Egli mosse le labbra e favellò: «Io vi aspettava:... Cap. I, pag. 16.
Varie altre persone stavano sparse per la stanza atteggiate in modi diversi e pur tutti esprimenti dolore: onde quando io considero quante abbia maniere a manifestarsi l'angoscia e quante poche la gioia, come via unica per venire nel mondo ci fosse dato il seno materno e per quante infinite riusciamo al sepolcro, mi turba il pensiero che una forza maligna ci abbia lanciati nel mare della vita col sasso della miseria legato intorno al collo. Non disperiamo però: imperciocchè quantunque a noi non soccorra rimedio altro che le lacrime, tuttavolta la stilla perenne ha virtù di cavare il diamante, e le generazioni succedendosi in questa opera possono piangere a bell'agio e cancellare il decreto inciso nel granito per la mano del fato.
Marietta, moglie di Nicolò, e tre dei suoi figli, Guido, Piero e Bernardo, si erano da molto tempo ridotti a dimorare in campagna; nè, per essere il male sopraggiunto improvviso al padre loro, avevano potuto riceverne notizia. Forse in cotesto punto insieme raccolti discorrevano delle cose della patria e sorti migliori speravano pel padre, il quale, con tanto pericolo suo e vantaggio di lei, l'aveva di opera e di consigli sovvenuta in tempi grossi, ed ora per certo non egli avrebbe voluto negarle i suoi ammaestramenti acquistati dalla esperienza degli anni e dalla lunga pratica nei pubblici negozii; ma in quel punto la speranza levava l'áncora di casa Machiavelli, lasciandola in balia della miseria. Disegni umani!
I due amici, osando appena alitare, s'inoltrano nella stanza; procedendo vengono a posarsi traverso la linea visuale degli sguardi del moribondo. I suoi occhi cessano subitamente dalla fissazione, le pupille quasi smarrite ondeggiano da un angolo all'altro, poi tornano consapevoli a fermarsi sopra gli oggetti circostanti; allora l'esultanza salutò di un estremo sorriso quel volto pieno di morte, come il sole dall'orlo del giornaliero sepolcro di un raggio languidissimo colora il sommo delle basiliche, delle torri e dei monti già a mezzo ingombri dagli orrori crescenti della notte. Egli mosse le labbra e favellò:
«Io vi aspettava: silenzio! Parole ho a dirvi degne che per voi si ascoltino, per me si favellino, nè alla umanità nè alla patria inutili affatto e per la mia fama necessarie. La natura mi chiama, ed io sto disposto a rispondere. Perchè piangete? Chiamerà anche voi; e poichè la vecchiezza precede la morte, considero la morte pietà; io però bene devo ringraziarla di questo, che ella non volle chiudermi gli occhi, se prima non avessi contemplato il giorno della risurrezione; adesso sì che mi sento capace da vero d'invocare col cuore il nome di Dio, poichè la mia bocca, sopra la piazza della Signoria, davanti la faccia del cielo, ha gridato: Viva la libertà!... Silenzio! onde il senno dei tempi non vada disperso. Le schiatte umane passano come ombre; se non che, prima di ripararsi sotto il manto di Dio, nelle mani delle schiatte sorvegnenti consegnano la fiaccola della scienza: a guisa del fuoco sacro di Vesta, quantunque ella muti sacerdoti, pure arde sempre e cresce nei secoli nè ormai più teme vento di barbarie. Accostatevi e raccogliete l'estreme parole, però che vi aprirò il mio pensiero come se fossi davanti al tribunale dell'Eterno.»
I due amici, compresi da senso religioso, si appressano e, salutati appena d'uno sguardo i circostanti, si pongono ad ascoltare.
Nicolò riprendeva:
«La fortuna trama in gran parte la tela degli umani avvenimenti. I Romani, i quali quasi quanto vollero fecero, più che agli altri dii are innalzarono e tempii alla Fortuna; e con ciò dimostrarono sapientemente conoscere una forza superiore alle forze mortali che spesso si compiace secondare sovente ancora i disegni loro impedire. La fortuna sola vuolsi molto più accetta tenere della virtù sola: imperciocchè quella vedemmo tal volta condurre a lieto fine le imprese, la seconda capitare sempre male. Siccome la vita dei popoli si prolunga nei secoli, così la prosperità loro non si comprende da una o due imprese avventurose, sì bene da una serie di fatti prudentemente concepiti e virtuosamente operati: per la qual cosa giudico la fortuna fuori di misura giovevole nella vita breve di un uomo poco avvantaggiare il governo degli stati ed anche riuscirgli nociva, se la virtù non ponga il chiodo alla sua ruota. La fortuna in molti casi si mostrò favorevole ai Fiorentini: più volte li preservava dalla servitù, come al tempo di Castruccio e dei Visconti; più volte gli restituiva a libertà, come nel passo di Carlo VIII e adesso. Nel 1494 i meglio saputi cittadini tenevano la patria spacciata; e invece rimase Piero dei Medici sbandito, il cuore del dominio salvo. Ora nel 27 pareva volesse il Borbone rovesciare Fiorenza, e invece assaltò Roma, depresse il papa e ne fece abilità di toglierci giù dalle spalle quello increscioso giogo dei Medici. Furono questi doni della fortuna; e appunto perchè doni, o poco gli avemmo cari, o ci curammo poco di custodirli, siccome dovevamo e meritavamo pur troppo; se ci avessimo speso dintorno sudore e sangue, gli avremmo per certo più diligentemente mantenuti; gli Ebrei presero in fastidio la manna, comechè soavissimo cibo si fosse, perchè gliela mandava il cielo, e senza fatica a sazietà la raccoglievano; agli uomini poi non riesce mai sgradevole quel pane che con molto travaglio essi ottengono. Le cose della fortuna si distendono molto, approfondiscono poco; quelle della virtù diversamente procedono: onde, tutto ben ponderato, io prepongo alla fortuna la virtù non infelice. Non ragionerò dei provvedimenti buoni negletti, dei pessimi seguiti dal 1494 al 1512, spazio nel quale durò la seconda cacciata dei Medici; già la storia i tempi, gli uomini e le colpe loro incise sopra le sue tavole di bronzo e le dava in custodia alla memoria. Il tempo stringe, lunga è la via; nè già si tratta adesso di speculare sopra le azioni antiche, bensì somministrare consigli per le presenti e per le future. La fortuna, poichè volse la ruota ora favorevole ora avversa ai Medici, parve romperla per loro nel 1527; rimasero uomini a pena eredi del sangue di cotesta famiglia, diseredati affatto della virtù. Andava e va tuttavia la città divisa con diverse maniere fazioni: eravi chi teneva pei Medici, e tra questi parte la monarchia assoluta desiderava, parte voleva i Medici non già signori ma capi di governo largo; della fazione avversa alcuni più odiavano i Medici di quello che amassero la repubblica, altri più amici della repubblica che nemici dei Medici, altri finalmente la tirannide al pari dei Medici detestavano. Dall'un canto e dallo altro stoltezza, tranne gli ultimi: imperciocchè nei rivolgimenti degli stati bisogni mirare a fine preciso, e le sfumature non giovano; sicchè, quando i tempi grossi incalzano, tu ti trovi senza concetto, sospinto là dove aborrivi precipitare. Il popolo rimaneva come il cammello giacente sotto il peso; lo sentiva grave, ma, scarrucolato dagl'inetti novellatori di consigli mezzani, non sapeva a qual partito appigliarsi per gittarselo giù dalle spalle. Correva l'aprile del 1527 quando Dio, accecando i nostri oppressori, consigliò al cardinale Passerini da Cortona di lasciare Fiorenza e andarsene in compagnia d'Ippolito e di Alessandro e della Corte a Castello per complire il duca di Urbino, il quale si era quivi ridotto con l'esercito della lega. Valicate appena le porte, i giovani, come quelli che nella mente loro concepivano un disegno assoluto e virile, levarono rumore, uscirono armati dalle case Salviati e, tratti i gonfalonieri delle compagnie, si recarono ad assaltare il Palazzo. Nessuno si oppose; però che gli stessi avversarii, discordando nei pensieri, argomentassero nel tempo in che faceva bisogno adoperare ferocemente le mani. Il popolo restava inerte, chè la tirannide lunga lo teneva assopito; ben era aperta al lione la gabbia, ma non osava lanciarsi; era la sua catena spezzata, ma non ardiva scuotersi per gittarne lungi i frammenti; guardava, non sapeva e, gridando libertà, libertà! applaudiva. Baccio Cavalcanti, salito in Palazzo a nome dei giovani, impose al gonfaloniere e alla Signoria bandissero i Medici: alcuni dei Signori che, per godere il benefizio del tempo, s'ingegnavano interporre indugi rimasero feriti; mandato a voti il partito, nessuno dissenziente, i Medici ebbero il bando. Consiglio audace, provvidenza infelice. I cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi, avvisati del caso, tornarono spediti a Fiorenza, il conte Noferi li precedeva con mille fanti: facendo loro spalla i partigiani dei Medici, senza nessuno impedimento trovare, penetrano in Fiorenza e procedendo incontrano davanti la chiesa di San Pulinari Tomaso Ciacchi della repubblica svisceratissimo; toltolo in mezzo, comandano gridasse: Viva i Medici! rifiutava; percosso, nel rifiuto si ostinava; ferito mortalmente sul capo, più e più sempre esclamava: Dio e libertà! Il popolo guardava, non sapeva e gridando: Palle, palle! applaudiva. Insanguinata la terra di quel nefando omicidio, assaltano il Palazzo; i giovani, comechè in tutti avessero sette archibusi, deliberano a difendersi. I Palleschi, i quali poc'anzi paurosi si nascondevano, adesso prorompono, più infesti, come suole, coloro che si mostrarono più vili; arde la porta del Palazzo dalla parte degli Antellesi; all'altra puntate le picche, le spingono di forza, sicchè le imposte curvandosi meglio di un braccio si scostano dagli stipiti. Se in quell'ora di turpe baldanza i soldati dei Medici entravano in palazzo, la patria nostra avrebbe pianto lacrime amare sul fiore della sua gioventù trucidato. A Dio piacque che quel santissimo e forte petto d'Iacopo Nardi quivi a sorte si trovasse rinchiuso; in quel fiero trambusto, punto egli smarrendosi di animo, confortò i compagni a far testa anche un momento, e dipoi, salito sul ballatoio (come colui che di ogni particolarità spettante alla patria era indagatore e conoscitore solenne), scopriva certe pietre colà a disegno raccolte e in modo disposte che, leggermente intonacate al di fuori, sembravano un fermo parapetto; allora rotti i lastroni delle buche, uniti nel proponimento di salvare la patria, precipitarono cotesti sassi sul capo agli assalitori[14]. Se alla improvvisa rovina fuggissero coloro, non è da dire; lasciarono le porte, l'incendio fu estinto, e, peritandosi di accostarsi da capo, presero a sbarrare le strade. Sopraggiunsero intanto i signori della lega; Federigo da Bozzolo intervenne mediatore in nome di Francia, e chiariti i giovani intorno la vanità delle difese, assicurati di universale perdono dal cardinale Cortona e da Ippolito concesso, dal duca di Urbino guarentito, dopo alcune pratiche, ottenne il Palazzo restituissero. Io non incolperò di siffatto evento veruno; imperciocchè, quantunque non fossero presi i necessarii provvedimenti a mantenere la libertà, tuttavolta, anco presi non avrebbero, atteso il tempo breve, giovato; quello di cui riprendo i cittadini più savi si è questo, che o il moto non impedissero, o insieme non cospirassero prima, onde o potesse sostenersi meglio, o venisse con più onore a mancare. La caduta di un popolo deve essere tale, carissimi miei, che lasci memoria di terrore ai tiranni, legato di vendetta ai figliuoli degli oppressi; tra il popolo sommosso e un re bandito, unico patto il sepolcro; sta sulla sua spada il perdono; affetti, giuramenti, onore e Dio sono onde che rompono nello scoglio dell'interesse di regno. Questo per lo addietro si è visto, e tolga Dio che si veda anco in futuro: però torno a ripetervi che, tratto il ferro una volta, il popolo ha da gettarne via il fodero; dove tanto si acciechi da riporlo finchè il suo nemico non giaccia cadavere, invece di cacciarlo nel fodero, se lo caccerà nelle viscere; e di questo stia certo. Invece il cardinale Cortona, a ciò indotto dal conte Pietro Noferi, mandava a Roma una nota di gente da uccidere, comechè perdonata; e se la paura di maggiori disastri non tratteneva Clemente, avreste veduto un po' voi, come diceva Luca Albizzi, se sapeva ben egli schiacciare il capo ai colombi rimessi in piccionaia. La fortuna ad ogni modo ci voleva liberi: il 12 maggio giunse notizia del sacco di Roma dato dagli imperiali, il papa a stento rifuggito in castello. Il cardinale Cortona, povero di consiglio, nè voleva fidarsi altrui nè da sè era bastante a prendere un partito: i soldati chiesero le paghe; Francesco del Nero cassiere del pubblico nega i danari e ripara a Lucca; il Cortona, di natura miserissimo, piuttostochè rimetterci del suo, si sprovvede di quella estrema difesa e dichiara volere lasciare il governo della città. I giovani, immemori del passato pericolo, tornano ai tumulti; per questa volta la fazione degli ottimati, incapace a muoversi, riesce a trattenerli. La Clarice moglie di Filippo Strozzi va a casa Medici ed aspramente ripresi Ippolito e Alessandro di aversi voluto fare tiranni, li consiglia a partirsi; s'ella non era, nessuno ardiva abbattere cotesta tirannide cadente: nè in lei fu tutta virtù, sibbene o petulanza donnesca, o rancore contro il sangue illegittimo di casa sua, o sdegno contro papa Clemente che non volle creare cardinale Piero suo figlio, e mandato il marito Filippo a Napoli per ostaggio dell'accordo conchiuso con i Colonnesi, non lo aveva poi atteso, ponendolo così in pericolo presentissimo della vita, o finalmente speranza, cessato il governo dei Medici, di vedere la sua famiglia principale in Fiorenza. Mentre la Clarice, accesa nel volto con voce alta così favellava, si levò rumore tra i soldati della guardia; un archibuso fu sparato contro di lei, sicchè tra crucciosa e atterrita quinci si dipartiva, accompagnandola i più notevoli cittadini. Intanto si raguna in Palazzo la pratica per deliberare intorno ai casi presenti. Filippo Strozzi, a grande istanza pregato da Ippolito, si reca alla Signoria per ritirare la dichiarazione del Cortona intorno all'abbandono del governo di Fiorenza; ma la pratica aveva già vinto una provvisione per la quale si convocava il consiglio grande e, creatosi intanto un reggimento che tenesse gli uffici fino al 20 di giugno, i Medici in condizione privata si restituivano. Senonchè i giovani, prudentemente pensando, cessato il regno, non potere il principe più oltre abitare la città, tranne morto, accennano prorompere. Allora Nicolò Capponi, Filippo Strozzi, Giovanfrancesco Ridolfi ed altri maggiorenti, i quali, siccome corse fama, già da buon tempo innanzi si erano concertati a Legnaia, confortarono i Medici a dare campo su quella prima caldezza alle ire popolari, ritirandosi al Poggio. Filippo deputavano a scortarli sotto pretesto della sicurezza loro, invero poi per farsi restituire le fortezze di Livorno e di Pisa: fin qui la colpa tutta del popolo; imperciocchè, se egli avesse sostenuto la fazione dei giovani, nè i Medici sarebbero usciti, nè gli avrebbe lo Strozzi accompagnati. Consigliava la ragione di stato i Medici e i cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi si sostenessero per cambiarli poi con alcuno dei più notabili nella guerra futura, o, come fecero i Romani della testa di Asdrubale, balestrarne i capi mozzi tra le genti del papa, quando ei si fosse attentato assediare Fiorenza, mettendo così tra il popolo e il suo tiranno il sangue e la disperazione: quello che maggiormente nuoce in simili imprese è tenere l'animo vôlto agli accordi; perchè i codardi vanno rilenti alle offese, le difese o poco curano o del tutto abbandonano, e la patria rovina. Bentosto se ne raccolsero gli amari frutti; Filippo Strozzi, per tale una causa che la fama bisbigliò sommessa, e la storia tacerà vergognando, perocchè ella sia vergine e musa, lasciò fuggire Ippolito a Lucca; e per ricuperare le fortezze, oltre alla perdita del tempo, tra Piccione contestabile della fortezza di Pisa e Galeotto da Barga di quella di Livorno vi si spesero meglio di quindicimila scudi. Francesco Nori e la Signoria depongono l'ufficio; non aspettano il giugno per convocare il consiglio; determinato il modo di eleggere il gonfaloniere, l'adunano sul finire di maggio e creano Nicolò Capponi. Il consiglio eleggeva, il Capponi accettava; fallo grave nel popolo, nel Capponi gravissimo: errò il popolo, il quale andava immaginando che, come egli aveva ereditato dal padre Pietro le sostanze, così pure avesse dovuto redarne quell'impeto che valse a salvare la città dalle cupidigie francesi e rendere il suo nome immortale; errò ancora, perchè non conobbe la temperanza e la moderazione di Nicolò, in tempi quieti lodevoli, avrebbero a mal partito ridotto la città nei casi presenti, dove si chiedeva consiglio audace ed opera piuttosto avventata che gagliarda: ma sopratutto il Capponi e sè stesso mancava ed alla patria: forse Dio, che può leggere nei cuori, e le colpe misura dalla intenzione, lo perdonerà, non derivando i suoi falli da mal volere; ma non può perdonarlo la storia: ardua cosa e per avventura impossibile alla mente umana investigare le cause segrete dell'animo; e poco rileva conoscere se l'effetto sinistro si parta o da talento pessimo o da mancanza di cuore; ella giudica dall'utile o dal danno: per la qual cosa tu puoi sentenziare in coscienza che Nicolò Capponi fu traditore alla patria. L'uomo che si reca sopra le spalle il carico tremendo di porsi a capo dei tumulti dei popoli e indirizzarli al risorgimento si metta una mano sul cuore e senta se col buon volere Dio vi trasfuse la potenza: tale egli deve accogliere e tanto cumulo di qualità diverse, discordanti ed anche contrarie, ch'io per me raccapriccio in pensarvi; un cuore infiammato di carità, poetico quanto quello di Platone nel contemplare la bellezza del fine, ed una mente severa come un teorema d'Euclide; egli buono, alle umane miserie soccorrevole, amico e padre di tutti, quando il bisogno lo stringa, deve con fronte imperturbata tal dare principio alla sua orazione nel consiglio dei padri: «Anche ventimila capi recisi, e la repubblica è salva!» — Se gli si parano nelle vie i figli, Giunio Bruto gli spense; se il padre, Marco Bruto l'uccise: e i posteri entrambi hanno salutato sublimi. Nelle cose politiche il delitto comincia soltanto là dove la necessità cessa. Quindi consideri con profondo consiglio le condizioni del popolo: dove la morte della parte corrotta valga a fruttare libertà, lui celebreranno gli uomini salvatore e Dio se ci adoprerà la scure: dove poi i partiti sanguinosi rimangano inerti se le genti prima di morire, renunziato l'alito divino, si convertirono in creta, se la speranza, rivolta a terra la fiaccola, la spenge piangendo su quella città come sopra un sepolcro, allora, la fama di crudele evitando, lasci arbitro della morte chi creava la vita; ad esempio delle vergini di Sion, l'arpa appenda al salice e pianga, o del tutto si taccia, perocchè nei regni della disperazione ogni suono rincresca, anche quello del pianto. Nicolò Capponi non ebbe la mano forte da cacciarla nei capelli di un popolo assopito e squassarlo ferocemente affinchè si svegliasse; i Medici non aborriva; un governo di ottimati desiderava; però i Palleschi non ispengendo, lasciavali vivere a macchinare danni alla patria: offendere gli uomini per volontà o per necessità è trista cosa, pessima poi offenderli e lasciarli in condizione da vendicarsi; avesse almeno tolta loro la roba! Chè con minore efficacia si sarebbero allora travagliati contro la repubblica, ed egli provveduto di pecunia, la quale come avvantaggiava le cose nostre, così quelle degli avversarii riduceva a mal termine. Onde in processo di tempo convenne aggravarsi sui cittadini amorevoli della repubblica, balzello aggiungere a balzello, vuotare in somma le borse di pochi privati senza potere a gran pezza rispondere alle pubbliche spese. Correva pertanto a Nicolò Capponi strettissimo l'obbligo di togliere la vita ai nemici dello stato; se non voleva la vita, le sostanze; se non le sostanze e la vita, almeno la reputazione: nulla fece di questo, che anzi i Palleschi si onorano e tengono in pregio per modo che con esempio pessimo sembra, a volere ottenere favore dalla repubblica, bisogni dichiararsi amorevole al principato[15]. La Signoria, procedendo nei primi decreti cieca e codarda, ai popoli concesse armarsi: il gonfaloniere non solo concederlo, sibbene doveva con severissime pene ordinarlo e a tutti dai quindici ai sessant'anni; la patria dichiarare in pericolo, egli primo donando ogni suo avere, promuovere i sacrificii privati, nella salute della repubblica riporre la speranza estrema dei cittadini; siccome narra la storia di Alessandro Magno, il quale, le munizioni ardendo e i bagagli, costrinse i suoi soldati alla necessità del vincere o del morire. Sovente dall'amore più e meglio conseguiamo che dalla paura; ma se l'amore non basta, vi si adoperi il ferro; abbia il popolo a forza il proprio bene: a forza il tiranno gli mette la mannaia sul collo; sarà misfatto dunque mettergli a forza la corona della libertà sul capo? Il Capponi invece esitò, come uomo che diffida e già disegna l'accordo, e non si accorse che quello sarebbe stato la sua sentenza di morte; non che largheggiare alla patria del suo, tra i concetti atti di reggimento accogliendo la bassa cura di minuti interessi, egli non vergognò avvolgersi per gli opificii della seta e invigilare il compito de' suoi operai; bandiva gli Ebrei dal dominio, raccoglitori acerrimi di danaro e all'occasione o volontarii o costretti sovventori; leggi emanava su le femmine, le taverne e le bestemmie, inutili o perniciose, imperciocchè i costumi non si migliorino in virtù di una legge penale, e perchè chi tutto intende riformare spesso nulla riforma; dipoi, convertito in frate, predicando in Palazzo le orazioni del Savonarola, gridava misericordia e faceva sì che fosse eletto Gesù Cristo re di Fiorenza. L'aiuto divino ottimo: buono non pure, ma necessario invocarlo; però non devono gli stati tanto fidare nel cielo da porre in disparte i provvedimenti terreni. Mentre ogni dì ardevano ceri e cantavano salmi, nè armi raccoglievano nè vettovaglie. Aiutati, che Dio ti aiuta[16]. Certo, ben può il Signore rinnovare il miracolo di Gedeone; ma ella è prudenza questa, commettere alla salute della patria a' soprannaturali sussidii? Quando i cieli mente per concepire e mani per operare compartirono all'uomo, non intesero forse ch'egli di per sè provvedesse alla propria tutela? Nè vuolsi biasimare meco, e sia con pace di voi, fra Benedetto da Foiano, che l'ordinaste (continuava Nicolò piegando alquanto la faccia verso il frate di austere sembianze, il quale stava al diritto lato del giacente), la processione della Madonna della Impruneta per la ricuperata libertà, avvegnachè le diligenze messe in opera nei reggimenti nuovi ad allontanare i tumulti non saprebbero mai essere troppe; ed anche perchè, non essendo cessata la peste, la vedemmo aggravare per quello insolito mescolarsi del popolo. Ma di ben altra riprensione era degno il Capponi quando non pure trascurò afforzare la città, ma ben anche suscitò impedimenti di ogni maniera al divino nostro Michelangelo, il quale intendeva circondare il monte di bastioni: o sia che lasciasse svolgersi dalla opinione universale, essere i monti le mura di Fiorenza, e i pochi non potere assediarla perchè pochi, nè gli assai per mancamento di vettovaglie; o sia che più tristo consiglio lo movesse[17], tolta ogni fidanza nelle armi cittadine, si volse a procurare le mercenarie. Notate la fede! Giovanni da Sassatello, condotto dalla Signoria con ottanta cavalli leggeri, ruba le paghe e se ne fugge al papa; peggio lo strazio per avventura del danno. Don Ercole di Ferrara ebbe onore e soldo di capitano generale della repubblica; ma la repubblica pensate voi che sarà mai per avvantaggiarsi del consiglio e del sangue di un duca nelle battaglie? Ben a ragione la fama ci chiama orbi: da quando in qua vedemmo principi mettere a repentaglio lo stato e la vita a difendere repubbliche? E quasi tanti falli fossero pochi per la rovina della patria, a colmo della misura crearono Malatesta Baglioni governatore generale delle milizie fiorentine. E chi è Malatesta? Un fuoruscito della Chiesa. E donde nasce? Da una famiglia che vince in tradimenti il paragone con quella di Atreo. Or come questi, il quale non seppe mantenersi nelle sue case, vorrà insegnarci a difendere le nostre? Forse imparava egli fuggendo il modo di tener fermo? Colui che potè abbandonare ai nemici le sepolture de' suoi padri, male darà schermo alle dimore dei nostri figliuoli. Già a Dio non piaccia che le mie triste parole si avverino, com'io temo pur troppo vedere rinnovato nel nostro paese Cristo venduto, in lui Giuda venditore. Sconsigliati! Sconsigliati! prezzo del sangue è Perugia; nè sempre sarete in tempo con i traditori come lo foste con Baldaccio dell'Anguillara e con Pagolo Vitelli. Pur troppo le funeste guerre fraterne hanno spento tra noi la militare virtù come in Roma l'accrebbero: perocchè in Roma le contese cittadine terminassero con una legge, in Fiorenza poi con le uccisioni e gli esilii conchiudessero; in Roma il popolo godere dei supremi onori insieme con i grandi desiderava, in Fiorenza per esser solo nel reggimento combatteva: prevalso in popolo tra noi, i grandi disparvero e con essi i sensi generosi, la ferocia nelle armi; attesero i cittadini ai guadagni, diventarono ricchi, la roba acquistata disegnando godere, di fare coi petti riparo alla patria abborrirono, le sorti loro commisero ad anime e a braccia vendute; quindi milizie mercenarie vilissime, turpitudini di condottieri venali, il vituperio e la rovina d'Italia[18].
«Pure gli antichi ordinamenti di giustizia tanto non valsero ad abbattere la virtù militare tra noi che a ora ad ora alcuna scintilla limpidissima non prorompesse; e per tacere di più antichi capitani, non furono fiorentini quel maraviglioso Giacomo Tebalduccio e l'altro fulmine di guerra Giovanni dalle Bande Nere, e tuttavia nol sono il Bichi, l'Arsoli e una schiera che aspetta il destro per sorgere più grandi di loro? Qual è lo sciagurato che dubita non accogliere nel suo grembo Fiorenza figli che sappiano morire per lei? Questo fallo, se non ci si rimedia in buon tempo, partorirà amarissimi frutti; avvegnachè, amici miei, chiunque, e ponete mente alle mie parole novissime, chiunque commette la cura della sua libertà a mani straniere merita diventare schiavo. Nè le condizioni nostre di fuori a termine migliore ridotte che quelle dentro; la esitanza nostra ci ha fatti contennendi e sospetti; nemici molti e potenti, amici nessuno. Il papa all'antica libidine di regno aggiunge la nuova ira delle offese ricevute allorquando i giovani le armi, i simulacri della sua famiglia e la statua di lui misero in pezzi nell'Annunziata. L'imperatore, che or dianzi intendeva privare Clemente del potere temporale e convertirlo in vescovo di Roma, minacciato adesso dal Turco, prosperando Lautrec con le armi di Francia nel regno, disperato di stringere lega con qualunque governo italiano, accorto la riforma della libertà delle coscienze in Lamagna essere scala a conseguire le libertà civili, muta all'improvviso consiglio, lo libera di castello, gli spedisce fra Angelio suo confessore a tenerlo bene edificato, gli fa presentare dal Mussettola la chinea bianca e i settemila ducati pel censo del regno di Napoli, se lo rende amico, nè di presente v'ha cosa ch'ei non si mostri presto a operare per confermarlo nella nuova amicizia: noi non volemmo stringere lega con Carlo quando il tempo ci correva propizio, e i più pratici cittadini la persuadevano, ed egli per messer Andrea Doria quasi ce ne richiedeva; ora poi non osiamo dichiararglisi manifesti nemici. Abbiamo i Veneziani alienati da noi allorchè non gli sovvenimmo nel caso del Brunsvicco, il quale, tempestando si calò dalle alpi di Trento con dodicimila fanti e diecimila cavalli; onde presi da sdegno notificarono al nostro ambasciatore Gualterotti sarebbero in pari caso per fare lo stesso a noi: i Vineziani però, come sono prudenti, non vorranno trarre dagli altrui falli argomento per fallire; non pertanto l'ira vince talvolta la ragione, sicchè desideriamo vedere anche con danno proprio patire colui che stette indifferente ai nostri mali. In chi dunque fidiamo? La fede di Francia, incerta sempre, incertissima adesso. Meco medesimo considerando sovente come in ogni tempo gl'Italiani si mostrassero e tuttavia si mostrino corrivi a commettere ogni loro speranza nei Francesi e dall'altra parte quanti eglino abbiano peccati da scontare verso di noi fino dal regno di Pipino, con espresse parole scrissi: «I Francesi, quando non ti possano far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai[19].» Francesco I s'intende di stato anche meno di Luigi XII, al ministro del quale io ebbi ardimento significarlo alla recisa in faccia[20]; di rado lo muove la religione; più presto che a re non conviene, il talento; però battuto dalla fortuna adesso va più cauto alle offese e molto si lascia governare da madama sua madre, nè intelletto da concepire un disegno nè costanza gli compartirono i cieli da metterlo in esecuzione, e sopratutto stanno i suoi figliuoli in potestà di Carlo V: ora pensate s'egli possa amare o voglia la libertà vostra più di quella dell'erede del suo regno. Noi siamo soli. E che perciò? Dobbiamo noi forse piangere come perduta la nostra città? Non è mai lecito disperare della salute della patria, insegnava Focione, nè l'hanno per anche ridotta a tale da rendere ogni provvedimento tardo. Il Capponi mal si regge nel posto che non avrebbe mai dovuto tenere; forse ne scenderà per salire al patibolo; e gli starebbe bene, come colui che all'ambizione smodata accoppia ingegno per esitanza imbecille e codardia manifesta, la quale lo induce ad adombrare la natía virtù con partiti paurosi, che egli e i suoi chiamano temperati e prudenti, riprendendo quasi esorbitanze i consigli capaci di mettere con molta gloria a pericolo la vita e la sostanza dei cittadini, e perciò anche le sue; astiosamente avverso a chiunque si conosce superiore per intelletto e per animo; insomma della libertà di un popolo che voglia risorgere davvero, vergogna ad un punto flagello. Voi, giovani, nei quali tutta speranza di salute riposa, restringetevi insieme; voi, Zanobi e Luigi, consigliate i nobili; voi, Dante da Castiglione (e il membruto della lunga barba rossa, sentendosi rammentare, si scosse come destriero al suono della battaglia), adoperatevi fra i popolani; badate a non lasciarvi sedurre dalle antiche rinomanze; a' casi nuovi convengono uomini nuovi: se anima vive che valga a salvare Fiorenza, ella è certamente quella di Francesco Carducci; a me giova indicarvelo come il nostro palladio: molto mi conforta il pensiero che al nostro scampo basta non perdere, mentre ai nemici bisogna vincere; e poi noi combattiamo in casa e per noi, il nemico sopra terra dove ogni cosa gli si volgerà infesta, e con armi infedeli, mercenarie tutte e con intendimenti diversi, dacchè i capitani del papa non possono accogliere il concetto istesso dei capitani di Carlo: confido non poco nella fortuna, nella provvidenza di Dio moltissimo, il quale non soffrirà la rovina della innocente mia patria. E se preghiera alcuna trova grazia al tuo cospetto Signore, ti raccomando questo suolo, che mi raccolse infante e già mi apre il seno pietoso alla quiete eterna, con tutta l'anima prossima a comparirti davanti; te lo raccomando anche prima dei figli, anche prima della medesima anima mia!»