Geremia, cap. XXII, v. 22.

Se la tua mano non si contaminò giammai effigiando immagine di tiranno, — se nel tuo petto arde la fiamma del genio italiano, giovane fabbro che avesti dal cielo potenza d'imporre alla pietra sembiante umano, vieni e scolpiscimi Italia. — Prima di volgere la mente a concepirne il pensiero contempla il suo cielo azzurro e sereno, le cerulee marine, i campi floridi, i colli ridenti; — poi guarda il Colosseo, i ruderi del Foro romano, le basiliche del medio evo, il tempio di Michelangiolo; — rammenta i fieri giuochi dei gladiatori, le solenni ecatombi, il muggito dei bovi percossi dalla bipenne empire le volte del Panteon di Agrippa, Giulio Cesare pontefice massimo; ancora, — il memore intelletto diffondi sui trionfi dei re della terra incatenati al Campidoglio, sopra la lega lombarda, su Federigo Barbarossa, il Serse superbo dei bassi tempi disfatto, — all'improvviso chiudi la porta del passato e guarda un gregge di preti e di frati, sozza ftiriasi[134], brulicanti pei capelli e per le membra di una donna estenuata, — una generazione d'idioti, genuflessa davanti a mille idoli dipinti di rosso, di verde e di giallo, svolgere col volto compunto una serie di globi di legno, o di pietra... Questo è il rosario!

Domenico di Guzman, fondatore della Inquisizione e carnefice degli Albigesi, inventò il rosario... Oh! la preghiera di colui che la natura vergogna chiamare col nome di uomo, e la chiesa salutò come santo, giungerà mai gradita al Dio delle misericordie?

Sopra il trono di Augusto contempla un vecchio che non sa regnare e pure non cessa dalle libidini del regno, e vestito di gonnella muliebre stende la mano tremante a tutti i suoi nemici limosinando fra lo scherno e il ribrezzo un giorno, — un'ora, un minuto di regno.

Giovane scultore, fingi quanto ha di più superbo la grandezza, di più abietto la miseria; fingi una fortuna che superi la maraviglia, una sventura a cui non bastino lacrime, — una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male, — una vita che rimase sotto gli artigli che la lacerano, sotto ai denti che la divorano; — tutte queste cose immagina ed altre più assai, perchè, vedi, la mia favella manca a narrartele intere; — ponmi qui la mano sul petto, io tenterò trasfonderti nel sangue le vibrazioni del mio cuore; — poi scolpiscimi Italia. Fa ch'ella posi il fianco sopra un lione addormentato; — abbia la corona di torri, però che Dio la creasse regina, nè mano di uomo può rapirle il dono de' cieli, — ma la più parte ricoperte di edera e per lunga stagione scrollate; le stieno intorno al braccio sinistro avvolti sei aspidi dal veleno narcotico... hai bene compreso? aspidi. Se tu non indovini quello che significhino questi aspidi, vatti con Dio, non sei lo scultore che cerco. Sei aspidi che le stillano nelle vene il sonno e la morte. Il volto di lei sia solenne d'immortale bellezza e sventura, — come di persona che abbia inteso una voce dall'alto, — un comando di risorgimento. Sopra la fronte attonita apparisca la contesa tra il sopore del veleno e la vergogna, la memoria di quello che fu e la coscienza di quello che al presente ella è. Ricerchi con la destra brancolando la spada da secoli e secoli abbandonata ai suoi piedi.

Perchè no?

Cola di Rienzo tribuno strappò un giorno lacrime di rabbia al popolo romano con la pittura della Italia combattuta nelle procelle...[135]

Io innalzerei un tempio consacrandolo alla Italia sconsolata e poi chiamerei i suoi figli gridando: «Venite a confortare vostra madre che piange un pianto di secoli!»

Custode del tempio, noterei i nomi dei pellegrini, farei tesoro delle ire dei popoli; e quando avessi contato venti mila volte centomila, salirei sul giogo estremo delle Alpi medie... (Angioli del giorno finale, datemi voi la voce che risveglia i defunti!) ed urlerei con tutta la forza delle mie viscere ai quattro venti della terra: «Figliuoli d'Italia, avete pianto tutti! Tutti avete fatto rosso il terreno col sangue delle vostre vene! O Calabrese, tu hai giurato davanti al simulacro, come l'alpigiano giurò; — abitatori delle tre sponde italiche, le vostre ire qui fremerono uguali ai vostri flutti intorno alle vostre marine; qui pari suono mandarono le catene di tutti... Sorgete dunque tutti una volta in un solo volere nel nome santo di Dio!