Accorrono a sollevarla.

Eponina tiene gli occhi spalancati e fissi, come vetro lucidi; la faccia e il seno tutti sordidi di sangue, la bocca tonda; i muscoli dello intero suo corpo, massime quelli della faccia, contratti così, che bene appariva la morte tenerle gli artigli fitti nel capo come uccello di rapina.

Il mare della platea si rimugina daccapo in burrasca: confusi s'intrecciano i gridi: — È svenuta! è morta! Che morta! La ragia si conosce lontano un miglio; non vuol cantare...

Dai palchi vedonsi spenzolare dove tre e dove quattro donne, abbracciate insieme come le api quando fanno i grappoli; gli uomini anch'essi smaniosi di chiarirsi, s'industriano a farsi largo per vedere, ma le donne, api stizzite, li cacciano addietro a mo' di fuchi; invece di pungiglioni, gomitate da rompere le costole.

Non è l'amore solo a regnare sopra le donne; se ne divide lo impero con la curiosità.

In platea la gente sembra presa da febbre infiammatoria per la smania di sapere come la cosa stia: ci fu chi saltò in piedi sopra la panca, e dalla panca sopra la spalliera, tentando sostenercisi in bilico, ma di un tratto perduto l'equilibrio ruina addosso ai seduti davanti, con istrazio di cappelli e contorsioni di colli; gli offesi si drizzano su come aspidi e barattano le percosse con una manomessa nuova di pugni, punzoni, sergozzoni e susorni, che in men che non dico mi ridussero quel povero diavolo a tale da parere un ecce homo; un altro gravaccione, mentre affrettandosi per levarsi su cerca un punto di appoggio, gli accade di posare la mano spanta sul cocuzzolo di un cappello, il quale calca di punto in bianco giù fino al mento al suo possessore, che, riuscito dopo molta fatica a tirarselo su dal viso, rosso di collera bestemmia da disgradarne un turco. Il vicino flemmatico, autore del danno, con voce soave gli dice: Scusi! io non l'ho fatto a posta; — e l'altro quasi fuori di sè con labbra tremanti: Ringrazia Dio che il codice penale non si occupa di ingozzature, che altrimenti ti manderei diritto in galera come un cero pasquale.

Costui era uno dei vecchi procuratori del re presso il tribunale correzionale di Milano, adesso posto da parte come una manetta arrugginita: marmeggia pensionata, ei si rodeva a Torino la paga.

Più audace di tutti un gobbino; costui aveva davanti a sè una maniera di mastodonte umano; al povero gobbo pareva proprio essere Giuseppe Ebreo nella cisterna vuota: ricercando qualche partito per venire a galla anch'egli, non rinvenne meglio di questo: aiutandosi colla testata di una panca si arrampica sulle spallaccie del gigante e quivi si appollaia: pareva una scimmia sulla groppa ad un cammello; ne rise prima uno, poi dieci, cento, tutto il teatro all'improvviso rimbomba di altissimi scoppi di risa.

Intanto l'impresario esce da capo di scancìo fuori delle quinte, e fatto arco della persona, apre le braccia a mo' del prete quando compartisce ai devoti il domine vobiscum, e così saluta il pubblico per la prima volta; quindi, mutati alquanti nuovi passi sempre a schisa, replica nel medesimo modo il secondo saluto, per ultimo il terzo proprio sulla buca del rammentatore.

— Zitto! Silenzio! L'impresario sta per parlare.