«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»

«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.

«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione, «dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»

Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse giusto, a suo luogo e tempo saprete.

«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»

«Per cosa al certo di gravissimo momento, — Dacchè con molto arcano vi aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»

«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»

Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi; rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando: venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con affettuose parole le dice:

«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non partirti da questi baluardi.»

«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.