² I settentrionali sono avidissimi dei frutti del mezzogiorno. Si narra, che traessero dal fondo della Scandinavia i Varageni a Costantinopoli, vantando loro il sapore dei fichi: e nella lingua islandese si dice tuttavia fagiakasta (desiderare fichi) per agognare ardentemente una cosa.
³ Dicono che Cristo se gli presentasse dentro una foresta sotto le forme di un povero lebbroso; ed essendo stato caritatevolmente raccolto da quel Principe, gli desse per ricompensa la grazia di essere felice in ogni sua impresa.
Fu il Regno di Guglielmo, non tanto per le forze degli esterni nemici, quanto por le interne rivoluzioni, tutto sconvolto. Maione, uomo oscuro di Bari, salì a tanta altezza di potere su l'animo del Re, che nessuna cosa, per quanto grande ella fosse, da altri fuorchè da lui si amministrava. La petulanza di questo Ministro si manifesta dalla domanda ch'ei fece ai Frati di Monte Cassino, affinchè registrassero sopra il loro libro dei Defunti (dove solamente si segnavano Papi, Imperatori, Re ec.) la morte dei suoi genitori: e i Monaci, però che l'adulazione sia stato male di tutti i tempi e di tutti, scrivevano sul libro:—Curazza mater Madii Magni Admirati Admiratorum obiit VII. K. Augus. Et Leo pater Admirati Admiratorum obiit VI. I. Sept.—Ora non rimanendogli più nulla da desiderare, come Ministro, e Grande Ammiraglio degli Ammiragli, sollevò la mente a più alti disegni. Tentò e vinse l'onestà della Regina. I primi gradi della milizia al suo fratello, e al suo figlio, concesse. Simone suo nepote creò Gran Siniscalco; mediante il matrimonio di sua figlia sperò farsi partigiano Mario Bonello cavaliere di moltissimo seguito nel Regno. Istruì eziandio pratiche con Alessandro, perchè ad esempio di Papa Zaccheria, che rimosse Childerico dal trono di Francia, deponesse Guglielmo, e lui in sua vece costituisse. Alessandro, conoscendo la malvagità di Maione, ributtò il trattato. Non per questo si rimase l'Ammiraglio, che anzi, considerando come fossero di grave impedimento ai suoi disegni Roberto Conte di Loritello, Simone Conte di Policastro, e Roberto Principe di Capua, signori riputatissimi, e parenti del Re, si accostò ad Ugone Arcivescovo di Palermo, uomo anche egli avido di dominio, e abbindolatolo con infinite promesse, gli scoperse i suoi segreti pensieri, e lo indusse a giurare, che in ogni fortuna, per quanto fosse stato in lui, lo avrebbe sostenuto. Intanto il Re Guglielmo stavasi chiuso nel suo palazzo di Palermo, sospettoso della lega che correva voce avessero stretto a suo danno gl'Imperatori Federigo Barbarossa, ed Emanuelle Comneno: dubitava della fede dei suoi Baroni; dubitava dei parenti, di sè medesimo dubitava. Maione conobbe essere giunto il tempo di rovinare gli odiati nemici, che con altrettanto odio lo ricambiavano. Cominciò da Roberto di Capila, che in quel torno dimorava a Sorrento; da prima lo mostra quale uomo pericoloso alla pace del Regno; vedendo che le parole trovavano tenero nell'animo di Guglielmo, lo accusa di ambiziose macchinazioni, finalmente di segrete intelligenze col nemico. Si spediscono genti ad arrestarlo. Roberto, avvertito in buon punto, si parte di Puglia, e con molti seguaci ripara negli Abruzzi. Rimanevano i Conti Simone e Roberto. Maione fece insorgere una rissa tra le milizie comandate dal Cancelliere Asclettino, e quelle del Conte Simone; descrisse quel tumulto come gli parve; aggiunse essere il Conte cagione di cotesti disturbi, congiurare insieme col Conte Roberto in pro del Principe di Capua; suppose lettere e messi, per modo che il Re, fatto arrestare Simone, senza pure ascoltarlo, lo condannava a perpetua prigionia.
Gravissima fu la indignazione dei popoli per così grave attentato; oggimai non potendo più sopportare la tirannide di Maione e di Guglielmo, proruppero in manifesta rivolta. Si videro a un punto la Calabria, la Puglia e la Terra di Lavoro, ardere di crudelissima guerra. Il Conte Roberto vinse Taranto; sovvenuto da Emanuele Comneno superò Bari, poi Brindisi;—tutta la Puglia sossopra. Nè meglio andavano le cose in Terra di Lavoro, chè quivi infuriava il Principe di Capua. Nel Picentino, meno Amalfi, Napoli e Palermo, ogni altra città venuta in mano di Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi. Il Conte di Rupe Canina aveva sottomesso tutto il contado di Alife.
Guglielmo, logorando neghittosamente la vita nel suo palazzo, tutte queste cose ignorava, chè con molta avvedutezza gliele nascondeva Maione. Si manifesta finalmente la rivolta in Palermo: allora Guglielmo, conosciuto il pericolo, si mostrò al popolo, ed acquietò il tumulto: Butera occupata dai ribelli ricupera, Simone sprigiona, appresta milizie, e valica il Faro. Maione fu ad un punto maravigliato e atterrito da così repentino mutamento; e da che non gli fu possibile sopire quel subito ardore, stimò meglio seguirlo. Guglielmo continuando il suo cammino campeggia, ed espugna Brindisi, fuga il Principe di Capua, distrugge Bari, prende Taranto, e duramente assediando Benevento, costringe Papa Adriano IV, principale fautore di quelle sommosse, a concedere vantaggiosissime condizioni di pace. I Baroni ribelli, disperati di potere resistere, cercano salute. I Conti Roberto, di Rupe Canina, ed altri, riparano in Lombardia. Roberto Principe di Capua, mentre vuol passare il Garigliano, tradito dal Conte Riccardo dell'Aquila, che col secondo tradimento fugge la pena del primo, e consegue la infamia di ambedue, è condotto a Palermo, dove crudelmente abbacinato perde la vita.
Ma il terrore, dove non sia da milizie permanenti conservato, non vale nè anche per poco a frenare i popoli ribellanti. Tornato appena Guglielmo agli ozii del suo castello di Palermo, la Puglia imprende a tumultuare di nuovo. Maione stimò bene spedire Mario Bonello a comporre que' moti. Questi, parte per l'odio segreto che portava all'Ammiraglio, il quale, volendolo ad ogni costo per genero, gli attraversava le nozze con Clemenza Contessa di Catanzaro, da lui ardentemente amata; parte pei discorsi di Rogiero da Martorano cavaliere di molta reputazione, congiurò co' suoi nemici, ed anzi promise loro di ucciderlo. Intanto Maione, stimando giunto il tempo di mandare ad esecuzione le cose concepite, si consigliava con l'Arcivescovo; si accordarono su la morte del Re, su la tutela dei figli dissentirono. La pretendeva l'Ammiraglio: Ugone, conoscendo la sua perfidia, non voleva concederla: cominciarono scambievolmente a dolersi; poi vennero ad acerbe parole, alla fine partirono nemici. L'Arcivescovo è avvelenato. Tornava il Bonello, e assicurava Maione essere le cose di Puglia affatto quietate: saputa la contesa dell'Arcivescovo con l'Ammiraglio, si fa a trovare l'Arcivescovo giacente in letto, dal quale intesa la trama di Maione, sempre più si conferma nel proponimento di ucciderlo. Ora l'Ammiraglio, vedendo che il tossico amministrato ad Ugone non faceva gran frutto, timoroso dell'esito, presone seco uno più violento, andò con lieta faccia a trovarlo: gli favella dolcemente, protesta volergli ritornare amico, scapitare ambedue in quella contesa; pensasse a sanare; a lui più che ad altri stare a cuore la sua salute; avergli perciò recato un suo medicamento, che per certo lo avrebbe tornato da morte a vita. L'Arcivescovo, conosciuta la perfidia, si scusò con arte, e chiamato il Vescovo di Messina, mandò ad avvisare il Bonello come l'Ammiraglio si trovasse in casa sua. Maione, ricambiate molte parole di amore con Ugone, partiva; la notte era oscura, nè alcuno del séguito dell'Ammiraglio temeva insidie; giunto che fu alla chiesa di Sant'Agata, il Bonello, fattoglisi addosso, gridava: «Sei morto, traditore e adultero del mio Re.» Parava l'assalito il primo colpo; ma dal secondo mortalmente trafitto cadeva. Mentre però l'Ammiraglio di morte sanguinosa sopra la pubblica strada finiva la vita, quasi fosse consiglio della Provvidenza, l'Arcivescovo, da fiere convulsioni travagliato, in mezzo ad atroci dolori di viscere spirava l'anima.
Il Bonello fugge da Palermo. Il Re, udito il caso, sentì gravissimo sdegno per la morte del suo favorito; molto maggiore la Regina. Alla fine Guglielmo, conosciuta la perfidia di Maione, tra i tesori del quale fu trovata una corona reale, chiama in Corte il Bonello, e lo ritorna in grazia. Ma l'odio della Regina vegliava contro di lui, e ad un Re sospettoso riesce facile cosa persuadere ch'è traditore un potente ed ardito Cortigiano. Il Bonello, accortosi del temporale, macchina nuova congiura, e vi trae il Conte Simone, e Tancredi di Lecce, parenti del Re, tenuti per suo comando a guisa di prigionieri con molti altri principali Baroni dell'Isola. Ciò fatto, accorre a Mistretto suo castello, per provvederlo di arme e di vittovaglie, onde in caso di fortuna contraria gli fosse aperta una via di salute. Mentre che qui dimorava, un discorso imprudente, da certo soldato, partecipe del negozio, tenuto al suo compagno, costrinse i congiurati a precipitare gl'indugi. Il Gavarretto custode del Conte Simone e di Tancredi, secondo il convenuto, li toglie di prigione, e questi seguiti da molti s'incamminano alle stanze del Re. Sedeva tranquillamente Guglielmo ragionando con Enrico Aristippo: alla vista di Simone e di Tancredi, sdegnato perchè senza suo ordine gli comparissero innanzi, prese a minacciare, poi a fuggire; ma presto raggiunto con le spade nude dal Conte di Lesina e da Roberto Bovense, uomini feroci, questi dissero di levargli la vita, e lo facevano; ma Riccardo Mandra gli rattenne, e provvide alla salvezza del Re trasportandolo prontamente in prigione. Allora, secondo l'ordine della congiura, cavato fuori del palazzo Rogiero, primogenito di Guglielmo, lo fecero cavalcare per la città, e lo salutarono Re. In questa Gualtieri Arcidiacono di Ceffalù andava esponendo i delitti di Guglielmo, e confortava con la speranza delle virtù di Rogiero: il popolo applaudiva! Ma il Bonello non si vedeva. Senza un conveniente sussidio di armati non si ricava frutto dalle congiure: partiva Tancredi ad affrettarlo. Ormai erano trapassati tre giorni, nè il Bonello nè Tancredi comparivano. Romualdo Arcivescovo di Salerno, Roberto Arcivescovo di Messina, l'eletto di Siracusa, e il Vescovo di Mezzara, sia perchè in questa mutazione avessero perduto, sia che in una nuova sperassero acquistare, si dettero a persuadere ai Palermitani sprigionassero il Re: lo sprigionarono. I congiurati, dalla velocità dei moti smarriti e confusi, abbandonano Palermo. Guglielmo, trascorrendo armato le vie della città, vide farglisi incontro Rogiero, amabile ed avvenente giovanetto, sua gioia nel tempo passato, ora tutto giubbilante per la ricuperata libertà del padre; preso da profondo dispetto non ravvisa in lui il figlio, ma il nemico che volle strappargli la corona e la vita: lo percote nel petto: il giovane spira l'anima senza mandare un gemito: il popolo applaudiva! Guglielmo, avvedutosi del misfatto, deposta la veste reale, mettendo dolorosi guai, come se avesse perduto l'intelletto, schiuse le porte del palazzo, chiunque passava traeva dentro, e amaramente piangendo gli raccontava la sua disavventura. Tra tanto dolore domestico fu posta in oblio ogni pubblica vicenda. Il Bonello, un'altra volta perdonato, congiurava un'altra volta. Richiesto dal Re di una spiegazione intorno alla sua condotta, rispondeva superbo. Il Re si armava; vinti i ribelli, parte uccideva, parte bandiva: il Bonello rinchiuso in oscurissima prigione, poichè ebbe gli occhi abbacinati e i nervi sopra i talloni recisi, piangendo il duro destino, di vilissima morte terminava la vita. I rimanenti giorni del Re Guglielmo furono uno alternare di ribellioni, di ferro e di veleno. Le dure estorsioni, con le quali angustiava i sudditi, appaiono più spaventose che credibili. La sua crudeltà fu tale, che non si sbramasse neppure sopra i nemici fatti cadaveri; a brani a brani, su per la pubblica piazza, a vista di popolo, gli facea mettere dai morsi di affamati mastini: e il popolo applaudiva!—Nel 1166 la morte pose fine alla sua esistenza, che, e per lui, e per gli altri, era stata flagello.
Molti dei fatti siciliani fin qui raccontati succedevano contemporanei a quelli di Lombardia che ora siamo per raccontare; ma a noi piacque separarneli, sì perchè possono stare divisi, sì perchè ordinati disgiuntamente fra loro rappresentano un quadro molto meglio importante. Torniamo adesso a parlare di Federigo. Andava questi forte cruccioso contro Papa Adriano per la pace conclusa con Guglielmo I; era il Papa adirato contro Federigo per l'arresto dell'Arcivescovo di London. Questi semi di mala intelligenza proruppero in manifesta discordia, allorchè Adriano mandategli sue lettere, dopo averlo gravemente ammonito, scriveva: «rammentasse bene, ch'egli teneva lo impero come beneficio della Chiesa;» la qual parola significava feudo. A questo motivo, sebbene di per sè stesso sufficiente, si aggiunse la notizia che Adriano aveva fatto dipingere sopra le pareti del palazzo di Laterano Lotario II genuflesso innanzi Alessandro II, tenendo le mani sopra quelle del Pontefice con sotto l'iscrizione:
_«Rex venit ante fores—jurans prius urbis honores, Post homo fit Papæ—sumit quo dante coronam:»_¹
¹ Giunge il Re innanzi le porte giurando dapprima gli onori di Roma, quindi diviene vassallo del Papa per concessione del quale assume la corona.