Allora la donna si mise a guaire:

— Ohimè! chi mi farà le spese? Chi mi vestirà, chi mi albergherà, chi mi nudrirà? Ora il marito mi scaccia, il cappellano non mi vorrà più a cagione dello scandalo; io verrò a stare con lei; lei è obbligato per coscienza a mantenermi, e per legge.

Il delegato scappò via per non darsi del capo nel muro: infellonito, frusta, rifrusta, da per tutto fruga, ci adopra l'estremo della sua malizia; invano; coloro ch'ei cercava stavano tranquilli a dormire in casa sua: scornato, ebbe a tornare con le pive nel sacco.

Mentr'egli entrava in Milano, i nostri eroi ne uscivano. Molte le cautele, gli accorgimenti infiniti adoperati per trarli fuori di pericolo, e soprattutto non laudata quanto merita la fede inconcussa degli amici; io mi passo dal descriverli; basti al lettore che Filippo e Curio, travestiti da calderari istriani, passarono per Rocca di Anfo; rividero fremendo di pietà e di rabbia tutti i luoghi consacrati dall'altrui sangue italiano e dal proprio: appena giunti a Trento trovarono modo di avvisare Foldo, il quale non mancò di mandare subito alla signora Isabella il filo di pane co' due franchi dentro; di che se si facesse festa grande in casa di lei lascio che il lettore immagini: avresti giudicato che nel cuore della madre di Curio dovesse essere ben morta ogni litizia, e non fu così, perchè il cuore materno si accende tanto per una, quanto per cinque fiaccole: ed ella godè uno dei più bei giorni che avesse rallegrato la primavera della sua vita, sentendo a prova come la coppa della gioia e del dolore non si vuota mai tanto, che qualche gocciola in fondo non ne rimanga sempre.

Da Trento scesero a Trieste, dove in grazia delle cure amorose del signor Giamari, greco, della libertà di tutti i popoli amante come fratello, di quella della Grecia e dell'Italia come figlio, ebbero comodità imbarcarsi per Londra; di questo ricevè lettere nunziatrici Isabella, le quali la confortavano a starsi di buono animo, confidare in Dio, che li avrebbe sovvenuti anche in avvenire. Ormai non potersi revocare più i mattini sereni; tuttavia dopo un giorno procelloso gli occhi si consolano a vedere il tramonto del sole circondato da mesti raggi, e l'anima ne gode.

Io, scrittore, non conosco cosa nel mondo della quale sia stato detto tanto bene, ovvero tanto male, a seconda degli appassionati interessi, come delle sètte segrete: i governi lungamente mi perseguitarono, e ferocemente, pel sospetto che io fossi capo o parte principale di taluna di quelle: la verità è che io mi tenni fuori di tutte; privato cittadino, sovvenni coll'opera e col consiglio, impiegandoci non pure le mie facoltà, ma altresì quelle di parecchi amici, quanto ci parve magnanimo, libero e onesto. Di questi amici alcuni morendo portarono seco nell'altra vita l'anima dirittamente intera, ed io li piango; altri durano tuttora nella vita, ma hanno fatto getto dell'anima intemerata, — e di questi piango troppo più. Ora che io e voi siamo giunti dinanzi la porta della morte e teniamo in mano il battente per picchiarci che ci apra: dite, vecchi compagni della mia gioventù, valeva il pregio avvilirvi? Il retaggio che lasciate ai vostri figli, unico inalienabile, è la fama contaminata.

Ma tornando a parlare delle sètte segrete, è giusto che si affermi come, nonostante gli errori molti e qualche colpa commessa, elle fossero per la libertà ciò che furono le catacombe per la religione cristiana; loro mercè si mantennero accesi sopra il medesimo altare con fiamma congiunta l'amore della patria e l'odio contro lo straniero; colla parola li confessarono, col martirio li suggellarono; ed anche questo altro so, e veruno me lo potrebbe negare, che molti italiani vanno debitori all'opera delle sètte segrete della loro vita. — Com'essi l'abbiano spesa non considero, non voglio considerare; noi compimmo il nostro dovere; — non ora, ma più tardi, per quelli che mal vivendo perderono le cause del vivere, non può mancare chi in loro potendo più di loro li interrogherà: e voi come adempiste il vostro?

Capitolo XXIII.
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Più brevi sì, ma non però men gravi di quelli di Ulisse furono gli errori pei quali si avvolsero Curio e Filippo. Tutto essi provarono; l'ira immane dell'oceano, in mezzo a cui essi si conobbero troppo meno di atomi travolti nella immensità dello spazio: anzi più che ad altro andarono debitori della propria salvezza alla loro nullità: le ruote del carro non giungono a stritolare il granello di arena sul quale trapassano; videro la tremenda rabbia della natura quando si agita a rompere le leggi le quali tengonla infrenata come schiavo che tenti spezzare la sua catena, e i furibondi spasimi di lei allorchè intende ribellarsi alla tirannide di Dio che la flagella; — videro spaccarsi montagne, e dai fianchi lacerati avventare fiamme; — sentirono traballarsi sotto le gambe la terra, a mo' di creatura che ferita nel cuore baleni per cadere; — sparire a un tratto fiumi, e ad un tratto irrompere moltitudine di acque schierate come guerrieri in battaglia; — li atterrirono serpenti a sonagli lunghi ben diciotto piedi, e torme di alligatori andare a processione a guisa di formiche; i vermi stessi e i bruchi mezzo braccio e più: natura piuttosto immane che grande; paurosa, non bella. Alberi due volte tanto i nostri altissimi campanili. Conghi, tigri, leopardi, pantere, orsi, copracappelli, insomma una sterminata famiglia di enti maligni mettere in comunella la ferocia e il veleno. E gli uomini? Gli uomini trovarono tali da fare diventar rossa per vergogna la faccia ai coccodrilli se non l'avessero corazzata di scorza. Peggiori degli antichi lestrigoni i comanchi, i quali se divorassero interi i prigionieri è ignoto, tuttavia sappiamo che li scalpellavano di certo, ovvero svellevano dal cranio la pelle co' capelli, e se ne ornavano la persona, a imitazione delle nostre croci; e si narra di un giovane ventenne, il quale portava penzoloni da un anello saldato intorno al braccio manco ben dodici di queste capelliere svelte di propria mano dal capo dei suoi nemici; — giovanetto di belle speranze senza dubbio costui. La umanità da per tutto è la medesima stoffa, gli uomini fogge tagliate dal costume diverso. Fra i popoli che in America si dicono civili, o almeno non selvaggi affatto, si praticava allora e tuttavia si pratica la legge del Lynch; e i nostri personaggi, approssimandosi a Brownsville, terra sul Rio Grande, la quale dopo il trattato Guadalupa-Hidalgo segna il confino tra il Messico e il Texas, si trovarono presenti ad un fatto che vale il pregio ricordare. In mezzo di una macchia folta videro tempestare un branco di bestie, uomini e cani frugando bramosamente per cespugli e per greppi; su quel subito giudicarono dessero la caccia alla pantera, ma in breve furon tolti d'inganno, imperciocchè si udissero disperate grida uscire dal prunaio, dove slanciavasi di corsa una maniera di colosso umano, ricomparendo di corto con una mano alla strozza di un uomo e con l'altra a quella di un cane di ferocissima razza, costà noti col nome di blood-hound: venuto allo aperto costui arrandellò il cane lungi da sè; il cane rotolando ringhiava minaccioso, e aveva ragione da vendere, perciocchè essendo stato educato con parecchi altri colleghi dagli uomini a lanciarsi addosso agli uomini, e lacerarli, ora dell'opera meritoria si trovava a ricevere quella razza di ben servito; e ciò, sebbene bracco, gli pareva ostico. Per senso di carità ci sarebbe da mettere l'esempio davanti gli occhi dei questori, assessori, apparitori, e di altri siffatti tutori e curatori della pubblica sicurezza, ma è tempo perso, mastini e questori non imparano mai nulla. Ai polli soprasta la stella della strozzatura; ai tordi l'altra dello spiedo; agli sbirri, finchè mondo è mondo, predomina l'astro della sassata e del bastone: così vuole il destino!