«V'era dunque!» gridò Yole ponendosi una mano alla fronte. «Oh! s'ella v'era e non le spiacque, voi siete amante mal corrisposto. Manifestate chi sia. Voi già foste mio cavaliere, e il dovere più prezioso di dama cortese sta nel prendersi cura dei giorni di colui che gli ha esposti per onorarla.—Parlate, Rogiero: io vi giuro sopra la fede del sangue di Svevia, per quanto sta in me, di farvi andare contento.»
«Spirito del male, oh! come tentano feroci le tue lusinghe su la terra!…»
«Che mormorate, Rogiero? Forse vi riesco importuna? Sprezzate le mie promesse? V'infastidisce la mia voce? Ah! vogliate perdonarmi, e attribuirlo al forte amore e soverchio, che porto per…. tutti gl'infelici.»
Così parlava Yole, e queste ultime parole le uscivano appena distinte dalle labbra: mesta, abbattuta, già moveva il piede per abbandonare quel luogo, allorchè Rogiero, come uomo al quale il destino abbia rapito il senno, le andò incontro, e senza nessuno rispetto afferratala violentemente pel braccio, la trasse fuori dell'arco al raggio della luna; quivi, gettando per terra la celata, si scoperse la fronte, appose sopra quella per forza la mano di Yole; e poichè alquanto ve l'ebbe tenuta ferma, in tronche parole le disse: «Che parvi, Yole, della fronte mia?»
«Che tutti i Santi del Paradiso vi guardino!» rispose esitando la figlia di Manfredi; «ella è fredda come il marmo di un sepolcro.»
«Deve esserlo.—Odimi, divina fanciulla, odi la parola di tale che saprà punirsi di avere parlato.—Io spesso nel fervore delle mie preghiere, nella rabbia delle mie maladizioni, ho sollevato un voto, inesaudito fin qui. Dammi, gridai, nè sapeva a cui, dammi un momento di gioia, e poi lascerò la vita.—Ora, sia ventura, sia destino, questo momento è venuto; questo momento è passato; nè in me dura costanza da aspettarlo lungamente, e forse indarno, nel supplizio della vita.—Concedi uno sfogo di parole e di lagrime al moribondo; esse non ti offenderanno; e quando anche ti offendessero, la mia morte non basterà alla espiazione?…»
«Rogiero!…»
«Yole, sai tu da quanto tempo io porto la tua immagine nel cuore?—Ella vi stava prima del palpito…. prima del nascimento; imperciocchè prima di vederti ti amassi. Nel cammino della vita ho mirato le belle figlie degli uomini, ed ho vôlto l'occhio alla terra accorgendomi che venivano da essa. Ho veduto l'altera nell'orgoglio delle sue forme, e non ho desiato. Ho veduto il rossore della timida amorosa, e non ho sospirato…. e diceva a me stesso: cuore di bronzo, non v'è grazia di amore che possa commuoverti?—Ma una immagine di bellezza turbava pur troppo il mio spirito, nè io l'aveva tolta da sembianze mortali…. forse mi si affacciò alla mente, allorchè l'anima ristorata dal riposo torna agli ufficii della vita, e i suoi sogni sono ridenti come le rose dell'aurora. Io anelava angoscioso dietro la figlia della mia fantasia, e sovente nel delirio della passione le indirizzava parole, e: forma divina,—io le diceva,—esisti tu veramente? Oh! non sparirmi sul primo raggio del sole che sorge. Io per te rinunzierei alla sua luce. Vieni, celeste pellegrina, o silfide, o gnomo,¹ o angiolo, o demone, a fare lieti i giorni della mia vita, e allora Rogiero sospirerà di amore.—Yole…. un giorno ti vidi…. Troni del cielo! le tue sembianze erano quelle della immagine della mia fantasia.»
¹ Silfidi spiriti dell'aria, Gnomi della terra, come le Ondine dell'acqua, e le Salamandre del fuoco. Mitologia cabalistica. Vedi Dizionario Infernale.
«Rogiero,» disse Yole sollevando maestosamente il suo corpo, «sono parole queste, che un servo fedele possa favellare alla figlia del suo signore? Può la nepote della Imperatrice Gostanza convenientemente ascoltarle?»