«Rido sì, Barone, e a ragione rido, imperciocchè questi vostri provvedimenti somiglino assai a quelli di colui, che, mentre ardono le interne pareti della casa, s'ingegnasse a spengere l'incendio con lo spruzzare i muri al di fuori; e' bisogna distruggere la parte per serbare il tutto; e' fa di mestieri potare i rami soverchi dell'albero rigoglioso, perchè meglio divenga fruttifero. Che pensate di fare con codesto vostro esercito mantenitore degli ordini? Davvero che me ne prende il riso, nè senza ragione, perchè quando Carlo avrà in mano l'erario, e il potere di mandare al patibolo chi vorrà chiamare ribelle, i mezzi in somma di corrompere e di punire, non vedete che quel vostro esercito sarà disfatto in una ora? E voi sapete che parando innanzi ostacoli agevoli a superarsi si accresce la baldanza a chi li supera. Udite me adesso, e dite se consiglio meglio di voi. Corre gran tempo, che una vil ciurma di vassalli riscattata a contanti dalla servitù, e fattasi ricca su i nostri livelli, trascorre insolentita a non volere riconoscere i feudali privilegii, sogna nella grossezza della mente farsi nostra uguale, osa perfino sperare di concorrere insieme co' suoi antichi padroni alle magistrature del Regno; e' fa mestieri cavare un poco di sangue a questo corpo, che tutto giorno con vicina minaccia di danno s'ingigantisce; è forza che egli si convinca che può variare signore, non signoria; che deve servirci, che deve formare una massa morta o viva, secondo i nostri comandi: il mezzo di conseguirlo sta nell'ordinaria in bande armate, e mandarla in soccorso dell'uomo; s'inciti pure con la lusinga d'una libertà che nè ella conosce, nè noi le lasceremo conoscere; vada lietamente sul campo ad uccidere e ad essere uccisa; prevarrà, non ne dubito, la disciplina francese, non senza strage però, ed allora noi avremo riportato due notabili vantaggi, quello di essere affrancati da gente tanto pericolosa, e di avere indebolito coloro che vogliono dominarci; a noi rimarranno intere le valorose masnade dei nostri castelli, e con esse la facoltà di sperdere i nuovi signori, sì come saranno dispersi gli antichi: bello ci si presenta lo scopo al quale miriamo, nè dobbiamo prenderci cura della via; un tradimento più, un tradimento meno, non è quello che ci deve tenere ormai che siamo su l'operare, e finalmente un po' di sangue nelle rivoluzioni parmi necessario…. E che! abbrividite voi? Da quando in qua diventaste femminette voi, da atterrirvi a questa parola? occorre forse uno tra voi che abbia le mani incontaminate? Chi di voi oserebbe giurare sul Vangelo che nei sotterranei del suo castello non ha fatto commettere segreto omicidio? In verità io vi confermo che le rivoluzioni senza sangue non hanno opinione. Perano Carlo e Manfredi, e provvediamo una volta a noi stessi. Forse alcuno temerà di risse civili, di contese tra i capi; ma oltrechè il Pontefice, apparecchiato a prevalersi della nostra discordia, farà in modo che stiamo collegati per ributtare i suoi tentativi, le guerre civili si vollero sempre preferire alle dominazioni straniere.»
Giunto che fu il Conte Anselmo a questa parte di sua orazione, la quale, se non per la profondità, almeno per la tristezza equivaleva a qualunque pagina del nostro Machiavelli, s'intese uno spesso scalpitare di cavalli, e vicino. Si alzò prestamente un congiurato, e fattosi al balcone della stanza contigua, ne ritornò tutto disfatto gridando: «Armati! armati a questa volta!»
Rispondevano in tumulto: «Siamo traditi.»—«E' sarà la ronda che passa.»—«Misericordia! noi siamo perduti!»—«No…. sì…. udite al rumore ch'è troppo grossa squadra per andare in ronda.»—«Ma se lo aveva detto,» senza levarsi da sedere parlava il vecchio congiurato al suo vicino «che le cospirazioni quando vanno in lungo non si possono celare, specialmente tra noi che siamo d'indole tanto loquace!»—Lo scompiglio cresceva: egli era un andare, un venire, un urtarsi; pochi aveano tratta la spada, sprangata la porta al di dentro, e senza dire un fiato si mostravano disposti all'estrema difesa; i più invocavano o bestemmiavano Dio, e si avvolgevano per la sala privi di mente, per modo che somigliassero ai percossi di cecità dall'Angiolo del Signore davanti la casa di Lot. A tanto scompiglio si aggiunse un asprissimo colpo su la porta della via, e un grido che diceva: «Aprite, da parte di Messere il Re.»—Nessuno ardì muoversi alla chiamata, nè avrebbero potuto, chè i più fieri guardavano il passo: qual con gli occhi al soffitto, quale al solaio, speculavano se si parasse loro dinanzi un nascondiglio; videro una porta, e tutti facendo pressa si affollarono per aprirla; i primi sospinti vi dettero dentro col capo e col petto, e colà confinati, non potendo farsi largo per operare, e cansarsi nè meno, ne veniva che facessero nulla; intanto quei di dietro maledicevano la lentezza loro, e spingevano più che mai.
Rinaldo di Caserta, il quale dopo l'osservazione che interruppe il suo discorso era rimasto come smemorato, si riscosse a un tratto, e: «Svergognati!» esclamava «nel porvi dentro alla congiura voi non avete calcolato tutti i casi,—peggio per voi: questo è il caso del pugnale; mettete la morte tra voi e i vostri persecutori, nè temerete persona.»
Sono i Napolitani uomini in fama di poco valenti, ed anzi che no di codardi; tuttavolta la fama erra, e le storie rammentano fortissimi fatti per loro operati, quando che alcuno gli abbia con l'esempio o con le parole commossi; però, udito il Caserta, mutarono avviso, e tratte le spade giurarono combattere fino all'ultimo sangue. Per istrana contradizione della nostra natura, quelli che si erano mostrati più pronti alla fuga, contendevano adesso per essere situati nel luogo più pericoloso.
Poichè gli scudieri di Manfredi ebbero per ben tre volte, e sempre indarno, ripetuto la intimazione di aprire la porta in nome del Re, posero mano ad atterrarla; conseguivano l'intento, e primo il Re si cacciava su per le scale seguitato súbito dopo dal Cavaliere sconosciuto; percorsero moltissime camere senza trovare traccia di anima vivente, quando alla fine pervennero innanzi un'altra porta serrata; provarono a schiuderla con le sole mani; non venendone a capo, presero a darvi dentro con le mazze d'arme, così che fecero cedere anche questa, con tempo e fatica maggiore però, come quella ch'era forte sbarrata. Penetravano nella sala,—non v'era persona; si vedevano su di una tavola molti mantelli, per terra qualche brano di veste, e due spade, un fuoco, ed assai lumi accesi, vestigii tutti di recenti abitatori,—ma gli abitatori erano scomparsi. Manfredi, osservate alcune carte, le tolse in mano, e conobbe con maraviglia essere lettere del Pontefice e di Carlo, suoi nemici, ai ribelli. Intanto gli scudieri, non potendo darsi pace come fossero scampati i traditori, facevano le più strane cose del mondo: occorreva dirimpetto alla porta per la quale erano entrati un'altra porticella foderata di ferro di saldissima apparenza, per lo che stimando che fossero indi fuggiti, senz'altra cosa considerare, vi si affollarono per isforzarla, siccome poc'anzi aveano tentato di fare i ribelli, e già accennava crollare agli urti replicati, quando il Maestro dimostrava impossibile che se ne fossero usciti per quella, da che i catenacci si aprissero dalla parte loro. Adesso accadeva un fatto singolare: considerando certo scudiero assai devoto al suo Re gli arazzi che addobbavano la sala, ne fissò uno che presentava il Papa seduto in Concistoro nel punto di ricevere la Chinea, e il tributo che già da qualche secolo aveva imposto sul Regno; rabbioso di cieco impeto, alzò la mazza d'arme e lasciò andarla di tutta forza contro l'arazzo: ben per quel Pontefice ch'era tessuto, imperciocchè la mazza giunse a ferirlo giusto su l'orecchio, e gli divise la testa; l'arme però non balzava indietro, siccome doveva accadere se avesse urtato nel muro, anzi s'internò nell'arazzo, disparve, e s'intese ruzzolare molti passi distante: pensisi al terrore dello scudiere; per poco stette che prostrandosi non iscongiurasse il panno di perdono, se non che il Cavaliere sconosciuto, o sì vero Rogiero, accorse prestissimo, e divisolo affatto, scoperse un molto largo corridore. La scoperta di questo passaggio, unita alla osservazione del Maestro, distolse gli scudieri da atterrare l'altra porta, e fece sì che aspettassero gli ordini di Manfredi: questi, animoso come era, recatosi nella manca un lume, si cacciava dentro al corridore; lo seguitavano i suoi.
Importa avvertire che la sala dove si radunavano i congiurati fu già destinata ai giudizi criminali, allorchè il Vicario pontificio reggeva Benevento per la Chiesa: la porticella che gli scudieri avevano voluto atterrare menava alle carceri; quel largo corridore nascosto dietro l'arazzo serviva per stanza delle prove; quasi capi d'opera dell'arte raccolti dentro qualche museo, vi si vedevano disposti in ordine gli arnesi adoperati a que' tempi per far confessare gli accusati;—eranvi le verghette di acciaio, dal lungo disuso un cotal po' rugginose, pel tormento così detto dei Sibilli, consistente nello introdurle tra dito e dito, e poi stringer forte, il quale solevano adoperare con le donne, co' fanciulli, e co' vecchi; eravi la Stanghetta, lungo pezzo di legno di forma triangolare, che si poneva sotto i piedi del paziente, forzandolo a posarvisi ritto durante la recita di due Miserere; eravi la Corda, chiamata dai Dottori Regina probationum; la Capra, o sia cavalletto a schiena d'asino, sopra del quale costringevano lo imputato a giacersi supino; eranvi manette, spranghe per la bocca, tanaglie, e l'altre suppellettili degli antichi giudizi. Adesso (di tanto ci è stata benigna l'eterna misericordia) non solo rimasero coteste infamie abolite tra noi, ma pochi sanno in che consistessero; frutto dei caritatevoli scrittori del trapassato secolo, che di sì grande conforto sovvennero le umane condizioni; pure e' mi è forza, e con dolore inestimabile, confessare che i delitti, invece di andarne diminuiti, spaventosamente si accrebbero. Di cotesti scrittori tolsero l'ultima parte, e lasciarono la prima, nè considerarono che la conclusione del sillogismo non può stare senza la premessa. Basta, le mie parole sentiranno, più che d'altro, di scemo; ma finchè non mi abbiano convinto in contrario, persisterò a credere, che gli uomini abbiano tolto la benda al toro prima d'introdurlo nello steccato.
Manfredi, senza dare attenzione a cotesti arnesi, procedeva con moltissima furia; trascorse un numero maraviglioso di camere e di anditi, di cui gli usci per la troppa fretta erano stati lasciati aperti; finalmente, quando meno se l'aspettava, sboccò in una strada deserta prossima alle mura: intese il guardo, intese le orecchie,—da per tutto silenzio; stette per alcuni minuti in forse se dovesse ritornare, o seguitare; poi il meglio gli parve rifare i passi: pervenuto nella sala della congrega, ordinò agli scudieri prendessero i mantelli, le spade, e ogni altra cosa lasciata dai cospiratori; le lettere dei suoi nemici già si era riposte con molta diligenza nel seno. Avviandosi al palazzo reale si accorse che il Cavaliere sconosciuto, côlto il tempo, s'era fuggito: il caso inopinato non gli apportava maggiore maraviglia; gli accresceva il sospetto.
Intanto Rinaldo ed Anselmo, trafelati, affannosi, chè avevano camminato più che di passo, arrivavano alle dimore loro. In qual modo fossero giunti a sottrarsi all'imminente pericolo esporremo con brevi parole. Il Conte della Cerra, come colui che astutissimo era, non aveva scelto il palazzo del Legato pontificio per la riunione dei congiurati senza il consueto accorgimento: già prima che si partisse di Napoli aveva sentito tenere proposito delle segrete uscite del palazzo di Benevento; sua prima cura, appena venuto in questa città, fu di accertarsi se fosse vero quello che portava la fama, e tanto gli fu favorevole la ventura, ch'ei ne ritrovasse la pianta dentro l'archivio: la cagione per la quale non isvelasse il passaggio al primo rumore, si trova nella sua scellerata natura: vilissimo uomo, godeva dell'avvilimento dei suoi simili, e in quella comunione di bassezza il suo cuore si sollevava; nè, se qualche grave bisogno non lo avesse costretto, avrebbe egli imposto termine alla dimostrazione delle vergogne spirituali, ch'ella era il più gradito spettacolo al quale potesse esser chiamato; però finchè vide tra i cospiratori paura, stette a goderne, immemore del pericolo; ma quando si concitarono a súbito sdegno, quando statuirono di difendersi, e di morire, allora, quasi non potesse sopportare la luce di quella generosità, partecipava loro conoscere modo di salvarsi con la fuga: se lo accettassero con liete grida, se lo immagineranno coloro i quali sanno, che se l'uomo talvolta s'induce a diventare prode per disperazione, più spesso si rimane vile per sicurezza.
Non anche si ristoravano dello affanno sofferto, che videro i nostri Conti entrare nella stanza uno scudiere del Re, il quale per parte del suo signore intimava che tosto si rendessero a Corte.