«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo, hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al Palazzo.»
«Ordinate che cessino di sonare la campana: — se vi aggrada, messeri, possiamo scendere in sala. — Voi, monna Ghita...» La donna era scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di rimettere il tempo perduto.
Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. — Non per anche i popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella. — Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto, lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai perchè più presto fosse finita[124].»
Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola[125] predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli della repubblica, netti di specchio. Imperciocchè egli sapeva essere le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali, s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano parlamento e balía. E la storia aveva insegnato esserne derivati pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:
Se questo popolar consiglio e certo
Governo, popol, della tua cittate
Conservi che da Dio ti è stato offerto,
In pace starai sempre e in libertate:
Tien' dunque l'occhio della mente aperto,
Chè molte insidie ognor ti fien parate,