Il segretario annuvolato passò dinanzi al vicario impaziente, e gli disse torbo «aspettate!» Dopo venti, e più minuti il segretario, maggiormente torbo, ripassa per entrare nella stanza del Vicerè, e dice al vicario, maggiormente impaziente, «aspettate!» Il segretario dopo lunga ora esce dalla stanza del Vicerè, e al povero vicario, che non capiva più nella pelle per la rabbia, ripete per la terza volta torbidissimo «aspettate!»
Il capo del vicario aveva girato dall'uscio della stanza del Vicerè a quello della stanza del segretario, e da questo a quello come un girasole: alla fine, dopo inenarrabile agonia, esce per la quarta volta il segretario; e, messo fra le mani al vicario un plico suggellato, lo squadra di traverso, lo inchina, e senza dire un fiato sparisce.
—Ouf!—borbottò il Vicario,—questi Spagnuoli fumano come cammini: giuoco che costui al suo paese avrà suonato le campane in qualche convento, non cibando mai miglior vivanda che la broda dei frati; ed ora ci viene a squadrare dall'alto al basso… a fare lo idalgo, con noi—che abbiamo in corpo nobiltà quanta il re.—E questo mettermi in mano suggellato il plico, o che novella è?—Forse sarà segno di attenzione, e riguardo alla persona e alla carica:—deve essere così:—e allora io non troverei in ciò da biasimarli,—anzi gli lodo;—e correva via a gambe.
Prima di proseguire il racconto del mio Vicario bisogna che mi sbrighi del segretario. Ora vuolsi sapere come, tornato a casa, egli dicesse al figliuolo, che gli andava incontro tutto festoso: «Figliuolo mio, facciamo le nostre valigie e ritorniamo in Ispagna, perchè qui in Napoli l'aria non tira più buona per noi». Signore! rispose il figliuolo, che cosa vi è mai accaduto di nuovo? Avreste per avventura mancato di rispetto alla nostra santa religione? «Peggio, figliuolo mio, peggio». Avreste, ohimè! ucciso in duello qualche gentiluomo di corte? «Peggio». Per sorte, avreste ardito inalzare i vostri affetti fino alla Serenissima Viceregina? «Peggio ancora». Voi mi spaventate; ma che, dunque? «Ho sorpreso il potentissimo Duca di Ossuna sciupando il tempo a insegnare parole oscene al suo pappagallo». Misericordia! è finita per noi.—
Adesso torniamo al Vicario. Egli giunse ansante, bagnato di sudore alla vicarìa: si pose a sedere con il Collaterale al fianco, notari, e copisti; fece rientrare sbirri, valletti, carnefice, e vittima, che fu portata a braccia col capo spenzoloni giù come ubbriaco. Il Vicario levò le ciglia in su, e quando li vide tutti attenti passeggiò i suoi sguardi allo interno nella miseria del suo orgoglio, poi ruppe il suggello e si pose a leggere,
—Come? Come? qual tradimento si è questo?
—Che avvenne? Che fu? Che cosa è stato?—si udiva a coro replicare dintorno.
—Sono tradito peggio di Cristo;—e piangendo si coperse gli occhi con le mani.
Il Collaterale, che gli stava al fianco come lo jakal alla jena, gittò lo sguardo obliquo su le carte; e, vedendovi scritto il suo nome, con un baleno di malignità indovinò il mistero: onde in un punto, postergato ogni rispetto, allungò le mani bramose; ed arraffando le carte si accinse a leggerle, rovesciato il capo su la spalliera del seggiolone. Nel conoscere ch'era stato promosso alla carica di Vicario in luogo di don Gennaro Boccale fu per ispiccare un salto, prorompere in pazze risa, battere palma a palma, fare cose insomma da spiritato; ma si contenne, e, col collo torto più loiolescamente che potè, con un risolino sopra le labbra sottile quanto il filo del rasoio gli favellò:
—Avvocato Boccale (di secco in piano gli toglieva il titolo di Vicario) credete che mi sento proprio trafiggere il cuore per la vostra disgrazia; molto più che, dentro domani, avrei a pregarvi di lasciarmi sgombra la casa…