—Felici! felici!—ruggì Francesco Cènci dando libero sfogo alla collera male repressa;—e vengono a dirmelo proprio in faccia! Lo hanno fatto a posta per tormentarmi con la vista della loro contentezza! Questo giudico il più atroce insulto, che io mi abbia sofferto da un pezzo a questa parte!—Marzio! Va, corri tosto, e raggiungi Olimpio; riconducilo qui; affrettati, dico; se torni, prima che suoni l'Angelus, insieme con lui, ti do dieci ducati.—Io vi farò vedere se, senza piangere lacrime di sangue, uom possa venire a dichiarare in faccia al conte Francesco Cènci, ch'egli è felice.

In questo punto, e certo non gli fu ventura, ecco entrare pian piano il degno sacerdote: Omnes sitientes venite ad aquas, giubbilava dentro il cuor suo, comecchè stringesse in fascio i lembi della toga stracciata; ma da cotesta beatitudine lo trasse fuori il cupo brontolìo di Nerone. Il prete (tanto scordevole egli era delle ingiurie più triste!) si risovvenne allora del cane nemico, e parve la moglie di Lot quando si volse indietro a guardare lo incendio di Sodoma.

—Silenzio, Nerone!—Reverendo, accostatevi senza sospetto.

Il Prete, ripreso alquanto di coraggio, mosse qualche altro passo a sghembo come costumano i granchi; e, invitato a sedersi, si pose sopra l'angolo estremo della sedia, rannicchiato a modo di civetta sul canto del tetto.

—Parlate, Reverendo; sono ai vostri comodi.

—Ed io punto ai miei,—pensò il prete, ma non lo disse; e invece favellò:

—La fama…

Nerone udendo la voce del prete torna a brontolare, e il prete subito si drizza impaurito; sgridato il cane si riacqueta, e il prete si attenta da capo ad aprire la bocca. Badando sempre con occhio obliquo la bestia, che malediceva in cuor suo, egli riprese:

—La fama, che suona delle magnanime vostre imprese per tutto il mondo….

—E per Roma….