— Come non è il re! O non si dice e non si stampa essere il bene della patria inseparabile da quello del re?
— Già, fu detto, scritto e stampato; ma, caro voi, o che bisogno ci è che tutto quello si dice, si scrive, si stampa sia vero? Finchè il bene della patria mette capo a quello del re, le cose camminano d'amore e d'accordo, quando poi si dispaiono allora il monarca inghiottisce la patria.
— E fosse così; o non fummo noi incamminati verso il Tirolo in virtù di ordini regi? O non fu bandito ai quattro venti che doveva stendere colà il suo più forte braccio l'Italia?
— Già, perchè i cerusichi austriaci l'agguantassero, e punta la vena ne traessero in copia il sangue guasto.
— O come, non è dunque più vero che ci assicuravano avremmo contribuito grandemente alla vittoria, se da cotesto lato avessimo percosso il nemico?
— Gua'! Bisognava pure darvi ad intendere qualche cosa; — ma il fatto sta che voi ci entraste come il prezzemolo nelle polpette. Quello che volevamo acquistare lo avevamo in tasca senza il vostro soccorso.
— L'aveste per elemosina; vi fu messo nel bussolo come il soldo al cieco.
— Ma che bussolo o non bussolo, abbiamo fatto l'Italia; l'Italia è fatta in grazia del nostro saper fare.
— Eravate tremanti, non già sapienti, quando, travolti dal terrore nei passi amari della fuga, supplicavate: Irreparabile sventura! Dietro a Brescia; per amore di Dio, coprite la ritirata!
— Coteste erano finte di cartoccio per levarvi dal Tirolo, dove ci avreste rotto le uova nel paniere. Ci avevano dato la musica in mano, che dichiarava così: se volete vincere perdete.