Vada trescando per poco l'amore.
L'abbandono, Melodie liriche.
Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? — Su la primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole, poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale, or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: — ti vidi e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi, fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella gentile alterezza di un'azione magnanima. — La tua immagine dava moto al creato; — confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio del giorno. Bastò uno sguardo! — Al primo tocco le anime nostre, puro elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la mia anima... io vissi la tua.»
«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno, — quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. — Io però non levai gli occhi, li declinai, perchè — Dio mi perdoni — il tuo volto mi parve più bello del cielo.
«Tu lo rammenti? — posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con gli effluvii della mia vita. — Io poi, come chi si diletta guardare pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima. Noi non dicemmo parola, — nè un sospiro, — nè un alito. Talora lieve lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; — stimammo il nostro affetto più immortale di Dio!....
«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per vederne la morte, sorrise, — il tempo che cancella le generazioni, i sepolcri e le memorie, — perchè lascerebbe intatto un sentimento del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito orientale?
«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore abbia agitato le anime nostre? — Ahimè! le ceneri fanno testimonianza dello incendio. — Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale; — eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di amore.
«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. — Non vi fu amaro nel fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. — Come il filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.
«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice dei giuramenti traditi? No: — tu potresti mandarmi pari rimproveri, imprecarmi sul capo simili furie. — Vorrò favellarti una parola di conforto? — Tu ti sarai... tu ti sei consolata. — O tenteremo piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta qualche scintilla sotto? No; — dopo le ceneri null'altro avanza che invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare il cuore; — vedi, — siamo anime confinate dentro statue di marmo. Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è morto... morto per sempre!