— Fruga da per tutto e ti chiarirai com'io non possieda cinquanta lire; dammi tempo ond'io possa provvedere; se non riesco mi ammazzerò...
— Riassicurati; ti garantisco io dai tuoi proponimenti micidiali; va' franco, noi non siamo di quelli che si uccidono; in qualunque articolo del codice penale noi possiamo andare come a locanda. Ti basta un giorno? No? Ebbene, non buttarti al disperato, pigliane due; dunque a domani l'altro, qui, a quest'ora: vale.
E versatosi un altro bicchiere di acquavite se lo rovesciò nello acquaio della gola e partì.
Il maggiore, quando abbassò la fronte umiliata, aveva pensato a certo suo tiro, ma ruminandoci sopra gli ripugnò, perchè ogni uomo possiede limitata la sua potenza di ribalderia, come la statura; per la qual cosa, uscito di casa, si mise a camminare randagio come cane senza padrone; andando in questo modo a casaccio, le gambe, in virtù della consuetudine, lo portarono nella strada dove albergava Abacuc Ottolenghi, usuraio classico fra i più spettabili della città. Abacuc il giorno di sciabà in casa era repubblicano, i giorni di lavoro monarchico savoino; usuraio sempre; però quando si trovava tra i suoi sosteneva sul serio, che dopo ottenuta la libertà dell'usura, gli ebrei non si dovessero assaettare dietro altre libertà: il coronamento dell'edifizio lo avevano conseguito. In gioventù si era lasciato ire fino a mantenere una figurante del teatro, ed anche un cavallo: sebbene più prossimo ai settanta che vicino ai sessanta anni, nè obliava le palme di amore e nè le sperava: vestiva di tutto punto all'inglese, e per darsene meglio l'aria portava pendenti dalle guance due code simili a quella che la volpe, di gusto migliore, tiene unica attaccata al codione. Abacuc andava lieto di uno Abramino, figliuolo unico, sua cura e sua delizia; a lui rassomigliante come uovo di piccione a quello di luccio. Ora il Fadibonni s'imbattè giusto in costui; e giova sapere come Abramino si fosse per lo addietro intabaccato di Giulia, la femmina che teneva il maggiore a sua posta, e le avesse fatto recapitare più volte biglietti zeppi di desiri molli e di profferte sode; ma Giulia li aveva lasciati senza risposta per moltissime ragioni, di cui queste le capitali: il maggiore le andava a genio più di Abramino; aggiungi il maggiore non accennava ancora di trovarsi al verde, onde, come donna di comprendonio, si attenne alla regola, che chi lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova; le altre ragioni per cui cotesti voti amorosi andarono a monte non importa dire; basti conoscere che il Fadibonni li seppe, e prima la donna glieli negò con un muso da batterci sopra le monete, poi, mutato consiglio, spontanea glieli confessò per farsene merito presso di lui.
Abramino, coniglio, non già leone di Giuda, appena sbirciato il maggiore tenta scansarlo, e questi vie più diritta gli mette addosso la prua; si accostano; si urtano quasi; è chiusa ad evitarsi ogni via.
— Signor Abramino, o che le faccio paura? Non sono mica Attila, io. Si rassicuri, e sappia ch'ella mi è stato sempre simpatico.
— Grazie, caro lei, signor maggiore, grazie.
— O che pensa, che io le porti il broncio perchè ella vuol bene alla mia Giulia?
— Creda, caro signor maggiore...
— Credo, signor Abramino, ch'ella non poteva porre il suo affetto in luogo più degno. — Veda: le sue qualità fisiche sono giudicate dall'universale stupende, maravigliose, anzi divine; eppure, di petto alle sue qualità cormentali sono meno che nulla; e ohimè! dopo aver trovato tanto tesoro mi tocca a lasciarlo; ah! destino infame. Sono fuori di me, e per la passione vado per le vie come smemorato.