Apolli di gesso vuoti, ma tristi; abietti, ma iniqui;—menzogna di divinità. Quando atterrarono in Alessandria la statua del Sole, trovarono la sua testa ricettacolo di ragnateli: quello che troveremmo nella vostra non so; quel che conosco di certo si è, che il vostro cuore racchiude un nido di vipere.
Le mani sono di Esaù, la voce è di Giacobbe, diceva Isacco; in voi, voce mani e anima tutto è di Augustulo; imperciocchè la debolezza si accoppii ottimamente con la crudeltà. Giuda senza rimorso, Claudii senza impero—uscite dalla mia mente per sempre.
Però mi contrista un pensiero, ed è: che dal mal seme presto o tardi nasce un frutto pessimo. O Creatore, tu che hai insegnato come il bene non sorga dai sepolcri,—disperdi, io ti scongiuro, il giorno delle vendette.
Verrà un dì, e verrà sento, in cui i miei conterranei daranno sepoltura onorata a questo corpo stanco accanto alle ossa paterne. Colà in quel monte, a capo della Terra ov'ebbi nascimento, la mia tomba vi appaia quasi una mano distesa per benedirvi. A me giovi la pietà vostra dopo la mia morte; io vi ho amato dal giorno che apersi gli occhi alla vita;—e quando condurrete i vostri figli al Santuario della Vergine, mostrando la mia lapide dite loro:
«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo; tutta la sua vita fu una lunga lotta con lei: ma le lotte con la fortuna assomigliano a quella di Giacobbe con l'Angiolo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli, nè principi;—-lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri, parte l'esilio. Prigioniero meditò e scrisse; libero si affaticò per la salvezza comune, e principalmente per quella de' suoi nemici od emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le acque dello affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta passione di menti plebee; nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa assai) egli obliò.[1] La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. Quando altro non potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli nemici. Il popolo un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite come uno schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole: virtù, libertà.»
NOTA
[1] «My curse shall be forgiveness». Byron, Child Harold, C. IV.
CAPITOLO I.
FRANCESCO CÈNCI
Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri
Spirto non vidi in Dio tanto superbo.
DANTE