«Costituito nella presenza vostra, onorandissimo principe e con buona licenza di voi, io Giovanni Bandini, gentiluomo fiorentino, dichiaro a te Ludovico Martelli che di quanto hai detto o fatto dire, scritto o fatto scrivere direttamente, indirettamente, espressamente o tacitamente sotto qualsivoglia forma di parole generale o speciale, per qualunque modo o via e sotto qualsivoglia pretesto o colore, tu hai mentito per la gola come ribaldo e marrano; — accetto la sfida a condizione che due siamo ad affrontarci per banda, e le nostre spade si aggiungano in campo chiuso, finchè di alcuno fra noi morte ne segua senza intermissione di battaglia, dovendo continuare anche di notte a lume di torce. E le armi, comecchè per le leggi del duello ne spetti al provocato la scelta, intendo che sieno uno stocco, una manopola scempia di ferro da coprire la mano fino al corpo soltanto, — in camicia e col capo scoperto...»
«Insolito acconciamento di guerra ci sembra cotesto», osservò don Diego Sermiento, «e più che a cavalieri convenevole a scherani.»
«A scherani!» rispose con impeto Bettino Aldobrandi; «io vo' che sappiate, messere lo Spagnuolo, avere questo modo di recente adoperato il conte Guido Rangone con Ugo Pepoli, entrambi fiore della italiana cavalleria[240].»
«Rispetto poi», soggiunse il Bandino, «all'accompagnatura d'un cavaliere che voglia farmi da secondo nel paragone delle armi, io mi raccomanderò alla benignità vostra, cortesissimo principe, onde mi compiacciate scermelo tra la bella corona di cavalieri che vi stanno qui intorno.»
«Di gran cuore, Bandino. — Conte Londrone, piacerebbevi siffatte incontro? Vorreste alle tante vostre aggiungere anche questa bella gloria?»
Si ascolta uno strepito di armatura di ferro, si vede muovere un passo ad una specie di colosso tedesco; — avea la faccia bianca come cera, i capelli in parte canuti, in parte di un biondo acceso; la pelle gli si informava dalle ossa, — senza rughe, — tranne due sole agli angoli dei labbri ampi e scolorati; — su quella fronte liscia pareva non vi si potesse reggere un pensiero e appena nato vi sdrucciolasse via; — i suoi muscoli avevano partecipato del ferro di cui ei li portava continuamente vestiti; — il cuore gli stava nel seno come dentro un'arca di marmo; — se alcuno affetto vi sorgeva per caso, tosto vi si posava sepolto a guisa di uomo morto dentro la bara: — e nonpertanto, a dire il vero, il conte Lodrone era valente e leal cavaliere.
«Principe», con volto impassibile rispose costui, «i miei cento avi fino a Venefrido il Sassone dormono onorati nei loro sepolcri di pietra: forse la ruggine dei secoli avrà corroso i loro scudi di guerra, ma nè in vita nè in morte mai la fama obbrobriosa ne offuscava lo splendidissimo brunito. Io reputo infamia partecipare alla querela di un traditore; per gran premio o per gran pena, io non vorrei combattere con lui...»
«Conte Lodrone», interrompe il principe diventando vermiglio, «quali parole sono elleno le vostre? In questo modo, a sentir voi, quanti si trovano qui in campo Fiorentini dovrebbero reputarsi traditori? Voi v'ingannate, conte; essi combattono per i Medici, i quali sono, principi nati, per la grazia di Dio, di Fiorenza. E voi stesso, conte, non combattete per ritornarli nell'antico dominio?»
«Io combatto per Sua Maestà Carlo V mio signore», soggiunse il conte sollevando la mano verso la fronte in atto di ossequio; «pel papa e per la sua famiglia, non che dare la vita, rifiuterei abbassarmi a raccattarli cascati in terra. Nissuno fin qui ebbe i Medici in conto di principi. Quando mai ottennero il diploma imperiale d'investitura? Invece ebbe la città privilegio di franchigia per concessione di Otto imperatore. Se però Sua Maestà l'imperatore Carlo, per fellonia o per misfatto altro qualunque, intende oggi revocare l'antico privilegio, ben lo può fare; non già i Medici, stati sempre semplici cittadini e vassalli dell'impero...»
«Basta, conte», interrompeva l'Orange cotesto importuno, «basta; — scerremo qualche altro più voglioso.»