Così parlava Foldo con lena affannosa; e le sue parole ebbero la maligna virtù di far cadere in sincope la signora Isabella e impietrire Eufrosina. Foldo mirando com'essi gingillavano, replicò di forza:
— Via, presto, se vi è cara la vita.
Filippo, più presente a sè stesso, agguanta il portafogli e risponde: eccomi! — All'opposto Curio con orribile pacatezza: io sto; quando pende incerta la vita di costoro, — e qui additava le donne — io non devo curarmi della mia.
Non correva adesso stagione di starsene a tu per tu; quindi Filippo e Foldo si allontanarono in fretta, nè camminarono troppo per via che s'imbatterono in una squadra di guardie, le quali giudicarono avviate ad arrestare i proscritti, e pur troppo si apponevano.
Seguitiamo i due amici per vedere dove vadano e che cosa almanacchino, imperciocchè io comprendo quanto strazio sarebbe pei miei lettori lasciarli lungo tempo incerti su quanto sta per succedere; questo tenerli un pezzo su la corda può benissimo essere arte di romanziere, ma la è arte crudele. Filippo si fece condurre difilato dal signor A., rappresentante degli Stati Uniti di America; italiano, esule per molti anni a Boston, uomo di virtù antica, e delle vecchie e delle nuove dolcezze dei governi italici peritissimo.
La necessità suggeriva a Filippo parole succinte ed efficaci; gli pose in mano lettere e documenti; gli si raccomandò in visceribus non mettesse un minuto di tempo fra mezzo; dallo indugio ne uscirebbe il danno certo e irreparabile; forse non difficile impedire che la pietra cascasse nel pozzo; cascataci dentro ci vorrebbe il diavolo a cavarnela.
Il signor A., che poteva dire di sè quello che Virgilio mette in bocca a Didone: non ignara mali miseris succurrere disco,[26] insaccati i fogli e calcatosi il cappello in capo, si mise la via fra le gambe e in meno che non si dice un credo cascò come bomba briccolata in fortezza nemica nella camera del prefetto, il quale allora stava per lo appunto in consulta col generale di divisione, il procuratore del re, il colonnello di giandarmeria, il questore, insomma con tutti i denti del coccodrillo civile e militare preposto alla custodia della città.
La orazione del signor A. stringata in modo da far morire d'invidia Tacito e Bernardo Davanzati, la quale orazione insomma si sostanziò in questo:
«Le persone ch'essi si disponevano arrestare essere cittadini liberi della Unione americana; diventati tali in grazia di debita naturalizzazione; di più riputati dal governo cittadini benemeriti per opere e per dovizie largamente spese in pro della Unione; — per queste cause il presidente della repubblica raccomandarglieli con particolare sollecitudine; onde a lui correre debito non patire che fosse loro torto un capello, e qualora al prefetto bastasse l'animo di provarcisi, egli abbasserebbe l'arme e romperebbe ogni corrispondenza officiale col governo italiano; pensasse due volte il prefetto a quanto stava per fare, perchè con lo embargo generale ed istantaneo sul naviglio mercantile italiano si sarebbe nabissata la fortuna pubblica e privata del regno. Ponesse mente quanto discredito avrebbe partorito al suo governo cotesta bestiale persecuzione; il danno dello scandalo mille volte più grave della utilità che sperava ricavare dall'esempio: per ora la università dei cittadini ignorare la presenza dei proscritti; poterla senza scapito di reputazione dissimulare il governo; egli obbligarsi ricondurli in quel medesimo giorno nella Svizzera.»
— Ma perchè vennero cotesti sciagurati? interroga stizzito il prefetto.