano lo riconduce in potestà mia, quasi dolce rimprovero di avere diffidato di lei: e sì che doveva rammentarmi il fatto di Arona quando il capitano Rense minò le mura, le quali per virtù della fortuna andarono in aria, e poi tornarono ad assidersi sopra gli antichi fondamenti come se mai fossero state smosse[2]. Sacrifichiamo pertanto un giovenco alla Fortuna, e una pecora alla Sapienza.—Addio, Olimpio, buona notte. Il mio saluto non suona strepitoso quanto quello del birro; il mio è più placido, ma più sicuro. Dormi in pace, Olimpio; ancora io ho sonno: io ti auguro un riposo uguale a quello dell'uomo innocente—uguale al mio.—»

Dei quattro masnadieri compagni di Olimpio tre rimasero morti sul luogo; il quarto, malamente ferito, nel trasportarlo allo spedale spirò per la strada. Il Duca anch'egli rilevò una palla nel braccio diritto, ma sopravvisse. Dopo lunga procedura, dove confessò pianamente ogni particolarità del fatto, tacendo quanto concerneva il Conte Cènci, il Papa stette in dubbio se avesse a condannarlo nel capo, o alle galere. Però le raccomandazioni, che il Duca aveva in Corte potentissime, e soprattutto la moneta largamente spesa tra i famigliari del palazzo, disposero il Pontefice a considerare la gioventù del Duca, la sua vita fino a quel punto incolpevole, la causa che lo spinse a mal fare prava sì non esecranda, e il non consumato delitto; per cui ebbe commutata la pena. Quale siffatta commutazione si fosse, io trovo, non senza sorpresa, nei Consigli di Prospero Farinaccio, che lo difese.—Fu inviato ad Avignone—governatore pel Papa!

Siccome le cose strane difficilmente si acquistano fede dove non vengano manifeste le cause che le rendono ordinarie, e naturali, così i ricordi dei tempi raccontano come Papa Clemente fosse condotto ad abbracciare simile partito dalla solenne avarizia che lo dominava, imperciocchè non assegnò stipendio di sorta alcuna al Duca; anzi lo aggravò di tante spese oltre a quella di sostenere la carica con la splendidezza conveniente a gentiluomo romano, che tra per queste e tra il danaro impiegato per liberarlo dalla condanna, la nobilissima casa D'Altemps ne sentì scapito tale, che indi in poi non si è più mai riavuta.

NOTE

[1] Nel secolo XVI era fra il popolo più familiare l'Ariosto che il Tasso. Montaigne nel suo Viaggio in Italia racconta avere udito, passando per le strade maestre, i contadini nei campi, che cantavano l'Orlando Furioso. Il partito clericale adoperò il Tasso contro lo Ariosto come l'acqua benedetta contro il diavolo; s'ingegnò parimente contro il Dante, e per un tempo vi giunse; nebbia che copre la montagna per un giorno, e passa. Vedi Lettere del Bettinelli, gesuita, contro Dante.

[2] Mémoires de MARTIN DU BELLAY, l. 2. f. 86. cit. da MONTAIGNE.