Tacque il dabbene sceriffo, e presa senz'altro indugio la corda si mise ad armeggiare per foggiarla a nodo scorsoio. Dianoro stava a guardarlo tranquillamente, ma vedendo poi che non veniva a capo di nulla, gli levò la corda di mano dicendo:
— Si conosce chiaro che voi non siete del mestiere; lasciate fare a me.
E in un attimo annodò un cappio ch'era una delizia, e senza spavalderia se lo adattava al collo da sè. Lo sceriffo, incantato, a questo punto non si potè reggere, lo abbracciò forte forte e disse:
— Dianoro! Ti giuro sul mio onore che se non ti avessi a impiccare ti piglierei per segretario; e ora, figlio mio, desideri nulla da me?
— Intendo dare un avvertimento al popolo e fare una preghiera a voi; te, popolo, ammonisco che tu ti astenga dall'acqua arzente, o almeno bevine con discrezione, massime la mattina a digiuno, se ti preme non essere impiccato; se poi non te ne preme, è un'altra cosa. A voi, signore sceriffo, mi raccomando che non mettiate il mio nome pagano nè cristiano su i giornali della Contea, perchè non vorrei lo risapesse mia madre e ne sentisse dispiacere: siccome io non le ho dato veruna contentezza nel mondo, così vorrei che per cagione mia non patisse dolore.
— Molto bene... benissimo... ti avanza nulla a desiderare da me?
— Nulla; potete lanciarmi nella eternità.
— Amen!
Dopo un minuto Dianoro ciondolava come un pendolo dal cedro rosso, cullato soavemente dalla brezza vespertina.
Di facoltà per sostentare la vita Curio e Filippo non soffrirono mancamento; all'opposto n'ebbero copia, ma ogni giorno più veniva meno per loro la speranza di raccogliere in breve quanto bastasse per tornare in Italia a ripigliarsi le dilette creature e condursele in parte dove poter vivere e chiudere gli occhi in pace; la quale persuasione, oltre ogni credere amara, li rendeva irrequieti, scontenti, non fermi mai in un luogo, e sempre in traccia di fortune di cui spiavano invano l'orma dinanzi a loro: arti e professioni esercitarono tutte, sonatori, maestri di musica, di armi, di lingue, di matematiche, massime medici, e veramente non ci era mestieri fior di scienza per salire in fama di clinici solenni in coteste parti. Lascio giudicarlo a voi; essi trovarono medici che ministravano ai tisici acido solforico, per bruciare (così dicevano) i tubercoli polmonari; per l'enteriti ordinavano cristei di cera lacca liquefatta, e cerusici che senza tante giammengole segavano le braccia e le gambe con le seghe dei falegnami. Da San Patricio ebbero a venirsene via nottetempo a modo di fuggiaschi, fidati nelle gambe di cavalli mezzo salvatichi chiamati mustanghi, e ciò perchè la gente del paese intendeva ritenerli a forza, reputandoli santi, o almeno capaci di operare miracoli: causa di questo convincimento fa che, essendo scoppiato in coteste contrade il cholera, essi guarirono quanti ne capitò loro sotto mano. Se il rimedio che adoperarono possa giovare in Europa ignoro, in America faceva la mano di Dio: possano i miei lettori andare sempre immuni dal tetro morbo, tamen per amore di umanità io lo pongo qui; badiamo però, io non lo raccomando, chi vuole lo sperimenti; suo cuore, suo consiglio: me ne rimetto in lui. — Recipe un bicchiere da tavola di spirito canforato, e mescolavi dentro venti gocce di laudano, pepe del buono quanto vuoi, e acqua di Colonia; filtra per tela, e mandane giù; se ti riesce, almeno un terzo, e ti dirò: bravo! Per completare la informazione, mi corre l'obbligo di aggiungere che gl'infermi, conci a quel modo, spiccavano salti da sfondare il soffitto, e poi giravano sopra sè stessi più veloci dei fusi delle macchine da filare: non importa; guarivano, ed oltre alla salute del corpo, nel dì del giudizio potevano sostenere di avere avuto un acconto delle pene dello inferno.