—Non già la moneta, osservò Beatrice; bensì la idea, che altri pensa a te, e come può ti soccorre, deve tornare di consolazione grandissima ai derelitti. Nè si dica che il baleno non giova; perchè talvolta basta a illuminare la strada, e a ritrarre dallo abisso il pellegrino smarrito.
—Veramente, riprese donna Luisa, io comprendo quanto abbia a recare conforto in cotesto sepolcro di vivi conoscere come qualcheduno senta pietà di te… però non lo vorrei provare.
—Noi siamo foglie davanti al soffio della Provvidenza; ed io, qui presso a queste mura dolorose, imparo la ragione per la quale Gesù Cristo annoverò la visita dei carcerati fra le opere di carità fiorita. Guarda bene, e vedrai starsi sopra la porta del carcere la paura che respinge addietro il visitatore, e con labbra tremanti gli sussurra: va via, chè il giudice non ti sospetti complice del carcerato, e te pure imprigioni; sta l'abiettezza che, fatti i conti, trova che dall'albero cadente bisogna allontanarci, per tornare poi quando è caduto a farne provvista di legna da ardere; sta il rigore dalle viscere di pietra, il quale dissuade da sentire pietà dei colpevoli, perchè per lui l'uomo in carcere è reo, predica sempre meritata la pena, ed infallibile l'autorità; vi è… Ma ahimè! se io volessi rammentare tutte le fantasime, che stanno appollaiate su la porta del carcere minacciando da lungi i visitatori, sarebbe troppa impresa, e per di più fastidiosa; però non reca punto maraviglia se i carcerati passino ordinariamente la vita soli.
Così alternando malinconici ragionamenti si condussero a casa sul fare della sera. Don Giacomo con la famiglia erasi ridotto nello antico palazzo dei Cènci, e sotto questo tetto abitavano tutti, parte sicuri, parte paurosi, e Beatrice in cuor suo desolata; quantunque non lo desse a divedere, e presaga d'impenitente sciagura.
Alla veglia dei Cènci non manca mai frequenza di familiari e di amici per la parentela grande che aveva la casata, e la bella rinomanza di cortesia; ma stasera non si è veduto ancora comparire veruno, quantunque le due di notte fossero battute alla torre di nona. I convenuti s'ingegnano a tenere vivo il colloquio, ma soventi accade che la proposta rimanga senza risposta, e poco si prolungano i dialoghi penosi: il sollazzo diventa fatica; ognuno di loro desidera starsi solo in colloquio con l'anima sua; ma fatto silenzio, della propria solitudine impauriscono: allora si ode fragoroso lo spensierato folleggiare dei fanciulli, e rabbrividisce come uno scoppio di riso tra i funerali, sicchè ritornano con favelli scomposti a divertire l'affannato pensiero. Donna Luisa incomincia:
—Orsù, io mi accorgo che questa sera domina fra noi lo umore taciturno: prendiamo l'Orlando furioso, e proviamo sollevarci lo spirito con qualcheduna di coteste maravigliose fantasie.
—Io per me l'ho a noia per quel suo costume piuttosto discolo che facile, notò Beatrice; e per di più non mi garba quel fare leggiero: leggiamo invece, se vi piace, la Gerusalemme liberata.
—A me piace, soggiunge breve don Giacomo.
—Ma voi non la pensaste sempre a questa maniera; per parte mia non mi rimuovo, e come pensai altra volta penso anche adesso intorno a messer Ludovico: fantasie, superstizioni, stranezze, amori, battaglie, buone o ree passioni, pianto, riso, terra, cielo e inferno, tutto cantò quel benedetto ingegno: chi più di lui assomiglia alla natura sempre varia, e sempre bella? Vedetelo come nuvola di estate dondolarsi gaiamente fra gli aliti della sera, e ad ogni momento mutare di forma: guizza per un mare di piacere, e, a modo del delfino, ad ogni scuotere di squamme egli cambia colore. Parlando del poeta quasi mi pare diventare io pure poetessa, dacchè i suoi versi passando per la mia memoria vi scuotono l'ale pregne di poesia. Ditemi, in grazia, Armida forse non emula Alcina? Sì certo; ma in poema così solenne, come pretese comporlo il signor Tasso, cotesto colore sfacciato offende; mentre nei vispi canti di messer Ludovico diletta, e piace: arrogi che diavoli e streghe, incanti, e selve custodite da demonii femminini quanto mi talentano nell'Orlando, perchè davvero vi stanno come in casa propria, altrettanto nella Gerusalemme m'increscono. L'Ariosto parmi meglio avvisato del Tasso, perocchè il primo cotesti errori schermendo s'ingegni bandirli dalla mente del popolo; mentre il secondo favellando sul sodo, ve li conferma.—Ora nei poemi solenni il buon poeta deve valersi della religione depurata dagli errori vulgari, non già amministrate agl'ignoranti il male per medicina. Nel demonio abbiamo a credere, e Dio ci salvi dalle sue tentazioni; ma non dobbiamo nella maga Annida, e negli stregoni Ismeno ed Idraotte; anzi è peccato; onde io giudico ohe il signor Tasso, avendo in poema religioso accreditato queste favole malefiche, non abbia punto bene meritato della umanità.
—Poter del mondo! Luisa, ma sai che tu difendi il tuo
Orlando