— Ma io...

— Ma tu, interruppe Filippo con atto che parve più di rabbia che d'impazienza, devi lasciarla in custodia di tua madre finchè non sia passato il pericolo: piglia qua lapis e carta; scrivi a tua madre raccomandandoti che presso di sè accolga la mia... la nostra Eufrosina, come figliuola la custodisca... l'ami. Ma di' un po' su, confidati a me, che non lo saprà neanche l'aria, la è veramente buona, come tante volte mi hai assicurato, tua madre? — Non potrebbe mica il troppo affetto filiale averti fatto velo alla mente? Perchè... vorrei tu mi capissi... Eufrosina... l'anima dell'anima mia...

Adesso fu la volta per Curio di mostrare impazienza; levate le spalle, tolse di mano a Filippo la carta e il lapis, ponendosi a scrivere senza dargli risposta.

Filippo, che comprese l'intimo pensiero di Curio, ne rimase mortificato, e susurrando a fior di labbro: Scusa, andò a piantarsi di sentinella alla porta per parare ogni accidente: di vero ben gli valse il consiglio, imperciocchè il servente, pigliando per contanti la raccomandazione di Filippo, si fosse sbrigato più presto del consueto, ed ora tornasse con la lingua fuori nella speranza di sentirsi dire: Bravo. Filippo, appena lo vide, borbottò sommesso: — Avessi potuto romperti il collo! — e ad alta voce soggiunse: — Metti giù la bigoncia, chè al posto ce la porterò io.

— Ma le pare, sor sergente: questo tocca a me.

— Silenzio! Obbedite; andate a empire la mezzina e fate sia fresca e pulita... andate ad attingerla al pozzo... via, presto, che mi occorre prima di mezzogiorno andare per commissione del comandante fuori di Castello.

Quando lo vide per sufficiente spazio allontanato, mise il capo dentro la prigione e interrogò a voce bassa: Sei lesto?

— Mi manca appena un rigo.

— Tira via.

Quando il servo tornò coll'acqua era finita ogni cosa, e Curio aveva potuto raccontare così a bastoni rotti tutto lo accaduto fra lui e il Fadibonni. Filippo aveva preso la breve scrittura, ed involtatala dentro sottilissima foglia di piombo, se l'era nascosta in bocca tra la pelle delle guancie e le gengive, avendo notato più volte come i questurini, visitando le persone, non avessero risparmiato le ascelle, i capelli e ogni altra più segreta parte del corpo (delle vesti, delle scarpe e del cappello non se ne parla nemmeno), ma quanto alla bocca si erano rimasta di sbirciarla aperta, senza insisterci troppo.