Carlo si scuote, aggrotta le ciglia in così spaventosa maniera, che le pupille gli si nascondono intiere, e prorompe con voce commossa: «Perchè maledici la nostra patria? È forse la infamia una pianta particolare alla nostra terra, o un albero sterminato che stende i suoi rami tenebrosi sopra tutto l'universo? Sia rigido il cielo, sia temperato, azzurro come in oriente, nuvoloso quanto in settentrione, nè per clima, nè per cielo si rimarrà dal crescere;—le sue radici stanno nel cuore dei viventi. Sì, pur troppo la terra va coperta di scellerati, e di traditi; ma tu, prima di chiamarci colpevoli, dimostraci, che sei innocente: intanto sappi che noi ti teniamo traditore e ti aborriamo. Se la colpa vive nel mondo, non alligna in nostra casa, guarda, se l'osi, il fiordaliso di Francia; qualora i tuoi occhi possano sostenerne il bagliore, vedrai che non ha macchia.»

«L'avrà.»

«E allora possa essere sterminata la nostra famiglia, tolta dal numero delle cose che si rammentano. Adesso, se alcuna ingiuria molesta alla vita avessimo sofferto dalla nostra patria, anzi che cacciare il pugnale nelle sue viscere, lo cacceremmo nelle nostre. Se hai cosa che non puoi sopportare, muori; altramente, ama la vita, e sii codardo, o scellerato.»

«Conte,» riprese il timoniere; tenendo le braccia con le pugna strette, «Conte, voi parlate stolte parole. Chi siete voi che volete farvi arbitro del biasimo e della lode? Imparate, voi, cui forse destinano i cieli a governare molta gente, che per tenervi un grado seduto su le teste dei vostri fratelli, non per questo li soverchiate col sapere; che siete debole, imbecille, come essi sono, e creta, solo più presuntuoso,—imparate, dico, s'io amo la vita.» E qui furiosamente si apre la veste, e mostra a Carlo i fianchi recinti da un cilicio di ferro, che vi aveva fatto un cerchio di piaghe, dalle quali colavano alcune gocce di nero sangue, e marcioso. Carlo balza indietro atterrito, esclamando: «Cotesto è atroce supplizio!»

«Ora dunque credete ch'io tema la morte? Non vedete che ognuna di queste piaghe mi ha dato maggior dolore, di quello che abbisogni per la estinzione di un uomo? Ecco, la mia vita trapassa per sentiero di tormenti, che da me stesso mi appresto; la lascio consumare nell'angoscia; ma quando minaccia di spegnersi, mi adopro a suscitarla, perocchè ella sia deposito di vendetta e di rabbia.»

«Che cosa dunque può farti tanto crudele contro te stesso, e contro il tuo luogo natale? Qual cosa è al mondo, che possa farti conservare la esistenza malgrado la vergogna e il dolore?»

Il timoniere non dice parola.

«Una mente infiammata» prosegue Carlo «dalla malattia, o dalla passione; una morta ragione, un'anima conturbata dal furore, possono solamente concepire codesti disegni.»

«Carlo!» con voce soffocata risponde il timoniere «come vi sentite fermo di cuore? soprapponetevi una mano, e tentate se può reggere ad un racconto.»

«Noi abbiamo veduto trucidare al nostro fianco i più leali vassalli senza piangere, come senza ridere vedemmo posare sul nostro capo la corona di Provenza.»