«Che cosa ho io fatto ai Baroni, perchè non rifuggano all'idea del vituperio per distruggere il Re?…»

«Il figlio di Federigo!»—aggiunge il Caserta.

«Santo Germano glorioso!» esclama il Cerra «come preporre uno sconosciuto a tanto savio, a tanto virtuoso signore?»

«No, miei fedeli, io mi sento colpevole; ma se Manfredi ha peccato, non ha peccato contro di loro.»—E qui tace. Dopo lungo tempo:—«Forse sono giudicato,» mormora sommesso «forse questa è la prima ora di passione; facciamo tutto quello che ad uomo magnanimo conviene in tale estremo, poi lasciamo compire a Dio ciò che ha destinato.—Baroni, sedetevi.»

Seduti che furono, con ammirabile celerità dettava loro dispacci ai Luogotenenti, ai Governatori, e ad altri magistrati che lo rappresentavano nelle città del Regno; ordinava che quanto prima si muovessero co' presidii, disegnava la via da tenere, le fermate da fare, ed accennava Capua, e San Germano, come i luoghi nei quali dovessero rannodarsi: scritti i dispacci, senza pur leggerli gli sottoscriveva, e gli suggellava; così se ne andava gran parte della notte. Terminata cotesta faccenda, spediva il Cerra, affinchè provvedesse che frettolosi Corrieri gli recassero al destino loro. Rimaneva col Caserta.

«Tu almeno non mi tradisci, o fedele;» favellava Manfredi ponendo la sua nella destra di lui «la nostra amicizia è bene antica: cominciava sotto gli auspicii di tale creatura, che adesso certamente la benedice dal Paradiso…. Oh! io sono indiscreto a rinnovarti un dolore; il tempo non ha sanato la tua ferita? Pur troppo il tempo non ha potenza sopra affanni sì fatti! Tu va, provvedi col Conte Giordano alla sicurezza di questa città, e della mia famiglia; per la perfidia di pochi ribelli io non devo lasciare la difesa dei miei fedeli, nè posso; mi si attribuirebbe a codardia: se deve tramontare la stella di Svevia, tramonti co' medesimi raggi con i quali comparve;—splende inclito il nome dei miei padri, nè noi lo contamineremo: facile è mostrarci grandi allorchè la fortuna esalta, difficile quando deprime.—Va, provvedi, tu hai senno da reggere il Regno; fa tutto quello che vuoi, pur che non vi sia sangue; poniamo i traditori in istato di non perdere i buoni; abbiano per pena l'onta di aver macchinato inutilmente un'opera di vergogna: molto mi prometto dalla vigilanza e dalla fedeltà tue.»

Accolse queste carezze il Caserta;—come un lione ammansato partiva per fare l'ufficio.

Il Conte della Cerra, spediti i Corrieri, tornava al palazzo;—per via andava pensando:—giudica, testa mia, se il destro di scoprirsi è arrivato;—avesse Gisfredo preoccupato il passo?—fingesse Manfredi con noi? Veramente Gisfredo non mi occorre più innanzi gli occhi, e Manfredi è capace di questo, e d'altro. Ma Gisfredo non può avergli detto il come, e il quando…. no…. io non glielo ho mai confidato, e buona previdenza fu questa; dunque potrebbe essere una mia confessione tuttavia necessaria, e premiata. Chi mi assicura che Manfredi mi darà guiderdone? Avessi guarentigia…. allora…. egli certo mi disprezzerà…. che importa? non mi dispregio io stesso? Questo non monterebbe nulla, basta che fosse certa la mercede…. facciamolo giurare su i Vangeli…. ma se è eretico!—su l'onore di sua famiglia…. ell'è tutt'una. Veramente posso affidarmi nel pensare che premierà il primo delatore, perchè gli altri non si perdano d'animo a svelargli le congiure che possono succedere; certo non sarebbe accortezza punire anzi che premiare a quest'ora, nè Manfredi è stolto;—di stargli al fianco non amo, nè egli amerà;—mi manderà governatore in qualche lontana provincia di Sicilia; tanto meglio per me, reggerò a mio modo, avrò il diritto della vita e della morte; oh! somma gioia firmare una sentenza di morte! Vedi come la speranza ruba la mano al senno! e se Carlo viene? il meno che me ne possa andare, rimanendo, è la testa; fuggendo, tapinerò pel mondo miserabile…. atroce delitto è la miseria! in tutta la terra si trovano tribunali apposta per punirla; i miei feudi, il mio governo, non potrò già trasportarli meco:—patteggiamo a contanti,—torna meglio così; me ne andrò a Trapani, appresterò quivi una saettía; e se le cose rovinano per lo Svevo, fuggirò tra' Saracini, e se bisogna, rinnegherò. La terra del mio nascimento? che nascimento? Dovunque la vite produce il liquore che rallegra il sangue, dovunque la bellezza concede le sue voluttà all'affetto coniato, dovunque s'incontrano anime da corrompere, virtù da schernire, vizii da esercitare, colà è la mia patria. Epilogando:—Rinaldo comincia a diventare pericoloso; egli ha mancato di fede, e prudenza vuole che io l'abbandoni.—Così meditando pervenne nell'anticamera del Re.

«Anselmo,» gli disse il Conte di Caserta, occorrendogli, imperciocchè volle il destino che ritornasse prima di lui; «io ti aspettava.»

«Ch'è mai avvenuto di sinistro, Messere?»