«Non v'incollerite, don Luca, ecco lo squasso.»

Dopo lo squasso volle i piombi, ed io i piombi; dopo i piombi lo squasso ed i piombi, ed io lo squasso co' piombi; insomma le asperità della corda ei volle provar tutte, che voi, onorandissimi colleghi, già sapete per pratica, o saprete in seguito, come dobbiamo fermamente sperare. Don Luca sostenne da pari suo il tormento senza nè anche stringere ciglio; e così per bene un mese durammo, facendosi ogni dì più gagliardo a sostenere; per la qual cosa, su l'ultimo, quando lo sospendeva alla corda gli pareva andare a nozze.[7]

Un giorno sul cadere delle foglie (saremo stati a fin di ottobre, o a mezzo novembre) il cameriere, che unico aveva conservato presso di sè don Marcantonio, venne ad avvisarci tutto atterrito, come il suo padrone da bene ventiquattro ore non avesse aperta la stanza; non osare aprirla egli stesso, perchè il padrone glielo aveva divietato; poi, perchè si era chiuso per di dentro; ed in ultimo, perchè sforzando la porta aveva sospetto di buscarsi una pistolettata; non sapere per tanto che pesci pigliare, essere ricorso a noi per consiglio.

«Che vuoi tu ch'io ti consigli? rispose don Luca: quel tristo del tuo padrone sarà morto di fame, tanto è misero costui; e tu pure, vedi, barelli per la fame; vieni qua, sciagurato, prendi un sorso di questa acqua arzente, ch'io stesso con le mie proprie mani ho distillata, e so ben io che ti rimetterà l'anima in corpo»[8]. Il povero uomo dopo qualche smorfia buttò giù il bicchiere fino all'ultima goccia, e gli parve, com'egli disse, sentirsi riavere. — Io era lì presente, ma non lo potei impedire.

Don Luca incominciò a pensare; sembrava sostenesse dentro una qualche battaglia, imperciocchè le gambe come impazienti di andare si agitavano, ed egli con le mani si aggrappava ora a questo, ora a quello altro oggetto a guisa di uomo che caschi giù dalla tettoia rasentando la parete della casa; e quando io lo confortai a rompere gl'indugi, e ad accorrere in soccorso del fratello, egli mi lanciò contro uno sguardo da basilisco, e mormorò fra i denti:

«Che tu sii maledetto!»

Finalmente ripiegò la persona, chiuse gli occhi, giunse ambe le mani facendo scricchiolare le dita incrocicchiate, e la sua faccia gli diventò verde: tacque lunga pezza a bocca aperta, poi susurrò con parole tronche:

«Il demonio mi vince.... io non posso resistere al demonio.... e tra me e Dio si distende la maledizione paterna.»

Ciò detto, prese risoluto certo suo astuccio con entrovi varie caraffine, e venne via. Ci fu mestieri abbattere le porte, però che don Marcantonio, come dubitava il servo, si era sprangato per di dentro; e quando, atterrati gli usci, ponemmo il piè sopra il limitare, un molto stupendo spettacolo si offerse agli occhi nostri.

Il soffitto da un angolo all'altro sosteneva festoni di ragnatele, donde i ragni a modo di stelle cadenti precipitavano giù sopra gl'insetti: due gatti stavano accovacciati a piè del letto sbalorditi dalla fame e dal grave odore, che là dentro esalava: sopra un seggiolone a bracciòli foderato di velluto cremisino sedeva un rospaccio dalla vista maledetta, che pareva tutto un avvocato fiscale: di sotto lo stipo di ebano, per tarsìe di madreperla e di argento prezioso, sbucavano fuori due pizzughe: qua e là escrementi, ossa e rimasugli di sozzi cibi aborriti o rigettati dagli animali; da per tutto immondezze. In un canto, coperto da parecchie lenzuola, appariva un monte di argento lavorato: ve n'era d'ogni maniera; candelieri, calici, reliquiari, lampade da cristiani, lampade a sette becchi da giudei, cangiarri, ed altre più cose, tutto sottosopra a rifascio: una lunga tavola andava ingombra di lavori di oro e di gemme sciolte, o legate: alcune cantere dello stipo aperto lasciavano vedere inestimabile quantità di moneta di oro e di argento.