«Oh! non ne fossi mai uscita.»

«Che? Respingi il grembo che ti ha portato… il seno che ti diè il latte? Santa Maria! anche a questo era riserbata la Regina Elena?… Ah! le mie ambasce si fanno maggiori della mia pazienza.»—Così dicendo lasciava di sostenere la figlia, e, lacrimando disperatamente, cadeva.

«Gismonda!» disse allora Yole a questa damigella, che sola era rimasta a sorreggerla, «perchè mi ha lasciato mia madre? Le sono forse divenute troppo gravoso incarico le membra di sua figlia? Ah! io incresco a tutti, e a me stessa….—Chi è che piange? Gismonda, dimmi, chi piange?»

«La madre vostra.»

«Perchè?»

«Voi avete desiderato di non averla avuta per madre.»

«Io ho detto questo?… Io!» esclamò Yole: e il rimorso dell'anima gentile le ricondusse su le guance i colori del pudore. «Sciagurata! Oh! l'ottima delle madri, non vogliate piangere a quelle cose che ho detto, ma piangete piuttosto per quello spirito che mi costringe a dirle.—Certo, il mio cuore non vi assente…. ma una forza feroce mi agita l'ossa, e il sangue. Io vi amo, madre mia, vi amo di quell'amore stesso che voi amate me:—prescrivete; ogni qualunque prova, e sia pure quanto si voglia dolorosa, incontrerò lieta per amore vostro. Io non vi offro la vita, che il togliermela sarebbe il più grande benefizio, che il cielo e gli uomini mi potessero fare; ma cessate di piangere per cagion mia…. cessate, od io muoio di affanno ai vostri piedi.»

«Io sono lieta, Yole,» disse la Regina, abbracciando la figlia, ed amorosa baciandola; «ma tu, via, cessa di darmi tanta afflizione. Parla…. dimmi: qual cosa mai tanto duramente ti molesta?—Qui nel mio cuore deponi il tuo segreto…. nel cuore di tua madre, che darebbe la vita per vederti felice. La tua sorella lo è già: e quando te pure io vedrò così, il giorno della mia morte sarà il più avventuroso di tutta la mia vita.»

«Gostanza» rispose Yole con accento solenne «è, e si manterrà lungamente felice. Al cielo piacque separare la causa della figlia di Beatrice di Savoia dalla causa della figlia di Elena di Epiro. Su me…. su noi pesa un atroce destino. Noi morremo illagrimati, giaceremo insepolti, monumento di pietà, d'invidia, e di ferocia. A che vi arrancate, madre mia, per ricercare nel mio spirito la cagione del dolore? Sollevate gli sguardi;—la causa della nostra disperazione scintilla nel cielo….»

Elena sollevò gli sguardi all'orizzonte, e vide, o le, parve vedere, la cometa scuotere minacciosa i suoi raggi. Non ne sostenne l'aspetto, ma riabbassata la faccia passò il suo braccio in quello di Yole, e mestamente silenziosa prese a incamminarsi verso il castello. Le seguitava Gismonda, mormorando a bassa voce una preghiera per la pace allo spirito travagliato delle sue dilette signore.