—Ah! ora me ne sovviene. Voi vi siete fatto uomo, garzone mio; ed il buon vecchio del padre vostro come si porta egli?

—Il Signore lo ha chiamato a se. Creda, Eccellenza, che il suo ultimo sospiro fu per Dio, e il penultimo per la sua famiglia e per lei:—non rifiniva mai di mandarle benedizioni, ed augurarle dal cielo tutte le prosperità, che da uomini possano desiderarsi maggiori.

—Dio lo abbia nella sua santa pace. E queste sono la moglie, e creaturina vostre?

—Per l'appunto, Eccellenza. Appena mia moglie è rientrata in santo, mi è parso bene di fare il mio dovere conducendola a renderle reverenza e offrirle grazie col cuore, perchè, dopo Dio, noi ripetiamo da lei la nostra felicità.

—Voi siete felici?

—Felicissimi, Eccellenza, se la memoria del perduto genitore non venisse di tratto in tratto a turbarmi;—ma i suoi anni erano molti, e morì come un fanciullo che si addormenti… Egli non aveva rimorsi su l'anima…. e le sue notti io le so dire ch'ei le dormiva tranquille… povero padre!—E sì dicendo si asciugava le lacrime.

—E voi, donna, vi sentite felice?

—Sì, prima la Vergine benedetta, e più che non si può immaginare col pensiero, o riferire con parole. Michele vuol bene a me; io lo voglio a lui; tutti e due ne vogliamo tanto e poi tanto a questo bello angiolo nostro. Michele guadagna da camparci, e ce ne avanza;—sicchè, Eccellenza, ella vede che non chiamandoci soddisfatti sarebbe proprio un mormorare contro la provvidenza di Dio.—Queste cose dicendo la donna appariva sfavillante.

—Voi siete dunque felici?—domandò il Conte per la terza volta con voce cupa.

—E si può dire in grazia sua, Eccellenza. Entrando in casa di Michele io ho appreso a venerare il suo nome. La prima parola che insegnerò al mio bello angiolo, sarà benedire il nome del caritatevole barone Francesco Cènci.