A Ferdinando Bertelli
Bastia, 15 Apr. 1855
Mio caro Ferdinando
Avevo sentito le disgrazie del nostro povero paese e la si può immaginare se contribuiscano a contristare uno spirito già contristato — Piove proprio sul bagnato! — Nè, da qualunque parte ci volgiamo, apparisce punto di chiaro. Sento, che hanno richiamato i tedeschi di costà; anche questo è qualche cosa, disse quegli che pisciava in Arno.
Mi ha raccontato un uffiziale francese, venuto di Toscana, di certo duello fra un tedesco insultante, e un toscano, con la peggio del primo. Grande errore fu quello di chiamare i tedeschi in Toscana. Sono odii nazionali, che non si spengono manco con l'acqua santa. Rivoluzione. Reazione. Transazione; ma la terza parte non vogliono imparare, e forse è tardi, e le ingiurie troppo grosse. Hanno creduto farmi danno mortale, e me ne hanno fatto, e Dio lo sa, ma non è il peggiore dei mali starmi sopra uno scoglio, che sembra ben piantato a guardare cui tribola nell'acqua grossa.
Vivo in paese napoleonista per interesse ed anche per genio, ma ogni dì più incupisce, e del futuro teme assai. Considera non la guerra, ma il modo rovinoso, e funesto. Di prendere Sebastopoli, non è più quistione, e su l'Austria non contano per nulla, quantunque confessino, che romperla coll'Austria sarebbe uno stroppio per loro. Noi italiani considerano per buoni a nulla, come se essi fossero buoni a qualche cosa. Quando ci sono io gliele canto in rima, ma, come a Dio piace, fin qui veruno mi ha risposto.
In casa stanno tutti bene, e vi salutano, in ispecie la buona Maria; io così così, che i nervi e gl'intestini non danno tregua; pure, malato o sano, sono sempre
Il suo Aff:o Amico
D. Guerrazzi.
Mille cose alla Sig.ra Teresa e alle figlie.