ANFOSSI, Beatrice Cènci.
[2] PETRARCA, Trionfo d'Amore, C. I.
[3] Idem, Rime in morte di Madonna Laura. Son. 63.
[4] Il testo allude ad un fatto narrato da parecchi scrittori dell'antichità. Intorno alla fede ch'ei merita lasciamo che ogni uomo leggendo ne giudichi. La verità è, che Tiberio intendeva riporre Gesù Cristo fra li Dei, e ne mosse proposta in senato; e fu ventura che non ce lo volessero. Intorno al fatto lo riporteremo tal come lo racconta PLUTARCO, nell'opuscolo—degli Oracoli già cessati:—«Trovandosi il vascello del pilota Jamo presso alcune isole del mare Egèo, improvvisamente cessò il vento. Tutte le persone della nave erano ben deste e quasi tutte se la passavano bevendo insieme, allorchè tutto ad un tratto udirono una voce, che veniva dalle isole, e chiamava Jamo. Questi si lasciò due volle chiamare senza rispondere, ma alla terza finalmente non potè più resistere. Quella voce gli comandò, che appena foss'egli arrivato ad un certo luogo dovesse ad alta voce gridare, che il gran Pane era morto. Non vi fu alcuno che non rimanesse colto dallo spavento. Stavasi deliberando se Jamo dovesse obbedire; ma egli stesso conchiuse, che allorquando fossero giunti al luogo indicato, se eravi vento bastante per proseguire il cammino non era necessario dir nulla; ma che se fossero stati ivi trattenuti da troppa calma, era d'uopo eseguire l'ordine ricevuto. Non mancò infatti di sopraggiungere la calma nell'accennato luogo: ond'egli tostamente si diede a gridare ad alta voce esser morto il gran Pane. Appena ebbe terminato di parlare, da tutte le parti udironsi gemiti e pianti come di un gran numero di persone da tal nuova sorprese, ed afflitte. Tutti coloro ch'erano in nave furono testimoni di tale avventura: a poco a poco se ne sparsero le voci fino a Roma; e avendo lo imperatore Tiberio voluto vedere Jamo in persona, unì alcuni dotti per apprendere da loro chi fosse.»… Che poi il gran Pane fosse Gesù Cristo, vedilo in BOCCACCIO, Genealogia degli Dei, là dove parla del dio Pane.
CAPITOLO VII.
LA CHIESA DI SAN TOMMASO.
…..E Belzebub in mezzo.
PETRARCA, Sonetti.
«Tanto egli odiava questi suoi figliuoli, che aveva
fatto nel cortile del suo palazzo una chiesa dedicata
a san Tommaso, col solo pensiero di seppellirveli
tutti».
NOVAES, Storia.
La chiesa di san Tommaso dei Cènci, comecchè in parte mutata da quello che era, sta tuttavia. Lo dicono monumento vetustissimo, e già ebbe nome: De Fraternitate, ed anche in Capite Molae, o Molarum. Questa notizia ricavasi dal diploma di papa Urbano III ai Canonici di san Lorenzo in Damaso. La chiamarono poi in Capite Molarum come quella che sorgeva prossima al molino della Regola, là dove il Tevere rimase interrato fino dal 1775; e De Fraternitate, ed anche Romanae fraternitatis caput, forse perchè quivi fondarono la prima confraternita donde trassero in successo di tempo esempio e titolo le altre confraternite di Roma. Narra la fama, che il Cincio, vescovo di Sabina, nel 1113 ne consacrasse l'altare. Giulio III la concedeva in giuspatronato a Rocco Cènci nel 1554, con obbligo di restaurarla; cosa che, per essere soprappreso dalla morte, egli non potè adempire; laonde Pio IV nel 1565 spedì nuovamente la Bolla d'investitura a favore di Francesco Cènci figlio di Cristofano, imponendogli il medesimo carico; al quale egli soddisfece, secondo che attesta la seguente iscrizione poeta sopra i muri esterni della chiesa:
Franciscus Cincius Christophori filìus
Et Ecclesiae patronus, Templam hoc
Rebus ad divinum cultum et ornatum
Necessariis ad perpetuam
Rei memorìam exornari ac perfici
Curavit. Anno Jubilei 1575[1].