Dentro il carcere, dietro la infame tramoggia, Beatrice invece di ricevere le impressioni esterne, e consolarsi contemplando, o ascoltando:—invece di blandire la memoria implacabile, e sopire la febbrile attività del pensiero riducendosi in condizione, più che potesse, passiva, ha dovuto all'opposto suscitare le fiamme divoranti della immaginazione; alimentare la ferita.
Ha sentito, quando sparisce l'allegrezza del giorno, e la crescente mestizia delle tenebre persuade ricorrere per consolazione alla Vergine dei cieli,—lontano lontano alternarsi il canto delle litanie dinanzi la immagine della Madonna dei Dolori, che sotto il suo gran manto celeste ripara tutto il genere umano (tranne quelli che fanno piangere), ma non ha potuto mescolarsi con le altre donne alla santa preghiera.—Lei percosse a vespro la voce rozza, ma lieve come l'aura dei poggi, della montanina, che riduceva a casa le capre, e non potè conoscere dall'alacrità degli occhi rivolti frequentemente in giro, dallo incesso irrequieto, dal simbolo dei fiori intorno al cappello se pei suoi amori correva la stagione dei sospiri, o quella delle lacrime.—Su l'alba udì scoppii di archibugi, e latrati di cani, e grida di uomini, e non potè seguitare lietamente curiosa le vicende della caccia, o sovvenire ai feriti, se i masnadieri avevano assaltato gl'improvvidi viaggiatori. La campana suonò invano alla messa; invano ai funerali: poca cura ci punge pei morti ignoti; e recitarci con le proprie labbra il de profundis è cura troppo molesta.—Per dio! A tale l'aveva ridotta il vecchio maligno, che ella veggente non sapeva che cosa farsi della luce degli occhi; ella viva non sapeva in che cosa adoperare la vita.—Ma tempi di ferro erano cotesti, e Francesco Cènci per cupa scelleraggine singolare, non raro.
Nè meno turbavano la desolata il passo della scolta, che per lo aperto verone le camminava sopra la testa, e il frequente gridare all'erta, e lo squillo della campana ogni quarto di ora,—conciosiachè noi tutti, è vero, sappiamo che il Tempo va e fa andare, cacciandosi davanti senza posa, e giorni e secoli verso la Eternità, a guisa di mandriano che affretta gli armenti al presepio quando minaccia tempesta;—ma starci seduti sopra la riva a vedere inerti sparire veloce il torrente della propria esistenza, è troppo acerbo travaglio. Nel tumulto della vita affetti, sensazioni e pensieri ci fanno dimenticare troppo più spesso che non conviene la fuga della nostra vita; ma nel carcere sentirsi misurare i minuti che passano dall'orma del carceriere sul capo, è supplizio che supera la immaginazione. Tu provi quanto tormenti acerbo il Tempo, allorchè deposta la falce prende la lima, e lento, continuo, implacabile ti sega il cranio; e quanto sia angoscioso contemplare speranze, ingegno, anima e corpo disfarsi in atomi, e cadere come limatura di ferro ai tuoi piedi.
Beatrice nel volgere gli occhi al cielo non prega, e non rampogna; sembra piuttosto che interroghi: «Dio! mi hai tu abbandonato?»
Le sue parole furono uguali alle estreme che profferì Cristo sopra la croce, prima di declinare il capo, e spirare.
Io conosco bene la mente selvaggia di uomini superbi, che le avrebbero risposto così: «E chi ti ha detto, folle, che Dio protegge, ed abbandona? Dio non abbandona, nè protegge. La forza misteriosa della sua azione, che si manifesta con la moltitudine delle cose create, getta assidua nello abisso pugni d'arena di oro, e cotesta arena sono stelle. Egli le costringe a moti diversi secondo la legge della loro durata. Se la polvere di questi mondi, animata o no, avvalla o s'inalza, seppellisce sotto di se lo esercito di Cambise[4], o si lascia arare, zappare, e si sottomette a produrre frutto: se piange, o ride, o sta immota superficie di camposanto: se si agglomera in mastodonte, o si sperpera in formiche: se si trasforma in penne di aquila, o nelle fibre inerti del tardigrado, egli non cura questo, e non lo può curare. Ai fini della natura basta che nulla giaccia infecondo, o si disperda sterilmente; poi, che aumentino mille avvoltoi, e diminuiscano dieci mila colombe poco le importa. Immensa macina che infrange reami ed acini, imperatori e lumbrichi per crearne nuovamente lupi, o pecore, od altri animali. La dottrina della trasmigrazione insegnata a Pittagora dai Sapienti di Egitto, una volta presa a scherno da insensati filosofi, è cosa tanto evidente, che sembra impossibile come possa essere stata impugnata. Difficile è spiegare quello che non si comprende, e non si può intendere; follìa disprezzare, o negare ciò che supera la nostra intelligenza; ma che il Supremo Fattore abbia a tenere conto, non che della specie, dello individuo, non sembra che possa dirittamente credersi. La natura recasi in mano l'universo, e lo soppesa; se torna il volume non le importa la forma.
«E poichè gli uomini sortirono questa vita e questa forma senza chiederle, e molti ancora senza desiderarle, perchè le non si possono rassegnare senza offesa della natura? Singolari ella fece le vie del nascimento, infinite quelle della morte; sicchè può ritenersi, che a lei piaccia la vertigine delle trasformazioni. Se gli orecchi nostri potessero udire la voce della natura, noi sentiremmo ch'ella predica sempre ai mortali: =Ospite, io non ti trattengo a forza alla mensa della vita; tra le bevande, che io ti appresto davanti, scegli quella che meglio ti talenta; e se ti piace l'oblìo, bevilo, e vattene=.
«Veramente, come se l'uomo non fosse presuntuoso abbastanza, gli hanno dato ad intendere, e la sua superbia glielo ha di leggieri persuaso, sentinella infedele non poter disertare il posto al quale la Provvidenza lo commise; lui essere re dell'universo; la favola di Atlante adombrare il simbolo dell'uomo chiamato a sostenere il mondo sopra le sue spalle. Il sole fu appeso nel firmamento per riscaldarlo, la luna per illuminarlo, le stelle per divertirlo nelle notti di estate.—Fin qui pazienza; le adulazioni da un lato, e la superbia dall'altro erano follemente innocenti; ma diventarono crudeli quando gli dissero: =tutte le creature che vedi furono fatte per te=. Allora il vanaglorioso spietato stese la mano sopra gli enti che hanno anima e sangue, e prese a vivere della loro morte, ed osò senza ribrezzo convertirsi in sepolcro palpitante.
«Ora questo vampiro nudrito di superbia s'irrita di ogni lieve sciagura, non vuole sopportare le infermità, aborre la morte. Cadono i cedri del Libano, caddero le querce secolari delle foreste druidiche; scomparvero città, popoli, imperi, e perfino rovine d'imperi. Nel cielo aprono, e chiudono del continuo le palpebre i pianeti, e questo verme petulante presume vivere eterno, e felice—satrapo della natura.—Mora come fa morire. Si rassegni al fato comune; torni senza mormorare alla terra donde è nato: polvere è, polvere ritorni».
O filosofo dalla mente selvaggia! io conosco questi argomenti, e il mio intelletto li comprende; ma questo cervello che pensa, questo cuore che soffre, tutto il mio ente, che si agita, non si appaga di sermoni e di sofismi. Poichè la natura infuse nell'uomo lo amore, anzi la smania della propria conservazione, non può averlo legato alla vita, come Cristo alla colonna, per dargli seimilaseicentosessantasei battiture. L'uomo ha diritto di essere felice, e nella natura si hanno a trovare facoltà per diventarlo; che se così non fosse, l'uomo avrebbe ragione di volgersi al cielo, e domandare: «Dio! perchè mi hai creato?»