————

[pg!22]

[CAPITOLO SECONDO.]

L’AMORE.

E bevea da’ suoi lumi

Un’estranea dolcezza,

Che lasciava nel fine

Un non so che di amaro.

Sospirava sovente, e non sapeva

La cagion dei sospiri.

Così fui prima amante, che intendessi

Che cosa fosse amore:

Ben me ne accorsi alfin....

Tasso.

Messer Antonfrancesco Torelli era dei migliori uomini della terra di Fermo: copioso dei beni di fortuna, onorato dai suoi, riverito dagli stranieri, lieto di moglie egregia, e di un figlio in cui aveva riposta ogni speranza dei suoi anni cadenti.

Beato lui, se avesse creduto vero quello che pur troppo è verissimo; cioè, il migliore ammaestramento che possono apprendere i figliuoli derivare dagli esempii degli ottimi genitori; e non avesse mai accomiatato da casa il dilettissimo suo Lelio! che non avrebbe prodotto contristati di amarezza i suoi ultimi giorni verso il sepolcro. Ma egli compiacendo ai tempi, desiderò il figlio perito nelle arti cavalleresche, ed il suo cuore paterno esultò nel presagio che le gentili donne di Fermo salutassero il figliuolo suo pel [pg!23] più compito e cortese gentiluomo di tutto il paese. — In questo pensiero, avendo Antonfrancesco servitù grande col cardinale dei Medici in Roma, gli venne fatto molto di leggieri accomodare nella corte del granduca Cosimo il suo Lelio in qualità di paggio nero. Ma Cosimo, logoro per lo smodato esercizio di tutte le passioni, essendo venuto a morte non bene ancora maturo, Lelio, giovanetto di leggiadre maniere e di forme venuste, piacque a donna Isabella figlia di Cosimo, duchessa di Bracciano, la quale ottenne che il bel paggio si acconciasse al servizio di lei.

In quei tempi, i gentiluomini servendo in corte dovevano apprendere a trattare le armi di taglio e di punta, a combattere con la spada e il pugnale, ed anche a difendersi inermi dagli assalti improvvisi di stilo o daghetta, e su ciò andarono per le stampe eccellenti trattati, che servirono di modello alle altre nazioni.[6] Non trascuravano il trarre di arcobugio, comecchè questa non fosse reputata nobilissima cosa; molto importava maneggiare cavalli, sia nella corsa, sia armeggiando, sia (arte più difficile assai) corvettando davanti alle dame, solenni giudici allora di simili industrie.[7] Venivano poi le destrezze della caccia, tra le quali primeggiava quella di lanciare opportunamente gli sparvieri grifagni e i falconi, adesso caduta in disuso, o per quello che io sento solo mantenuta in Olanda; seguitavano gli accorgimenti dello scalco, e del complire con leggiadria le nobili donne. A onore del vero, quei gentiluomini facevano [pg!24] sembianza tenere in pregio le lettere, ma non le virili, nè quelle che sgorgano nuove e bollenti dalla immaginazione infiammata per la virtù del cuore, sibbene le altre calcate sopra forme già ricevute e castrate ad usum Delphini; e queste lettere componevano la delizia degli arnesi di corte, a cui la esperienza e la paura aveva insegnato a toccare cautamente siffatta pericolosa materia. Certamente sarebbe ingiustizia lasciare inosservato qualche scrittore, che acceso dagli estremi aneliti della Repubblica, osò dettare libri se non fortemente, almeno con coscienza; ma gli ultimi sospiri durano sempre poco, e lo scrittore tacque, o piegò il capo ai destini. Ve ne fu qualche altro che scrisse la verità, ma non osò pubblicarla, come se avesse voluto instituire eredi delle vendette i remoti nepoti; e per quello che sembra, i nepoti fecero aprire il testamento, ma conosciuto il legato repudiarono la eredità. Le arti poi e le scienze accoglievansi con migliore viso; ma la chimica era studiata principalmente pel fine di comporre l’oro e i veleni di cui gli uomini di quel tempo, in ispecie i Medici, diventarono solenni manipolatori, e per quello che ne leggiamo, sembra che le ricerche moderne non arrivino a gran pezza l’antica tossicologia. Michelangiolo, immortale monumento della dignità umana, e testimonianza eterna della verità che l’uomo fu creato a similitudine di Dio, quando non ebbe più patria, si consacrava intiero al Paradiso, e gli subentrava Benvenuto Cellini, uomo di arguto ingegno [pg!25] ma scemo di cuore, che logorò la sua potenza nei lavorii di cinti, di monili, boccali, piatti, e simili altre quisquilie del lusso; onde, allorquando egli ebbe a condurre la statua del Perseo, non seppe più sollevare a grandi cose la mente avvezza agli arnesi del mondo muliebre, per la quale cosa Alfonso dei Pazzi la morse con lo acerbo epigramma:

Corpo gigante, e gambe di fanciulla

Ha il nuovo Perseo: sicchè tutto insieme

Ti può bello parer, ma non val nulla.

Ma ritornando al nostro Lelio Torelli, egli era riuscito a maraviglia in tutti gli esercizi che desiderano forza e scioltezza di membra. Alle discipline, ove bisogna assottigliare lo intelletto, o non avea rivolta la mente, o non vi era arrivato; e nemmeno prendeva vaghezza dei suoni, dei canti, o dei balli; i suoi sguardi cadevano sopra un coro di femmine leggiadre, con minore compiacenza di quella che si fermassero sopra un cespuglio di rose, e infinitamente poi minore di quella, con la quale per piani o per boscaglie teneva dietro al cignale ferito. Nessuno più prestante di lui a balzare di un salto in sella; nessuno più infallibile a lanciare un dardo, o ad assestare un colpo di arcobugio; e per non distenderci in troppe parole, in ogni maniera di prodezza superava facilmente non pure tutti i giovani coetanei, ma si trovava appena chi, anche tra i maggiori, potesse vantarsi a seguitarlo di gran lunga secondo. [pg!26]