Questa volta toccò a Troilo farsi rosso; e già muoveva le labbra a qualche acerba risposta, quando Isabella interpostasi prestamente così favellò: [pg!42]

— “Lelio, obbedite a messere Troilo.”

E Lelio, presa spada, guanti e cappello, inchinatosi prima in atto di ossequio, s’incamminava lentamente verso la porta.

— “Paggio!” gli gridò dietro l’Orsini, “fate di sostenere la mia spada con ambedue le mani; è pesa, e potrebbe cadervi.”

E Lelio, tratta di un lampo la spada dalla guaina, e la volgendo in velocissima ruota attorno alla sua persona, con voce baldanzosa, e senza interrompere il cammino, rispose:

— “State di buon animo, messere Troilo; chè il cuore e la lena mi bastano da sostenerla come conviene a gentiluomo contro a qualunque cavaliere onorato; — intendete, contro a qualunque cavaliere....”

E non fu sentito se aggiungesse altre parole, perchè già si era fatto lontano.

— “Ed ecco come,” parlò dispettoso Troilo chiudendo l’uscio della sala, “la tua biasimevole rilassatezza ti educa intorno una corona d’insolenti.”

— “Degli insolenti non mi era anco accorta, bensì di qualche ingrato, Troilo....”

E qui sedutosi accosto, cominciarono a favellare con parole sommesse, ma concitate; e dagli atti e dalle sembianze era dato argomentare come non piacevolezza, non benevolenza, o affetto altro più tenero, reggessero cotesto colloquio, sibbene rampogne, e rancori, e paure, avendo la Provvidenza nei suoi eterni [pg!43] consigli ordinato che l’uomo per delitti non abbia ad essere lieto giammai.